CONSOLATO A MILANO / I NUOVI “SCHIAVI” DELLA DEMOCRAZIA USA

Le solite amerikanate sulla pelle dei poveracci.

Non può certo smentire se stessa, la Casa Bianca, nelle sue smanie di grandeur in lungo e in largo per il mondo. Stavolta l’esempio arriva proprio da casa nostra, per la precisione a Milano, dove sono corso da un paio d’anni i lavori per la realizzazione della nuova mega sede del Consolato Usa per oltre 350 milioni di dollari.

Un progetto bipartisan, dunque, mezzo democratico (presidenza Biden) e mezzo repubblicano, con il Tycoon che dato il suo ok al faraonico progetto, of course, perfettamente in linea con l’altra pazza idea di realizzare una altrettanto faraonica ‘State Ballroom’ in un’intera ala  (ben 8.300 metri quadrati di superficie!) della Casa Bianca. Sa tanto di Titanic

La dirty story è venuta a galla in questi giorni con le indagini della Procura milanese sul caporalato griffato Usa: anzi, lavoratori “ridotti in stato di schiavitù” – così scrivono letteralmente gli inquirenti – dall’azienda che sta realizzando i lavori, la divisione italiana della statunitense ‘CADDELL CONSTRUCTIONS’.

Il capo cantiere e manager dell’azienda, il turco Ulas Demir, è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio, in provincia di Bergamo, mentre stava fuggendo all’estero, direzione Istanbul. Poche ore fa, poi, è stato fermato il ‘caporale operativo’ della gang, l’indiano Aji Appukfan. A breve il gip del tribunale meneghino dovrà confermare i fermi e procedere agli arresti cautelari.

Il modello del nuovo consolato USA di Milano e, sopra, i lavori

Vediamo adesso qualche dettaglio in più sul colossale progetto. Messo a fuoco da uno dei più gettonati studi di New York, ‘SHOP ARCHITECTS’ e in fase di realizzazione da parte di Caddell: il tutto sotto la lente d’ingrandimento del ‘Bureau of Overseas Building Operations’ (OBO per i suoi fans), l’Agenzia Usa che segue tutte le sedi diplomatiche a stelle e strisce nel mondo. Un supervisione che, stavolta, ha fatto clamorosamente flop. Perché non accorgersi di (oppure chiudere gli occhi su) una vicenda simile in corso da tempo è davvero criminale: e la dice ancora una volta lunga sulla ‘democrazia’ e la ‘libertà’ sempre sbandierata dagli Usa, una tragica sceneggiata che purtroppo continua.

Il complesso sorge in piazzale Accursio su una superficie di oltre 40 mila metri quadrati. Il cantiere si sviluppa nell’area dell’ex Tiro a Segno della Cagnola.

In particolare, il progetto prevede tre maxi location-base.

La ‘Liberty Plaza’, ossia una piazza triangolare che funge da accesso e dove saranno realizzate mostre, convegni, eventi. Il ‘Parade Ground’, vale a dire un’area di ritrovo dedicata alla manifestazioni più solenni: farà bella mostra un padiglione ad arcate ed un fantastico laghetto artificiale. Infine, il ‘Liberty Building’. L’intero complesso prevede aree verdi, percorsi pedonali, giardini, giochi d’acqua “per interagire con il tessuto urbano”, precisano i progettisti.

Uffici e strutture disseminate ovunque lungo circa 7 mila metri quadrati – spiegano ancora – saranno al servizio del corpo diplomatico, degli uffici amministrativi e del pubblico.

Caso mai, in futuro, potranno accedervi anche gli ‘schiavi’ indiani che da mesi e mesi lavorano per mettere in piedi la faraonica struttura: che ricordano, sul serio, quegli schiavi d’Egitto che un tempo sudavano per realizzare le celebri Piramidi.

Stavolta si tratta di circa 200 indiani, arruolati dall’agenzia  di Nuova Delhi ‘Dinamic House’ e smistati come carne da macello al colosso mattonaro Usa Caddell: le cui tariffe sono ben precise, 2 euro all’ora per ogni schiavo, costretto a lavorare non meno di 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana.

Ecco la ciliegina sulla torta: i servi indiani sono costretti a pagare di tasca loro (cioè con la miseria che guadagnano) 900 euro per vitto e alloggio (di merda). Calcolato quindi che non beccano più di 1.200 massimo 1.300 euro al mese, alla fine restano in mano 300-400 euro. Altro che schiavi!

Non è finita qui: ogni schiavo ha dovuto sborsare 4.500 euro per poter sbarcare clandestinamente negli Usa. Da una illegalità all’altra, per costruire la sede consolare della più grossa democrazia del pianeta….

That’s America, falks!

Una nota finale, tanto per mantenere viva la MEMORIA.

Una foto dalla cena di Di Pietro e Contrada con gli 007 americani

Il Consolato americano di Milano, proprio ad inizio anni ’90, passò alle cronache – subito dimenticate – per aver ospitato, nell’anno che ha preceduto lo scoppio di Mani Pulite, i ‘regolari’ incontri tra il console a stelle e strisce di allora Peter Semler, e il pm di punta del PoolAntonio Di Pietro. L’ex poliziotto lo ragguagliava in modo minuzioso circa l’andamento dell’Operazione, e poche settimane prima che avvenisse, gli preannunciò il mandato d’arresto nei confronti di Bettino Craxi.

Da tener presente che Di Pietro ha storicamente coltivato ottimi rapporti con agenti della CIA, come testimonia in modo emblematico una foto che ritrae don Tonino nel corso di una cena prenatalizia del 15 dicembre 1992 con Bruno Contrada (che verrà arrestato un paio di settimane dopo), un agente della CIA e un agente della ‘Kroll Investigations’.

Poi qualcuno osa ancora negare che la nostra Tangentopoli è stata totalmente eterodiretta dalla CIA


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