Riproponiamo l’analisi storico-politica di Israele e della sua indegna pagina di storia attuale, in cui fa prevalere guerra e violenze inenarrabili a causa della sua politica di espansione genocida. Molti non condividono, sono studiosi, giornalisti, storici e intellettuali che si sono cimentati a intervenire nel tentativo di interpretare il senso di tanta ferocia.
Proviamo a partire da un interessante articolo di un noto e apprezzato storico e scrittore italiano specializzato in storia militare, Alessandro Barbero, che ha scritto “… collettivamente oggi viviamo in un pezzo di mondo che si crogiola nell’idea di essere il meglio, di avere i valori più meravigliosi, che ogni tanto chiede scusa perché in passato ha commesso qualche errore e, forse, ha sbagliato. Ha sterminato gli indiani d’America, gli aborigeni, ha fatto il colonialismo, ha fatto queste e tante altre cose orribili, ma quelli erano le colpe dei nostri antenati … che non capivano niente. Noi invece siamo buoni, abbiamo valori eccellenti e superiori a quelli di tutti gli altri”. Insomma, ha scritto Barbero, noi non ci accorgiamo che siamo identici a quei nostri antenati, quando hanno sterminato popolazioni considerate selvagge e quando hanno colonizzato altri continenti pensando seriamente di essere migliori. No, ora sappiamo che questo non è mai stato vero e che noi eravamo e siamo identici a loro e lo stiamo dimostrando al mondo intero. Forse li abbiamo ripudiati pubblicamente, ma siamo identici. Sono cambiate solo le nostre motivazioni. Se prima queste erano prevalentemente religiose, oggi pensiamo di portare loro democrazia e benessere, ma l’atteggiamento mentale continua ad essere lo stesso.
Se analizziamo con onestà intellettuale quanto sta accadendo in Palestina, non possiamo non vedere che l’Occidente ha colpe enormi. Barbero unisce in questa sua riflessione i concetti di colpa e di odio.
Altro caso è Noam Chomsky, noto e rispettato studioso di origine ebraica immigrato negli Stati Uniti dall’Ucraina nel 1913, docente presso alcune prestigiose università americane di Harvard e presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology), Chomsky ha detto nell’ambito di in una sua conferenza, parlando di Israele “… parte della tragedia del popolo palestinese è che non hanno sostegno internazionale e non hanno ricchezza e che, anche per questo, non hanno potere … quindi non hanno diritti. Il mondo purtroppo funziona così. I tuoi diritti corrispondono al tuo potere e alla tua ricchezza. Proprio come, negli Stati Uniti, non dovremmo essere sorpresi se un ragazzo negro povero, a Roxbury, non ha gli stessi diritti di una persona ricca che vive in periferia. Lo stesso accade in ambito internazionale. Quindi le persone palestinesi possono ricevere anche dichiarazioni di sostegno, ma nessuno si spenderà mai molto per loro. Soprattutto se gli Stati Uniti minacciano chiunque provi a fare qualcosa. Quello che qui viene chiamato interesse nazionale non è altro che l’interesse delle forze dominanti interne alla società statunitense. Quindi l’interesse nazionale corrisponde all’interesse dei super-ricchi, delle grandi corporazioni, di chi controlla la politica e così via. Quindi questo famoso interesse nazionale non ha nulla a che vedere con l’interesse della popolazione, perché la popolazione è sostanzialmente irrilevante. La gente dice che ci dovrebbero essere tasse molto più alte per quelli più ricchi? e invece succede che le tasse sui ricchi diminuiscono. È sempre uguale. Non viviamo in una società in cui i cittadini possono influenzare la politica. La cittadinanza esiste ma è costantemente ignorata a meno che non forzi la mano a chi governa con un proprio ingresso nel sistema praticando un serio attivismo”.
Riportiamo poi anche le dichiarazioni di Sarha Friedland, regista e coreografa americana premiata a Venezia all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Nel suo intervento di ringraziamento ha detto “… come artista ebrea americana che lavora con un mezzo basato sul tempo, devo sottolineare che sto accettando questo premio nel 336° giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76° anno di occupazione. Credo che sia una nostra precisa responsabilità, come operatori del cinema, utilizzare le piattaforme istituzionali attraverso le quali comunichiamo per rimediare all’impunità di Israele sulla scena globale. Sono solidale con il popolo palestinese nella sua lotta per la liberazione”.
Questo è il pensiero dominante di alcuni intellettuali ebrei che vivono da anni in America, ma che rifiutano la violenza verbale di Netanyahu e di Trump, come e quanto quella agita dall’esercito israeliano. Il rapporto tra emigrazione e immigrazione in Israele sta subendo una storica inversione di tendenza negli ultimi anni, per la prima volta dalla sua fondazione il Paese registra un saldo migratorio negativo. Il numero di cittadini che lasciano Israele oggi supera stabilmente quello dei nuovi arrivi. Questo dato è probabilmente connesso alla guerra permanente che quel paese sta praticando con il conseguente richiamo alle armi dei suoi abitanti abili. Non sappiamo se queste considerazioni possano essere comprese anche dalla, sempre più impaurita, popolazione americana.
Speriamo che quel popolo si faccia più influenzare dalle parole di pace del connazionale Leone XVI che da quelle violente del loro attuale presidente.
Scopri di più da La voce Delle Voci
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.























