IRAN-USA / IL NEGOZIATO E’ SOLO ALL’INIZIO

Interrotto, dopo una quindicina di ore di colloqui a Islamabad, il negoziato tra le delegazioni americana e iraniana. I media, quasi all’unisono, drammatizzano e parlano di naufragio. Le solite semplificazioni di comodo. Favorite, come al solito, dallo starnazzare continuo del bipolare Donald Trump, che anche alla vigilia dello storico meeting ha continuato a gettar fango e volgarità sull’interlocutore iraniano.

Logico che non potesse esser tutto rose e fiori, soprattutto dopo agli attacchi & massacri di 40 giorni, cui Teheran ha risposto colpo su colpo, come paese aggredito calpestando totalmente il diritto internazionale.

J. D. Vance a Islamabad. Sopra, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf

Impossibile pensare che la rivalità storica (i vertici dei due Paesi non si incontravano in via ufficiale addirittura dal 1979) potesse risolversi in un baleno. Ma la strada è stata aperta, e non è per niente escluso che le due delegazioni (caso mai ‘ripulite’ da qualche presenza troppo filo-israeliana, come il cognato del Tycoon, Jared Kushner) possano reincontrarsi a brevissimo, tenuto conto che la tregua scade tra 10 giorni. Per ‘annusarsi’ meglio, fare qualche passo in più, smussare alcuni angoli, prolungare la tregua e darsi tempo per far maturare il negoziato, infittendo gli incontri a oltranza.

Suonano infatti come ‘aperturiste’ le parole messe in rete via X (il socialusato dal regime iraniano per le comunicazioni globali; e da notare che Elon Musk ha espresso forti perplessità sulla guerra scatenata dagli Usa) dal capo delegazione di Teheran, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

Le trattative – scrive – sono considerate “un passaggio decisivo per consolidare i risultati di 40 giorni di difesa nazionale degli iraniani”.

Le definisce “iniziative molto costruttive”.

Abbas Araghchi

Pur se pesano le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il quale rammenta che “a causa delle esperienze delle due guerre, non abbiamo gran fiducia nella controparte”.

Il riferimento è alla guerra dei 12 giorni scatenata dagli Usa a giugno 2025 e al fresco conflitto di 40 giorni. Ed ai due pesi da novanta che hanno accompagnato il vicepresidente Usa J.D. Vance, ossia Steve Witkoff e il già citato Kushner ritenuti, a giusta ragione, smaccatamente filo Tel Aviv.

Il messaggio di Ghalibaf è chiaro: Washington sa bene ciò che Teheran vuole, e che ha messo nero su bianco nei 10 punti proposti e ritenutiuna base accettabile” dai vertici della Casa Bianca.

L’Iran ritiene di essersi guadagnato sul campo – rispondendo colpo su colpo agli attacchi congiunti di Usa e Israele – il diritto di esistere nella sua attuale ‘statualità’. E Vance, con sano pragmatismo, ne ha legittimato l’autorità come interlocutore: il tutto simboleggiato dalla calorosa stretta di mano tra lo stesso numero due della Casa Bianca e il numero uno del Parlamento iraniano.

Tutto ciò – fa intendere Ghalibaf – non è certo sufficiente per siglare un accordo, ma è un primo passo significativo per l’apertura di un dialogo storico e per cominciare a gettare le basi di una trattativa vera e propria.

Certo, il tempo stringe, mancano solo 10 giorni al termine fissato per la tregua. Ma per Ghalibaf la via diplomatica non è certo chiusa, è appena iniziata, e le sue parole non suonano per niente come un ultimatum.

L’ex ministro degli Esteri Javad Zarif (che negoziò nel 2015 gli accordi sul nucleare) sottolinea che non è ancora troppo tardi che gli Usa imparino che “non possono dettare le condizioni all’Iran”.

Ali Akbar Velayati

Dal canto suo, il consigliere della Guida suprema Mojtab Ali Khamenei, ossia Ali Akbar Velayati, ricorda che Teheran “mantiene nelle sue mani le chiavi dello Stretto di Hormuz”. E fa intendere che per l’Iran è necessario assicurarsi che Washington non negozi con il ‘retropensiero’ di prepararsi con Israele ad una nuova fase della guerra, come è successo nella primavera 2025 e a febbraio scorso.

La logica e gli obiettivi dei vertici iraniani sono ben precisi: confrontarsi sui punti, sui contenuti, raggiungere un accordo duraturo, concretizzare una strategia di lungo periodo.

Non è finita. Ghalibaf rammenta la serie di colloqui che portarono, nel 2015, al JCPOA, il ‘Joint Comprehensive Plan of Action’, siglato a Vienna. Così ricostruito dal diplomatico francese Gerard Araud: “L’accordo che abbiamo raggiunto con l’Iran nel 2015 è stato il risultato di centinaia di ore di negoziati con il supporto di esperti di energia nucleare. Negoziare con gli iraniani equivale a una guerra diplomatica di trincea. Rigo per rigo, parola per parola”. Ora, quindi, come allora, con pazienza certosina.

Lo scoglio più grosso, l’unico ostacolo quasi insormontabile, è rappresentato dal rapporto d’acciaio tra Stati Uniti e Israele, che ha visto negli ultimi mesi un Trump totalmente eterodiretto dal premier boia, Bibi Netanyahu.

Il quale, proprio in quelle ore bollenti delle trattative a Islamabad, ha avuto la faccia di bronzo per dichiarare: “Sotto la mia guida Israele continuerà a combattere contro il regime iraniano del terrore e contro tutte le sue ramificazioni”.

Killer per sempre.


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