Destre xenofobe, ipersovraniste e ultraconservatrici trionfano in lungo e in largo per l’Europa, schiacciando come sassolini i residui di una sinistra che non c’è più.
Succede in questi giorni e in queste ore, ad esempio, nel Regno Unito e in Romania.
Partiamo dalla perfida Albione, dove è al rush finale lo spoglio per le amministrative che hanno visto scendere in campo tutto il Regno Unito, ma ormai lo scenario è perfettamente delineato.
Torna come un vero tsunami il numero uno degli antieuropeisti (e padre della BREXIT), l’inossidabile Nick Farage in sella a ‘Reform UK’, che diventa il primo partito in assoluto, strabattendo il Labour Party che il suo leader e premier, Keir Starmer, ha portato nel baratro, essendo riuscito nell’ardua impresa di perdere, d’un colpo solo, la metà esatta dei consensi, un 50 per cento che sa di perfetta Waterloo.
Esulta, e ne ha tutte le ragioni per farlo, il trionfatore Farage: “Si tratta di una svolta storica, epocale. E’ finalmente e sonoramente sconfitto il tandem che governa da sempre laburisti-conservatori. Il nostro partito è riuscito a stravincere in aree controllate da sempre dai Conservatori e anche in zone dominate dai Laburisti fin dalla prima guerra mondiale”.
Il crollo è più netto il casa Labour, ma i Tories escono ugualmente con le ossa rotte. Tengono, anzi guadagnano qualcosa, i centristi liberaldemocratici e i Verdi della sinistra radicale, capeggiati dell’emergenze Rack Polansky.
Incredibili le parole pronunciate dal premier e capo del Labour che ha ridotto in macerie, Starmer, il quale invece di dimettersi all’istante (lo avrebbe già dovuto fare mesi fa per lo scandalo Epstein che ha coinvolto in pieno il suo governo, per non parlare di Buckingham Palace), ammette sì la il KO (“una sconfitta molto dura”, “fa male” pigola), ma fa spallucce e tira diritto.
Sentite le sue farneticazioni, da immediato ricovero: “Non ho intenzione di farmi da parte. Non ho intenzione di sottrarmi a questi problemi e queste sfide”.
E ‘intuisce’: “Gli elettori hanno inviato un messaggio chiaro sul ritmo del cambiamento, su come vogliono che la loro vita sia migliorata e su come i politici eletti affrontano queste sfide”.
Poi ‘storicizza’: “Questa situazione va avanti da molto tempo…. Non abbiamo fatto abbastanza per convincere le persone che le cose possono migliorare più rapidamente e in modo efficace”. Per favore, qualche anima pia a Downing street chiami il locale 113….
Passiamo allo scenario romeno, che più caotico non si può. Con un Partito Socialdemocratico (PSD) che sfiducia il ‘suo’ stesso governo e se la intende con il primo partito d’opposizione, ARU. Ai confini della realtà.
Ricostruiamo per sommi capi l’intrico puzzle.
Il governo guidato dall’europeista Ilie Bolojan, in sella da meno di un anno (giugno 2025), è stato appena clamorosamente sfiduciato dal Parlamento, con 281 voti sonanti rispetto ai 233 necessari per mandarlo a casa. Gli ha infatti votato contro il principale, presunto sostenitore, il PSD, che ha unito i suoi voti a quelli della formazione di destra ultranazionalista AUR (‘Alleanza per l’Unione dei Rumeni’), capeggiata da George Simion.
A questo punto non ci sono molte alternative: agonizzare con un governo di minoranza fino al voto previsto non prima del 2028 e cambiando solo il premier; un governo ‘tecnico’, oppure subito alle urne. Non si scappa.
Mentre la crisi economica – il principale motivo di attrito tra i partiti – morde e si fa sentire. Il deficit di Bucarest, infatti, è quello più alto, con il suo drammatico 7,9 per cento, di tutta l’Unione europea.
Il brevissimo governo Bolojan era appoggiato da una colazione composta dal suo ‘Partito Nazionale Liberale’, dal PSD e altri ‘cespugli’, come i conservatori di destra di ‘Unione Salvate la Romania’ e il partito sempre di destra della minoranza ungherese ‘Unione Democratica Magiara di Romania’.
I più freschi sondaggi danno in netta crescita AUR, accreditata addirittura del 34 per cento; i socialdemocratici si attestano sul 23 per cento e i liberali al 18 per cento. Un bacino elettorale, quello di AUR, in fase di espansione: ma per la formazione di Simion il problema resta quello delle ‘alleanze’ necessarie per governare il Paese.
Infine, alcune dichiarazioni.
Il capo dello Stato, Nicusor Dan, cerca di buttare acqua sul fuoco e assicura che, comunque, il suo Paese manterrà un netto orientamento europeista e filo occidentale.
Esulta Simion: “Oggi è stata ascoltata la voce del popolo” e fa appello ad una “riconciliazione nazionale”.
Il leader PSD Sorin Grindeanu sostiene che il premier deve dimettersi mentre “è dovere dei partiti responsabili trovare una soluzione”. In sede UE, il gruppo socialdemocratico auspica “la rapida formazione di un governo credibile e filoeuropeo, guidato da una nuova leadership in grado di ristabilire fiducia, garantire una governance efficace e realizzare le riforme di cui la popolazione ha bisogno”.
Parla senza mezzi termini di golpe strisciante l’eurodeputato rumeno del Partito Popolare Europeo, il PPE, ossia Siegfried Muresan: “Stanno tentando di destabilizzare la Romania”. E aggiunge: “La mozione di censura è stata redatta e presentata in stretta collaborazione dal partito Socialista insieme al partito estremista AUR. Se questa collaborazione antieuropea otterrà la maggioranza, la formazione di un nuovo governo diventerà una loro responsabilità”.
Il caso regna sovrano sotto il cielo di Bucarest.
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