Giannattasio, la coscienza poetica

Il 23 maggio scorso si è spento nella sua Solofra Antonio Giannattasio, circondato dall’affetto dei familiari e dalla stima e dal rimpianto di una intera comunità.

Operaio nell’industria della concia fin da ragazzo, ha rivelato nel corso della sua esistenza una straordinaria vena artistica, come pittore e poeta, uno dei più autentici e importanti dell’Irpinia contemporanea. Nel 2023 è stato insignito di una Targa nella prima edizione del “Premio Pasquale Stiso”, ad Andretta, e nel 2011 è stata pubblicata (dalla casa editrice Mephite, in collaborazione con la Filctem Cgil provinciale e regionale) la sua prima raccolta di poesie: Intorno un vento di bandiere, a cura di chi scrive, con prefazione di Franco Fiordellisi e postfazione di Lanfranco Polverino, destinata a una prossima ristampa (dopo due edizioni molto apprezzate dai lettori) per far conoscere anche alle nuove generazioni i versi e soprattutto la coscienza poetica di un protagonista, umile quanto prezioso, del movimento operaio e della letteratura in provincia di Avellino, e non solo.

Per ricordare Antonio Giannattasio riproponiamo ai lettori il capitolo a lui dedicato nel libro Operai neri di sogni (Mephite, 2013).

 

Il poeta operaio? Un’assoluta rarità, una figura demodé, quasi un ossimoro nell’Italia odierna, per effetto di una società letteraria sempre più rarefatta ed autoreferenziale e dello scarso glamour che il mondo delle fabbriche e della produzione esercita sui media e anche sulla cosiddetta “sinistra di governo”.

E’ una tendenza di lungo periodo, peraltro, nella cultura italiana: tranne una breve parentesi nel secondo Novecento, al tempo della presunta egemonia dell’intellighenzia marxista, la presenza degli scrittori di estrazione operaia risulta marginale, persino rispetto ai poeti contadini. Colpa di un debole feeling tra letterati e lavoratori manuali, che non di rado si trasformava in aperta diffidenza, come testimoniava, ormai un secolo fa, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, uno dei poeti più progressisti e “organici” alla classe operaia: Vladimir Majakovskj.

Gridano al poeta:/ “Vorrei vederti al tornio!/ Che cosa sono i versi?/ Roba inutile!”, è l’incipit della sua Poeta operaio, in cui tuttavia la lucida visione dei problemi non scalfisce, ma invece alimenta, la nobile utopia di un cammino di fratellanza: “Siamo pari./ Compagni nella massa operaia./ Proletari del corpo e dello spirito./ Soltanto insieme/ renderemo bello l’universo”.

La copertina di “Operai neri di sogni”. Sopra, Antonio Giannattasio intervistato ad un evento della Cgil

E poi: quale operaio? Come è stato rappresentato da scrittori e poeti? Nel nostro immaginario collettivo (alimentato da letteratura, cinema, satira, canzoni) rimane prevalente il topos dell’operaio-massa, volitivo e “quadrato”, incazzato contro i “padroni” e sempre solidale con i “compagni”, idealmente abbracciati ed uniti in un festoso corteo di bandiere rosse, proiettato verso il “sol dell’avvenire”.

Ecco che allora finiscono per sorprenderci, e spiazzarci, i versi di Antonio Giannattasio, lavoratore della concia a Solofra, l’antica cittadella industriale d’Irpinia: “Chi sono/ in questo corteo d’ignoti/ sotto il sole?/ Intorno un vento di bandiere/ e giovani sorrisi,/ in me un peso di anni./ Quanto tempo avrò per crederci?”, sono i versi iniziali di una tra le più esemplari delle sue oltre cento poesie, oggi note a pochi intimi e tutte inedite, per quel sentimento di modestia e pudore che distingue i veri poeti da coloro che si proclamo tali.

Bisognerebbe pubblicarle e leggere tutte, per apprezzare compiutamente il complesso universo di immagini ed emozioni di una delle voci più interessanti ed originali della poesia contemporanea in Irpinia (e non solo): per la vasta gamma di sentimenti, temi, situazioni, che vanno ben oltre la formula riduttiva – attribuita di norma agli scrittori operai – di “canto sociale” o di protesta; per la raffinatezza delle soluzioni linguistiche e degli accostamenti di concetti e stilemi; per il rapporto non risolto, ma sempre viscerale, che lo lega all’odiosamata Solofra, soprattutto quella delle ciminiere, dei vicoli stretti ed oscuri, dell’antica via Forna; per la capacità di mettere a nudo la sua anima e di scandagliarne ogni più intimo palpito; per la costante dicotomia tra il suo graduale distacco dalla vita e dal mondo e i residui aneliti di amore e speranza (è “sogno”, più ancora che “ricordo”, ”rimpianto”, “illusioni”, la parola-chiave della poetica di Giannattasio), che rimanda all’intensa esperienza di militante e scrittore di Pasquale Stiso, il poeta-sindaco di Andretta; e, non ultima, per la sua personalissima formazione letteraria, che, in mancanza di un regolare corso di studi (o, forse, anche per questo?) si è sedimentata nel tempo sulle ali di una curiosità genuina verso il bello ed il nuovo, delle onnivore letture da autodidatta, e della sensibilità di un “cuore adolescente”, come egli stesso la definisce, ignota e irraggiungibile (con rare eccezioni) ai letterati “colti” d’Irpinia.

Nella silloge di Antonio “’u poeta” – come lo hanno ribattezzato i suoi concittadini, con quel mix di palese disincanto e malcelata ammirazione per tutto ciò che è cultura tipico dei solofrani – la retorica è contenuta entro limiti fisiologici, ed è assente ogni sintomo di autocompiacimento per la “classe operaia”, raffigurata con tratti essenziali di malinconia e di silenzio (“Operai neri di sogni/ vanno al Centro sociale e noi/ li guardiamo in un angolo,/ bandiere, quattro gatti che fumano,/ età smarrite,/ ideali sbiaditi/ e cento altre cose da parlare”), prostrati dalla fatica e dalla rassegnazione (“La pioggia aspetta gli operai/ per bagnarli di buio:/ frammenti di luci sull’asfalto/ e ore di nulla stasera/ in un groviglio di strade,/ di sogni a metà,/ in un’eco di solitudine sempre”), in una Solofra immobile ed uggiosa che Giannattasio dipinge (è anche un ottimo disegnatore) con i tratti tipici, anziché di un paesaggio meridiano, di una grigia periferia del Nord industriale: “Sono cartoline colorate le concerie/ contro i monti a sera/ e il sole cala dietro vetri di fumo/ nelle acque torbide della Solofrana./ Sono i giorni di sempre./  Gli anni cadono come mura./ S’alzano al cielo gli steli neri/ delle ciminiere; il tuo respiro, Solofra/ il mio respiro, l’urlo delle sirene/ logora anime, deturpa il sogno”.

E in questa enclave meridionale del ricco e violento Nord Est eccola, scolpita da Giannattasio con la sua penna delicata e mordace ad un tempo, la vera, unica classe egemone, volitiva e coesa: “Sono sempre lì/ con la loro rabbbia di vivere/ e l’illusione di averla/ fatta franca in qualche modo/ dietro una solida barricata di buon senso/ e taciti accordi./ La morale dei ricchi sosta impunita/ davanti al Bar centrale,/ mentre un vigile tignoso gira al largo/ a multare utilitarie sfasciate”.

Altro che scrittore estemporaneo e locale! Dovrebbero leggerli nelle fabbriche e nelle scuole i versi di Antonio “’u poeta”.

A cominciare da Paese quotidiano, dove la sua Solofra si erge a plastica metafora di un Paese più grande, l’Italia di inizio millennio, che esalta l’apparenza e respinge i giusti e i poeti: “Questa ignota paura o attesa/ un paese disadorno/ dove tutti si sporgono dal banco/ per copiare il tema del vicino/ temendo gli orali,/ contenti di vivere in una mediocre sufficienza/ purchè sia eccellente il conto in banca,/ senza graffi l’auto nuova,/ senza macchie il vestito,/ in un paese così costa caro sognare/ e il mito è una fragile corda sull’abisso./ Ogni stagione seppellisce più pietre ed io/ rimando a domani le mie ragioni di vita”.

 

 


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