Il “me ne frego” delle camicie nere risuona stridulo nella coscienza a suo tempo ferita del popolo dei democratici. È devastante il suo remake (Treccani: ‘nuova versione, riedizione, rivisitazione’) e ripropone la iattura di regimi sovranisti, autoctoni, dittatoriali, dominanti. Non sembra per ora esserci modo di opporsi allo smantellamento che erode la carta dei diritti. Putin, Netanyahu, Erdogan, al Sisi, l’Iran dei pasradan, il tycoon Trump di una guerra al giorno, chi rapina le ricchezze del continente africano con la mediazione di fantocci complici del massacro di innocenti e per quanto ci riguarda la destra italiana di governo, se ne fregano di condanne e mandati di cattura, circolano impuniti, conservano rapporti sodali con Paesi irrispettosi di leggi e decreti della Corte Penale, della giustizia ordinaria e sovranazionale.
A questo vulnus mondiale, in pericoloso crescendo, si sovrappone l’inerzia dei popoli succubi, incapaci di far rispettare la sacralità dei diritti e di anteporre il ripristino della democrazia agli interessi personali, collettivi. In verità qualcosa potrebbe aver imboccato percorsi antitetici: l’America di Trump è sul banco degli imputati, prossima al the end senza l’onore delle armi. È spalle al muro per la sinergia dilagante degli oppositori, del dissenso. La spallata per il ko si deve alla virale disillusione dei sostenitori repubblicani, al dissenso in tema di economia fallimentare, discredito di immagine su tutti i fronti, alla condanna per la responsabilità degli States in guerre dissennate. Cosa fa difetto alla chiara intenzione di liberarsi di Trump impegnato a raddoppiare il patrimonio personale, familiare e di ‘amici’ tycoons? Un progetto alternativo, una loro autorevole, riconosciuta leadership. Ed è evidente l’analogia con quanto impedisce al ‘campo largo’ il colpo capace di ghigliottinare il melonismo e ripristinare l’Italia dei valori costituzionali, della democrazia antifascista.
È irrisolto il dualismo Schlein-Conte e lo complica il fuoco amico dei centristi che scalpitano per veder riconosciuto un loro protagonismo (in chiaro “posti di potere”) e gli fa riscontro l’incompreso stop della sinistra che blocca l’urgenza di proporsi al popolo degli elettori con un progetto corrispondente alla domanda di concretezza in grado di affrontare i bisogni del Paese.
Insomma: “Fate presto!”
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