Incontro storico a Pechino tra il numero uno cinese Xi Jinping e il capo della Casa Bianca Donald Trump. Non accadeva da oltre mezzo secolo un meeting così affollato di vip & big a stelle e strisce al seguito.
Ufficialmente sul tappeto una serie di questioni strategiche bollenti, come l’Iran, Taiwan, i dazi, i rapporti tra i due Paesi e via di questo passo.
Abbiamo più volte sottolineato come in quest’anno di America letteralmente scatenata sul fronte bellico (golpe in Venezuela, guerra all’Iran, Cuba lì lì per essere occupata e via massacrando popoli & diritti), la Cina non abbia praticamente mosso un dito, pur potendolo fare. Perché sa di poter contare su uno strumento che vale più di un’atomica: ha ‘in mano’ il debito Usa e quindi può, se vuole, mandare in crac le finanze Usa in un batter di ciglia, forte anche del suo yuan super star, ben all’altezza di far tremare e – se vuole – crollare il dollaro.
A questo punto scorriamo in rapida sintesi due pareri illustri. Uno espresso dal saggista, scrittore e notista dell’Associated Press Patrick Wood. Il secondo dal nostro Pino Arlacchi, ex vice Segretario generale dell’ONU e candidato per la poltrona di prossimo numero uno al Palazzo di Vetro dall’Associazione Internazionale di Giuristi CRED.
Una breve premessa, che sta solo nell’elenco dei 16 pezzi da novanta che fanno da ‘prestigioso’ codazzo a King Trump.
Eccoli: Elon MUSK (Tesla, X Space) e Jensen HUANG (il numero uno del colosso dei chip NVIDIA, di origini taiwanesi) a bordo dell’Air Force One con il Tycoon. E poi, ciascuno a bordo del suo jet privato: Larry FINK (BlackRock); Tim COOK (Apple); David SOLOMON (Goldman Sachs); Stephen SCHWARZMAN (Blackstone); Jane FRASER (Citigroup); Sanjay MEHROTRA (Micron Technology); Michael MIEBACH (Mastercard); Rayan McINERNY (Visa); Dina POWELL McCORMICK (Meta Platform); Lawrence CULP Jr. (Gea Aerospace); Jacob THAYSEN (Illumina); Jim ANDERSON (Coherent Corp); Brian SIKES (Cargill); Chuck ROBBINS (Cisco).
La crema Usa di Big Tech, Fondi speculativi, banche & assicurazioni. Il gotha.
Brevissima digressione. 5 big (per la precisione Fink, Musk, Cook, Solomon e Schwarzman, fanno parte dell’Advisory Board dell’ateneo TSINGHUA, la più prestigiosa università cinese di scienza, ingegneria e tecnologia.
Eccoci al Wood Pensiero.
Si tratta – sostiene – della “fusione formale della tecnocrazia americana e cinese in un unico ordine globale integrato”. E a dirigere l’orchestra – a suo parere – sarà ‘The Donald’. E’ lui il più forte, è lui a dare le carte.
Ed ha anche imposto l’agenda fino ad oggi top secret: vale a dire l’istituzione del BOARD of TRADE (Il Consiglio del Commercio) e del BOARD of INVESTMENT (il Consiglio degli Investimenti), due organismi bilaterali che regoleranno in futuro le relazioni commerciali e i flussi di capitali tra Usa e Cina, al di fuori del quadro esistente (il WTO).
Secondo la drastica visione made in Wood, la Cina oggi parte da 5 grossi handicap nei confronti degli Stati Uniti: il divario di esperienza bellica; lo strangolamento energetico; la defezione di non pochi alleati (Emirati Arabi e Qatar in primis), lo spostamento dei ‘corridoi fisici’; la ‘Pax Salica’lanciata da Trump nel 2025 e che esclude la Cina.
Scrive l’editorialista dell’Associated Press: “La Trilateral Commission ha impiegato trent’anni per costruite la ‘scatolo’ WTO. Trump l’ha distrutta, ma a Pechino adesso, per costruirne una nuova, c’è Larry Fink, membro della Trilateral, co-presidente del World Economic Forum e direttore CFR”. Cin cin.
E aggiunge: “La dottrina, secondo cui il commercio globale deve essere governato da organismi tecnocratici isolati dalla deliberazione democratica, rimane identica. Quella che si sta costruendo a Pechino non è un’architettura di pace, ma l’architettura fondativa di un nuovo ordine globale post-democratico, assemblato sotto gli occhi di tutti. Trump è il ‘Tecnocrate-in-Capo. E Xi Jinping, nonostante tutta la retorica sul multipolarismo, sceglierà la Tecnocrazia”.
Diametralmente opposta la visione di Pino Arlacchi, improntata invece a un vero multipolarismo che sta progressivamente spostando il suo asse verso Oriente, sotto la spinta propulsiva dei BRICS, l’organismo di cooperazione internazionale costituito ormai quasi una ventina d’anni fa da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (come dice il suo acronimo). E la Cina ne è protagonista assoluta: di tutta evidenza, quindi, non può tradire il patto per una super accordo con il rivale storico a stelle e strisce a botte di chips & intelligenza artificiale.
Secondo Arlacchi, il summit di Pechino rappresenta “per Washington il tentativo di salvare il proprio prestigio diplomatico”: insomma una ‘trumpata’ in piena regola per gettare solo fumo negli occhi e ‘coprire’ gli ultimi clamorosi errori strategici (caso Iran e genocidio a Gaza, sotto le pressioni di Tel Aviv).
Sul fronte iraniano, a suo parere, Pechino non ha certo l’intenzione di mollare il suo alleato storico che è Teheran per agevolare la politica imperialista Usa.
L’attuale situazione energetica penalizza in modo pesante soprattutto i paesi occidentali, Europa in pole position. Mentre la resilienza asiatica, ed in particolare cinese, si basa su due pilastri: l’elevata indipendenza energetica di Pechino e la peculiare struttura del suo sistema economico. La Cina, infatti, dispone di un ‘firewall’ istituzionale capace di arginare il contagio speculativo tipico dei mercati occidentali. Il baricentro economico mondiale, ormai stabilmente spostato verso i BRICS, dispone di tutti gli anticorpi necessari per assorbire lo shock, confinando i danni peggiori alle economie euro-atlantiche.
Ed emblematicamente afferma: “La Cina ha aspettato il cadavere di Trump e degli Stati Uniti sulla riva del fiume”. Ha perfettamente ragione.
Come la Voce ha sostenuto in un suo pezzo di appena qualche settimana fa. E’ infatti del 21 aprile scorso
CINA / SURCLASSA GLI USA. ED E’ SUPER YUAN
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