TERREMOTI / 50 ANNI FA IL ‘MODELLO’ FRIULI. E NEL 1980 IL MAXI AFFARE-RICOSTRUZIONE IN CAMPANIA

50 anni dal devastante terremoto in Friuli.

Sono ancora impresse nella memoria le immagini delle rovine di Gemona e di tanti paesini rasi al suolo, cumuli di macerie, i primi soccorsi, le gente a rimboccarsi subito le maniche per salvare il salvabile.

Un grande esempio di solidarietà, impegno civile,  voglia di ripartire da zero con indomito coraggio. E per una volta l’esempio di una Protezione civile, allora alle prime armi, che diede il massimo, personificata da uno dei rari DC per bene, Giuseppe Zamberletti. E di una politica – attraverso l’operato di tanti eroici sindaci – che miracolosamente funzionò, a fianco della popolazione.

Un raggio di luce nel buio, perché in circostanze analoghe istituzioni e politici hanno mostrato il peggio possibile del loro repertorio.

Appena 4 anni dopo la prova del nove, il terremoto in Campania del 23 novembre 1980, epicentro in Irpinia.

Il terremoto che devastò l’Irpinia nel 1980. Sopra, il sisma in Friuli 50 anni fa

Mentre in Friuli la tragedia diventò l’occasione per una ricostruzione e un futuro, in Campania si trasformò ben presto nell’occasione storica di rubar soldi a palate e mettere in campo uno schema a 3 punte che poi utile in tutte le ‘emergenze’ e lavori’ straordinari, come più avanti vedremo.

Quell’attacco a 3 era composto dai POLITICI di riferimento in grado di stanziare le cifre giuste; le IMPRESE altrettanto di riferimento per quei politici, vere e proprie acchiappa-appalti; e, of course, la CAMORRA. Che beccava il 20-25 per cento della TORTA. Uno schema scientifico, sempre più oliato, imbattibile.

E fu così che la cifra inizialmente stanziata, partita da circa 150 miliardi di vecchie lire, nel corso degli anni è almeno decuplicata.

Anche qui lo schema è molto semplice: l’IMPRESA di riferimento riceve un maxi appalto, lo smista subito a 2-3 sigle in subappalto, per lo più di camorra, e a questo punto partono le danze: a botte di ‘revisioni prezzi’, ‘varianti in corso d’opera’, le famose ‘sorprese archeologiche’ che diventano una prassi e fanno lievitare i costi. Insomma, un’interminabile catena di Sant’Antonio a tutto favore di affaristi e clan e a scapito delle casse pubbliche.

Da sottolineare che con i soldi pubblici del terremoto sono state realizzate opere che nulla avevano a vederci, faraoniche, devastanti per l’ambiente e del tutto inutili: un esempio per tutti, le bonifica dei REGI LAGNI, costata oltre 1000 miliardi di vecchie lire e servita a nulla. Tutta l’area, infatti, ha dovuto essere ri-bonificata dagli stessi autori dello scempio!

I Regi Lagni

E proprio grazie ai danari pubblici si svilupparono gigantesche fortune, a tutto beneficio dei ras della politica di allora, delle imprese-amiche, e dei clan, che vedranno il loro ‘peso’ crescere in quegli anni a dismisura.

La Voce per tutti gli anni ’80 ha seguito passo passo l’assalto alle casse dell’erario, e ha pubblicato, a 10 anni esatti da quella tragedia trasformata in un maxi business, ossia a novembre 1990, il significativo ‘GRAZIE SISMA – Pomicino, Scotti, Gava De Mita e& C. – Dieci anni di potere e terremoto”, firmato da Andrea Cinquegrani, Rita Pennarola (direttore e condirettore della Voce) e da Enrico Fierro, per anni colonna della Voce e poi inviato per anni dell’Unità.

Il modello-terremoto è stato, come accennato, l’apripista per altri colossali affari, sempre a botte di mattoni, infrastrutture & opere pubbliche: quindi, al solito, saccheggiando le casse dello Stato.

In pole position, neanche dieci anni dopo, l’affare del secolo, quello del TRENO ad ALTA VELOCITA’ (TAV), su cui abbiamo scritto un altro fiume di articoli e inchieste. E che rappresentava il ‘piatto forte’ dell’ormai famoso dossier ‘MAFIA-APPALTI’ redatto dal ROS dei carabinieri e su cui per 1 anno e mezzo hanno lavorato Giovanni Falcone Paolo Borsellino prima di essere ammazzati rispettivamente a Capaci e in via D’Amelio. Il vero, unico movente di quelle stragi.

Un fiume di danari che parte alla chetichella, nel 1989, con a bordo appena 29 mila miliardi di vecchie lire. Quel fiume man mano s’ingrossa, meno di 10 anni dopo raggiunge quota 150 mila miliardi, poi se ne perde il conto, visto che i lavori – incredibile ma vero – proseguono ancor oggi.

Stesso il copione mandato in scena col terremoto e quindi ben noto a Lorsignori, i politici-imprenditori-mafiosi che vedono le loro fortune lievitare in modo esponenziale, finendo per condizionare (in modo patologico) le vita politica, economica e sociale dell’intero Paese.

Sul maxi affaire hanno scritto un memorabile libro Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, per tanti anni grandi firme della Voce: ‘CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’ uscito nel 1999.

Non vogliamo più portarla per le lunghe ma solo far necessario cenno agli esiti giudiziari delle ovvie inchiesta che si sono aperte sui due casi.

TERREMOTO Dopo anni e anni di inutili indagini a vuoto condotte da 4 magistrati (e costate chissà quanto al solito Stato spendaccione), tutto finisce in una bolla di sapone. Prescritto, come miracolosamente e ritualmente succede. E sapete perché? Perché non è stata contestata l’associazione mafiosa, il 416, che avrebbe portato ad una prescrizione quindicennale. E sapete ancora il perché? Perché gli inquirenti non hanno trovato traccia di alcuna presenza camorrista nell’affare! Ai confini della realtà.

Antonio Di Pietro

TAVUna dirty story giudiziaria che abbiamo più volte denunciato, protagonista il grande INSABBIATORE, al secolo ANTONIO DI PIETRO. Il quale, con gran ‘perizia’, riuscì ad avocare a sé il filone romano d’inchiesta (sul versante politico-amministrativo), sostenendo di avere un asso nella manica nelle sue indagini milanesi sul fronte economico-finanziario. Ossia l’Uomo a un passo da Dio, il faccendiere-banchiere italo elvetico Pierfrancesco Pacini Battaglia. Ma davanti a colui che conosceva i segreti di mezza Italia e anche del TAV, il guanto di ferro griffato Di Pietro si sciolse come neve al sole: non disse una parola e non fece neanche una notte in gattabuia. Grazie alla ‘difesa’ dell’avvocaticchio in arrivo da Avellino, tal Giuseppe Lucibello: un grande amico di don Tonino. Tutto archiviato. Capito?


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