È da una poesia di impronta autobiografica – precisamente, da una strofa dell’ode All’Irpinia – che si possono definire i caratteri peculiari e il senso storico del confino in provincia di Avellino al tempo di Mussolini:
Mi volean morto i perfidi;
ma tu m’alzasti da la sepoltura
e mi scaldasti il cuore e apristi il ciglio,
tu mi parlasti tenera
e prendesti di me gentile cura
come ti fossi il più diletto figlio.
In questi versi di Osvaldo Sanini, il poeta genovese punito dal regime fascista con il domicilio coatto in un paesino dell’Irpinia, Grottaminarda, è idealmente racchiusa la parabola storica di quest’area dell’Appennino meridionale nel corso degli anni Quaranta: da terra per eccellenza (per la sua dimensione di isolamento e povertà) di confino e internamento a luogo di accoglienza – che Sanini giunge a umanizzare, apostrofandola con un caldo e confidenziale “tu”- per tanti antifascisti e cittadini italiani e stranieri internati nei primi anni del secondo conflitto mondiale.
“COME IN UNA FOSSA”
La vicenda biografica di Sanini – che oggi, nell’anniversario della Liberazione, sarà ricordata a Grottaminarda – è in tal senso emblematica: catapultato d’improvviso e in età già avanzata, con la morte nel cuore, in una terra sconosciuta del Sud, ne individuerà subito e lucidamente (descrivendoli con vibrante forza satirica nelle poesie dal confino) i vistosi sintomi di arretratezza e di ingiustizia sociale, scoprendo tuttavia nel medio periodo anche la genuina semplicità e le potenzialità intellettive e morali della sua gente più umile.
“E pure quella gente è buona e virtuosa, ed atta al lavoro. Sappiatela educare e vedrete di quanto è capace”, aveva osservato a metà del XIX secolo l’aristocratico salentino Sigismondo Castromediano, anch’egli costretto in Irpinia da un regime tirannico e recluso per espresso ordine di Ferdinando di Borbone nella “galera eccezionale” di Montefusco, tipico paese di montagna al confine tra le province di Avellino e Benevento, che durante il ventennio fascista – come vedremo nel capitolo su Luigi Bartolini – verrà riscoperto come luogo di pena per i liberi pensatori.
Acuta e lungimirante, l’analisi del duca Castromediano, fino a coincidere in maniera persino sorprendente con la riflessione di un confinato negli anni ’40 del secolo successivo, il siciliano Francesco Augugliaro, che nel romanzo Lo sbandato (Berisio, Napoli, 1972) descrive con ammirazione la dignità dei “poverissimi” di Teora, in Alta Irpinia: “Ma se uno si ferma, saluta e domanda con cortesia un’indicazione o un favore, trova subito cordiale rispondenza: le statue si animano, diventano creature vive e servizievoli, pronti e disposti ad agevolare, senza esigere alcun compenso. La loro miseria, appunto perché grande, ha l’ombrosa maestà della fierezza e la bontà pudica dell’innocenza. Non si umiliano, non stendono la mano, non chiedono nulla, non fanno sfoggio dell’immensa povertà che li opprime e che, come tutte le cose veramente grandi, si esprime solo con un muto linguaggio. Si avverte che sotto quella materia bruta ci sono preziose risorse che nessuno ha mai curato di plasmare e di elevare al livello sociale cui potrebbero pervenire”.
Superata l’iniziale, sorda diffidenza nei confronti dei “forestieri” invisi al Fascismo, la popolazione irpina fu generalmente ospitale, e non di rado solidale, nei confronti dei confinati politici. Soprattutto la gente delle campagne, in prevalenza rassegnata e nell’inconscio anche diffidente verso il regime di Mussolini e le autorità locali che lo rappresentavano (appartenenti quasi ovunque al ceto dei proprietari e dei professionisti) e portata per tradizione a simpatizzare verso chi riceveva soprusi e condanne da parte di uno Stato che – borbonico, liberale o fascista che fosse – da sempre si manifestava nei confronti dei lavoratori della terra e dei piccoli artigiani come un’entità autoritaria ed estranea. Basta leggere, al riguardo, le illuminanti pagine di Cristo si è fermato a Eboli.
Analogamente ad un Carlo Levi, inoltre, i confinati antifascisti in Irpinia erano portatori di una coscienza politica e sociale di gran lunga più evoluta e di un agire civile profondamente democratico, che poneva la propria cultura e le superiori conoscenze umanistiche e tecnico-scientifiche al fianco e al servizio del popolo, diversamente dal ristretto ceto intellettuale delle aree più interne del Mezzogiorno che, con rare eccezioni, gestiva la professione e il titolo di studio in maniera retriva, statica e incompetente (i medicaciucci e gli avvocaticchi mirabilmente descritti da Levi, per non parlare degli insegnanti, spesso appartenenti al clero) e in funzione di instrumentum regni nei confronti delle classi più deboli.
“I contadini venivano a trovarmi – scrive Levi nel capitolo finale di Cristo si è fermato a Eboli, completato a Firenze nel luglio del ’44 – e mi dicevano: “Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Ti faranno podestà. Devi restar sempre con noi”. Quando si avvicinò il giorno della mia partenza, mi dissero che avrebbero bucato le gomme dell’automobile che doveva portarmi via. “Tornerò”, dissi. Ma scuotevano il capo: “Se parti non torni più. Tu sei un cristiano bono. Resta con noi contadini”. Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità: ma non potei, finora, mantenere la promessa”.
Ad Aliano Levi riuscì a tornare solo nel ’60 (un vero e proprio evento, testimoniato dalle preziose immagini in bianco e nero del cineasta e fotografo Mario Carbone), per poi riposarvi definitivamente, come aveva scelto, dopo la sua morte, nel ’75.
Osvaldo Sanini, invece, a Grottaminarda decise di stabilirsi pochi anni dopo il suo arrivo, a guerra ormai conclusa. A favorire questa decisione concorrevano indubbiamente, come confessò il poeta, fattori oggettivi (la mancanza di una famiglia, l’età avanzata, le difficili condizioni economiche), ma la spinta decisiva fu costituita dall’atmosfera di rispetto e di stima diffusa che ormai lo circondava in quel paesino del Sud.
Quello che, nei disegni della repressione fascista, doveva essere il suo Inferno finì per rivelarsi nel giro di qualche anno un dignitoso e accogliente buen retiro per il resto della vita. Nella citata ode All’Irpinia Sanini esprimerà un tributo perenne a quella terra dove “uomini a’ più rei crimini pronti / volean ch’io quaggiù lasciassi l’ossa / e ne l’inverno gelido / entro la cerchia bianca de’ tuoi monti / mi gettarono come in una fossa” e nella quale invece “tutto lo slancio nobile / conobbi del tuo popolo generoso / che col viandante il bruno pan divide”.
Sulle tracce di Sanini si articola il volume Poeti al confino (Mephite, 2015), giunto alla terza edizione, con un percorso di ricerca e documentazione su un aspetto particolare, e finora largamente inedito, del confino politico in un’area particolare del Sud Italia come la provincia di Avellino, considerata all’epoca e fino ai primi anni Settanta la più povera d’Italia: le esperienze di tre letterati e poeti (Sanini, Luigi Bartolini, Aldo Spallicci) condannati dal Fascismo alla permanenza coatta in provincia di Avellino e le loro testimonianze letterarie su questo travagliato capitolo delle rispettive esistenze e sulla comunità irpina.
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