Verità, menzogne & omissioni nelle ultime esternazioni dell’ex pm del pool di Mani Putite, Antonio Di Pietro. Sia nelle verbalizzazioni davanti alla procura di Caltanissetta che nelle audizioni davanti alla Commissione Antimafia sulle stragi dell’estate 1992. Il tutto ‘sintetizzato’ nella lunga intervista rilasciata a ‘Il Giornale’significativamente titolata, il 19 aprile, a caratteri cubitali: “Quelle rivelazioni choc di Di Pietro, ‘Borsellino morto per mafia-appalti’”.
Finalmente don Tonino scopre – era ora – la pista ‘Mafia-Appalti’come vero e unico vero movente per la strage di via D’Amelio. Ma ha la faccia di bronzo per non rammentare un dettaglio alto come un grattacielo: è stato lui stesso ad insabbiare il filone più grosso di ‘Mafia-Appalti’, ossia quello relativo all’affare del secolo, il Treno ad Alta Velocità, il TAV, che rappresentava il ‘cuore’ di ‘Mafia-Appalti’.
Come la mettiamo allora: un Di Pietro bipolare? Ossia uno che individua la pista per via D’Amelio ma poi ‘scorda’ di averne affossato lui stesso il nucleo essenziale, quel maxi business da centinaia di miliardi di lire fino al 1999 a da palate di milioni di euro nei decenni successivi e fino ad oggi?

Il libro di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato. Sopra, Antonio Di Pietro e, sullo sfondo, una manifestazione per ricordare la strage di Via D’Amelio
Una dirty story che la Voce che più volte documentato e denunciato, per filo e per segno da metà anni ’90 in poi; e che Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato hanno raccontato in modo perfetto, con metodo ‘scientifico’, nell’imperdibile j’accuse ‘Corruzione ad Alta Velocità’, uscito nel 1999 e che inchioda il poliziotto-pm (eterodiretto dalla CIA ai tempi di Mani Pulite) alle sue gigantesche responsabilità.
Partiamo comunque dalle news. E dall’intervista ‘choc’ concessa a ‘Il Giornale’.
PARLA IL VATE DI MANI PULITE
Ecco alcuni passaggi salienti del reportage pubblicato dal quotidiano della famiglia Berlusconi.
Con riferimento alle testimonianze davanti alla Procura nissena e all’Antimafia: “C’è una fortissima rivelazione dell’uomo che fu a capo del pool di ‘Mani pulite’, Antonio Di Pietro: ‘Ritengo che la causa scatenante della morte di Borsellino fosse mafia appalti”.
Ancora: “A fornire ulteriori elementi è sempre Di Pietro il 31 maggio 2024: ‘Falcone aveva capito che c’era un sistema corruttivo profondo tra imprese e politica e le imprese del Nord che operavano in quel momento operavano ovviamente in tutta Italia inclusa la Sicilia. Nei nostri verbali, fino all’autunno del 1992, nessun imprenditore ritenne di parlare delle cose che accadevano in Sicilia. Con Borsellino la prima volta parlai al ministero, ci conoscemmo in quella occasione, Borsellino era interessato a sapere lo stato dello svolgimento delle mie indagini per sapere cosa avevo acquisito come informazioni. La svolta avvenne il giorno del funerale di Falcone quando mi chiese: dobbiamo fare presto, dobbiamo andare di corsa, dobbiamo trovare il sistema. Fece espresso riferimento alle inchieste che io stavo seguendo a Milano, era la premessa di un coordinamento investigativo. Era chiaro che intendeva amalgamare le indagini che io stavo facendo con quelle di suo interesse”.
Si chiede la giornalista Giulia Sorrentino, autrice dell’intervista choc: “Perché aveva tanta fretta Borsellino? E in che modo fu dirimente l’ultimo interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo? All’ultimo dei tre incontri Borsellino volle andare da solo, e Mutolo gli avrebbe poi parlato nel dettaglio anche dei profondi legami tra mafia e imprenditori di cui, come lui stesso sostiene, diversi magistrati erano a conoscenza. Ma tre giorni dopo l’incontro con Mutolo Borsellino morì. Fu in qualche modo un acceleratore? Chi poteva aver paura delle confessioni del primo pentito sul suolo italiano in quel momento?”.
Conclude Sorrentino: “A questo punto è fondamentale riportare alla memoria anche la dichiarazione di Di Pietro del 6 novembre del 2001, quando ricordava come Borsellino fosse ‘convinto che vi fosse un sistema unitario, a livello nazionale, di spartizione degli appalti e che questa fosse la chiave interpretativa del sistema delle tangenti’. Una convinzione che riecheggiava gli approfondimenti investigativi sul riciclaggio di Falcone al tempo del fallito attentato all’Addaura”.
IL MAXI INSABBIAMENTE TAV
Tutto ok.
La pista ‘Mafia-Appalti’ è l’unico serio modo per arrivare alla verità sulle stragi di Capaci e, soprattutto, di via D’Amelio, superando finalmente i clamorosi DEPISTAGGI di STATO che hanno caratterizzato la seconda, come ormai storicamente e anche giudiziariamente accertato. Altre che ‘Trattativa Stato-Mafia’ o Pista Nera come ritualmente tirato in ballo dai soloni, maitre a penser & toghe eccellenti.
Ma sorge spontanea la domanda delle cento pistole, come diceva il mitico Sandro Paternostro. Come mai, con una memoria così ferrata, don Tonino Di Pietro non ricorda di aver lui stesso INSABBIATO la principale costola del rapporto Mafia-Appalti, ossia il ricchissimo filone dell’ALTA VELOCITA?
E’ il vero cuore della dirty story, rimasto sempre irrisolto. Motivo per cui viene altrettanto spontaneo chiedersi: con quale faccia di bronzo, oggi, don Tonino può calpestare la MEMORIA di Falcone e Borsellino così impunemente? Perché nessuno, finalmente, trova il coraggio di indagare sul quel vergognoso INSABBIAMENTO? Ci sarà mai una toga a Berlino?
Per sommi capi riassumiamo la vicenda da brividi, che nel corso degli anni i media hanno fatto a gara per OSCURARE, negandone la conoscenza ai cittadini-lettori. Tenete presente le dati, fondamentali.
Su Mafia-Appalti e maxi business TAV denuncia per primo Imposimato nella sua esplosiva (ma altrettanto oscurata) relazione di minoranza alla Commissione Antimafia1996, all’epoca presieduta dalla forzista Tiziana Parenti. Silenzio assoluto.
Quel formidabile j’accuse rappresenta la sostanza di ‘Corruzione ad Alta Velocità’, in cui viene minuziosamente dettagliato l’insabbiamento (e quindi il Depistaggio) firmato Di Pietro, forse l’ultimo grosso provvedimento prima di lasciare indignato la toga e di tuffarsi poi in politica fondando Italia dei Valori, affondata una decina d’anni da una maxi inchiesta di Report. Che raccoglieva il succo di un paio d’anni d’inchieste al vetriolo pubblicate proprio dalla Voce sui business immobiliari griffati Di Pietro.
Vediamo rapidamente più in dettaglio di cosa si tratta.
Prima di abbandonare la toga, infatti, don Tonino doveva portare a termine l’ultima missione speciale, il dossier TAV, al tritolo (come quello che uccise Falcone e Borsellino).
La maxi inchiesta sull’Alta Velocità all’epoca vede coinvolte due procure: quella romana per i fatti ‘politici’ e ‘amministrativi’, evidentemente; quella milanese che riguardava gli ‘imprenditori’, i pezzi da novanta coinvolti nell’affaire.
GIOCHI DI PRESTIGIO
Con grande abilità, il simbolo del Pool che voleva rivoltare l’Italia come un calzino (secondo il Davigo-pensiero) e cioè l’ex poliziotto molto vicino agli ambienti CIA, alias Di Pietro, riesce ad avocare a sé tutta l’inchiesta, quindi anche il filone romano. E sapete come? Dice di avere (ed in effetti ha) un asso nella manica, ovvero l’Uomo a un passo da Dio, Pierfrancesco Pacini Battaglia, il banchiere-faccendiere che tutto sapeva sui maxi business di casa nostra.
Ma sapete cosa succede? L’Uomo che sa tutto non dice niente, non rivela un cavolo. Il pugno di ferro solitamente usato dell’ex poliziotto si trasforma magicamente in un guanto di velluto. E l’Uomo a un passo da Dio, che tutto avrebbe dovuto raccontare sulle mega connection per il TAV, resta muto come un pesce.
E c’è un ben preciso perché, sul quale nessuna procura – incredibile ma vero – ha fino ad oggi mai voluto indagare. L’arcimiliardario Pacini Battaglia avrebbe potuto permettersi un avvocato di grido del foro di Milano. E invece chi chiama per difenderlo? Un oscuro ‘paglietta’ appena sbarcato da Avellino all’ombra della Madunina, e una valigia legata con lo spago: si chiama Giuseppe Lucibello. Che arriva con una credenziale da novanta al seguito: è da anni amico per la pelle di don Tonino.
Capito il giochetto? Di Pietro detta, Lucibello esegue e così il gallo non canta. L’uomo a un passo da Dio resta in pratica muto come una tomba. E non passa neanche una notte in gattabuia.
Semplice come bere un bicchier d’acqua, adesso, archiviare tutto, il caso del secolo, la maxi inchiesta TAV. Insabbiata con un colpo di bacchetta magica. A quel punto, come succede dopo i furti del secolo, gli autori se la svignano. Don Tonino abbandona la toga. E chi s’è visto s’è visto.
E oggi don Torino ha la faccia di bronzo per raccontare di Falcone e, soprattutto, di Borsellino. I quali, di certo, faranno le trottole…
La Voce, nel corso degli anni, ha pubblicato decine e decine di inchieste sull’INSABBIAMENTO della maxi inchiesta TAV. Basta andare alla casella CERCA che si trova in alto a destra della nostra home page e digitare ANTONIO DI PIETRO, PAOLO BORSELLINO, FERDINANDO IMPOSIMATO, ALTA VELOCITA’ per rendersene conto. E conservare la MEMORIA (evitando che venga vergognosamente infangata).
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