Su Lab Politiche e Culture, in un interessante articolo a firma della giornalista napoletana Titti Marrone, si riflette sulla scomparsa della figura dell’intellettuale.
La sua riflessione parte da quella che una volta era definita la questione per eccellenza, quella “meridionale”, pane per i denti di intere generazioni di intellettuali e oggetto di accaniti dibattiti con tanto di metaforico spargimento di sangue da cui si usciva spesso stremati ma con la stessa posizione di partenza. Da quando è quella questione è uscita dalla sfera del dibattito ideologico di massa, assieme alla categoria degli intellettuali meridionalisti, forse dipendenti dalla sua stessa esistenza, appaiono più fragili le voci di quei tanti “intellettuali” che fino a ieri ne discutevano. È scomparsa dunque la questione meridionale, così come è scomparso dalla discussione colta persino la polemica sulla “società civile”, definizione confusa che ricompare raramente su giornali e riviste che parlano di politica e meridione. E pensare che, fino a qualche anno fa, non si poteva affrontava una qualsiasi elezione senza averne coinvolto almeno uno, una specie protetta per poi essere sostituita dalla presenza obbligatoria di candidate donne nelle liste. Oggi però sono chiamate in causa di rado, proprio come accade per i cosiddetti “intellettuali”, che pare siano completamente evaporati, almeno nella tipologia e nei numeri a cui eravamo abituati fino a qualche tempo fa. Eppure, per estremo paradosso, in campo culturale e artistico la centralità simbolica e creativa delle metropoli meridionali non è mai stata evidente e celebrata come lo è oggi. Prendiamo Napoli. Forse mai prima, come oggi, l’immaginario nazionale ne è stato tanto pervaso e affascinato grazie alle sue rappresentazioni artistiche e letterarie, filmiche, musicali, folkloristiche e perfino calcistiche. Il New York Times ha connotato Napoli come una “brilliant city”, e ciò almeno da quando “L’amica geniale”, il libro e la fiction, ha sostituito e messo finalmente ai margini quel maledetto stereotipo sociale veicolato dalla serie Gomorra”.
Ma dobbiamo pur evidenziare che mai come oggi tanti artisti, scrittori, musicisti e cineasti, rigorosamente napoletani, si sono affermati sulla scena nazionale come continua ad accadere. Intellettuali anch’essi? forse, ma completamente diversi da quelli di un tempo. Più autori di rappresentazioni artistiche della città, molto trendy tali da sembrare più utilizzatori del marchio della città che suoi commentatori. Un altro esempio importante viene dalla infinita schiera di filmaker, registi, sceneggiatori e operatori filmici a vario titolo che stanno facendo di Napoli il secondo polo nazionale, dopo Roma, nella produzione di film e serie TV. Per giunta, la città che è raccontata in queste fiction, è la stessa che è stata descritta da alcuni scrittori napoletani e sembra aver superato quella configurazione bifronte delle “due città in una”, quella lazzarona e proletaria e quella nobile e aristocratica.
“A proposito di paradossi e di intellettuali – dice Titti Marrone nel suo articolo – a Napoli è capitato spesso di aver vissuto impennate di creatività artistica in coincidenza con altri periodi assolutamente bui della sua storia. A ridosso del colera nel 1884, la città conobbe una sorta di Belle époque culturale con un dibattito vivacissimo che avrebbe sollecitato l’inchiesta Saredo e promosso la prima legge speciale con l’apertura dell’Ilva a Bagnoli. Fu attraversata da un fervore d’iniziative musicali, teatrali, figurative, letterarie che la proiettarono sulla ribalta internazionale da protagonista delle prime forme di produzione culturale di massa. Un esempio per tutto il mondo della canzone, una città dove le feste di Piedigrotta hanno avviato un’autentica industria musicale moderna, con la nascita di brani apprezzatissimi in ogni ceto sociale cittadino, esportati anche all’estero.”.
E oggi? Stando ai dati statistici della classifica annuale sulla vivibilità delle città italiane del Sole24ore, quello di oggi sarebbe un momento negativo per la città di Napoli. Anni fa, contro questo metodo di formulazione delle classifiche protestarono molti intellettuali del Sud e a rappresentarli tutti Erri De Luca disse “Considero un elemento imprescindibile della qualità della vita la cortesia e il sorriso. La musica per strada. L’ironia diffusa che permette di accogliere queste graduatorie con un sonoro ‘ma facitece ‘o piacere’”.
Per il 2025, la stessa classifica attesta un peggioramento netto rispetto al passato, collocando Napoli al posto 104 (su soli 107) e Bergamo al primo. In questo caso nessun intellettuale si è fatto vivo per contestarla. Persino il quotidiano della città, Il Mattino, ha avallato l’idea di un cambio di paradigma con un modello di città che vede stuoli di turisti invadere i Decumani, alloggiare in improbabili B&B ricavati persino nei bassi, addentare pizze a portafoglio nella Sanità, il quartiere popolare recentemente riscoperto.
Evidentemente a Napoli fa bene rinunciare agli intellettuali … ormai senza più seguito. Paolo Macry ha messo in luce il rapporto tra gli intellettuali napoletani e la politica, e insieme il dominio di figure carismatiche nella storia cittadina, da Masaniello a Lauro, da Valenzi a Bassolino, De Magistris e infine a De Luca, tutti nell’immaginario popolare collegabili a quella vecchia e mai abbandonata vocazione monarchica della più grande città del meridione.
Tutte queste figure oggi appaiono forse accomunate da tratti di populismo, recentemente esitati in atteggiamenti volgari quando non nettamente macchiettistici.
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