-Le “prove” cinematografiche del poeta salernitano-
Il tragico incidente automobilistico sull’Aurelia, l’8 marzo di cinquant’anni fa, privò improvvisamente l’Italia di uno dei suoi poeti più illustri e raffinati, e forse ha spezzato anche un (potenzialmente proficuo) percorso da attore cinematografico, poco noto e piuttosto irregolare, che tuttavia proprio in quell’anno fatale stava conoscendo un interessante revival.
Nel 1976 escono infatti due film importanti che nel cast, sia pure in ruoli secondari, possono annoverare Alfonso Gatto in veste di attore.
In Cadaveri eccellenti, di Francesco Rosi, dal romanzo di Leonardo Sciascia, il poeta salernitano interpreta la parte di Nocio
Di Sciascia, peraltro, il poeta salernitano era un grande estimatore: “un forte scrittore meridionalista”, lo definisce nella recensione dedicata al film di Damiano Damiani Il giorno della civetta, a suo avviso inferiore al livello del romanzo.
Più significativo (e, purtroppo, tristemente profetico) è il ruolo che il regista Mario Monicelli affida a Gatto nel film Caro Michele: il padre del giovane protagonista, che compare, solo e malato in una stanza d’ospedale, in alcune sequenze della prima parte del film. Gli spettatori apprenderanno presto che Michele non riesce ad incontrare per un’ultima volta il genitore, vinto dalla malattia prima che il figlio trovi la volontà e la forza di fargli visita: una metafora amara dell’incomunicabilità e del rapporto problematico fra due generazioni di italiani, diverse e distanti.
La versatilità di Alfonso Gatto, che è stato consegnato alla storia come poeta di valore ma merita di essere ricordato anche come brillante reporter, narratore, critico d’arte e pittore a sua volta, si riflette dunque anche nel mondo del cinema: un capitolo ancora in gran parte da riscoprire, e studiato per la prima volta, in anni recenti, dalla giornalista Monica Trotta, dal docente universitario Pasquale Iaccio e da chi scrive.
LA CRITICA RITROVATA
Gatto è stato innanzitutto un critico cinematografico di valore, seppure incostante in questa sua attività, che si dipana sostanzialmente in due fasi della sua carriera: negli anni Trenta, nel suo periodo fiorentino, con la collaborazione al periodico “Il Bargello”; e trent’anni dopo, con la rubrica curata nella seconda metà degli anni Sessanta per il settimanale “Vie Nuove”.
Esegeta raffinato di film e del mondo della settima arte, come verrà ricordato nel convegno dedicato a Gatto dall’Università degli Studi di Salerno il prossimo 16 e 17 novembre (e come oggi risalta in Sulle orme di Gatto, il docufilm di imminente uscita scritto e diretto da Marcello Napoli per la Sole Film, con supervisione di Maurizio Fiume e l’interpretazione di Yari Gugliucci e Ludovica Ferraro); ma anche sceneggiatore, autore di soggetti, redattore di testi per documentari e lungometraggi di finzione, senza dimenticare il suo apporto come autore, di rara profondità e originale creatività, per alcuni programmi della radio e della televisione pubblica.
Dai canali radiofonici della RAI aveva commemorato nel 1974 uno dei registi più amati, Vittorio De Sica: “Direi che nei risultati migliori, nella qualità migliore del suo racconto cinematografico, nel giungere a questo potere di evocazione per dati addirittura descrittivi del presente, De Sica sia stato veramente uno dei pochi registi non soltanto italiani ad essere poeta, vicino in questo, forse, soltanto a René Clair e a Charlot”, affermò a conclusione del suo discorso, pubblicato anni dopo sulla rivista “Civiltà della Campania”.
Ecco: Charlot. E Greta Garbo, e Buster Keaton: i miti cinematografici della sua adolescenza e di un’intera generazione. Tutti indizi dell’indiscussa importanza del cinema nella vita e nella poetica di Gatto. E pensare che al “cinematografo” il futuro poeta si era avvicinato, nella Salerno della sua adolescenza, persino con timore: “Dal Teatro Italia m’ero sempre tenuto lontano per paura”, ricorderà, rievocando con nostalgia quel sito misterioso e magico, “di legno, grande, giallo, dipinto con lo stesso colore degli stabilimenti balneari, dai quali era a poca distanza, su un terreno vago, dove la villa comunale finiva con pochi pinastri nani e con qualche albero di robinia e di pepe”.
In quella sala dall’atmosfera rumorosamente popolare, dove “i signori non c’entravano”, la star era Gennariello, figlio di Elvira Coda Notari (la prima regista e produttrice italiana, conterranea di Gatto), “l’attore-personaggio del cinema napoletano di quegli anni”.
A Firenze e Milano i gusti si raffinarono: da Hollywood ecco Rodolfo Valentino (al quale dedicherà nel ’51 su “Epoca” un reportage dalla natia Castellaneta), ovviamente Chaplin – a cui riserva importanti scritti critici – e la “divina” Greta Garbo: passione condivisa, rivela una lettera del ’33, con l’amico avellinese, e futuro critico letterario, Carlo Muscetta.
PASSIONE D’ATTORE
C’è un’immagine che, forse più di ogni discorso critico, ci aiuta a evocare l’intenso rapporto tra Alfonso Gatto e il cinema: la fotografia, in una pausa di Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, che ritrae il poeta, nei panni dell’apostolo Andrea, insieme ad una irriconoscibile Elsa Morante e ad una giovane comparsa.
Uno scatto “rubato”, nell’estate del ’64, sul set di Massafra: “Lungo le strettoie del vecchio centro storico mi capitò di notare Alfonso Gatto insieme a Elsa Morante mentre si riposavano in uno stanzone buio e fresco. Se ne stavano stravaccati su mucchi di fiscoli in mezzo a torchi e tini, in un frantoio vinicolo. Riuscii a fare un solo scatto. Dopo mi chiesero se si potesse procurare un po’ d’acqua fresca”, ricorda il fotoreporter Domenico Notarangelo in Pasolini. Scatti rubati, a cura di Cetta Brancato, edito da “Quaderni di Cinemasud”.
In quell’istantanea affiorano i sentimenti con cui Gatto ha vissuto il suo feeling con la settima arte: un’assoluta disponibilità, un’attrazione antica, persino una naturalezza da attore consumato (sebbene avesse allora al suo attivo un solo film, nel lontano ‘46: Il sole sorge ancora, di Aldo Vergano, nei panni di un macchinista).
Grazie a Pasolini, confessò su “L’Europa letteraria”, aveva riscoperto l’autentica poesia del Vangelo. E per lui tornerà sul set quattro anni dopo, in Teorema, film-chiave di Pasolini e del ‘68, interpretando il ruolo di un medico.
È possibile rintracciare un filo conduttore in questa attività di attore, incostante e in fondo marginale ma vissuta da Alfonso Gatto con passione e rigorosa professionalità?
In effetti esiste una linea-guida, e riguarda il legame molto stretto ed evidente tra il cinema e la letteratura.
Nel caso della filmografia di Pasolini (che non a caso teorizzava e auspicava un “cinema di poesia”) questo nesso è talmente esplicito e coerente che non occorre illustrarlo. Non meno significativo, tuttavia, è l’intreccio con la migliore narrativa italiana contemporanea dei due film usciti nel ‘76, entrambi peraltro fortemente connotati in senso politico e, diremmo, antropologico.
In Cadaveri eccellenti l’ispirazione da Leonardo Sciascia, prima ancora che esplicitamente dichiarata, si riverbera nella sceneggiatura complessa, nei dialoghi, soprattutto nelle atmosfere che danno tono e profondità al film di Rosi.
Anche il film “generazionale” Caro Michele è tratto da un romanzo di successo, di Natalia Ginzburg, di cui riprende insieme al titolo anche il senso del tormento (interiore e pubblico) del protagonista e della gioventù italiana del post-’68.
Sia Pasolini che Rosi, più di ogni altro regista italiano, costruiscono il cast degli interpreti secondari di alcuni tra i loro film “pescando” a piene mani dalla letteratura e anche dalla politica (si pensi al Carlo Fermariello di Le mani sulla città, peraltro grande amico e compagno di militanza di Gatto), quasi a voler affermare anche plasticamente la necessità e l’importanza di una cultura senza steccati, dove narrativa, cinema e arte possono interagire in maniera complementare e con esiti artistici più elevati. Ma già nell’esordio del ‘46, per il film di Vergano sulla Resistenza, il già affermato poeta Gatto era affiancato nel cast dello scrittore e critico teattrale Ruggero Jacobbi e da due tra i più illustri critici di cinema, Guido Aristarco e Glauco Viazzi, nonché dal dirigente nazionale dei giovani comunisti Gillo Pontecorvo, che con ogni probabilità maturò in quell’esperienza sul set la determinazione a percorrere professionalmente la strada del cinema.
Alla base di queste “scritture” nei cast dei film interpretati vi era dunque una duplice radice: la passione ante litteram di Alfonso Gatto per il cinema; e la rete, vastissima e profonda, di relazioni letterarie, culturali e umane che il poeta aveva saputo costruirsi nel tempo e in molte città (anche in virtù di un carattere affabile, unito al prestigio intellettuale di cui aveva goduto fin da giovane), grazie anche alla febbrile collaborazione a giornali, riviste, iniziative editoriali e all’impegno politico.
Pasolini, innanzitutto, e Sciascia, Ginzburg, Aristarco, e con loro tanti sceneggiatori, registi (Gatto collaborò a programmi tv di Alessandro Blasetti e di Liliana Cavani), critici di cinema e di teatro. Sempre sull’onda di una vitale curiosità per il mondo dell’immagine e dello spettacolo e per le straordinarie potenzialità (da Gatto subito intuite) offerte dalla sinergia tra la parola scritta, le arti visive, la scena e lo schermo.
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