C’è chi, negli Stati Uniti, sta cercando in tutti i modi di boicottare i negoziati che dovrebbero iniziare domani, 11 aprile, a Islamabad tra USA e Iran: il punto interrogativo è d’obbligo perché Teheran potrebbe disertarli visto che Tel Aviv continua nel massacro della popolazione libanese.
In prima linea la fortissima lobby sionista, una vera potenza negli Usa. E una fazione super influente e soprattutto numerosa è rappresentata dalla ‘Christians United for Israel’ (CUFI) che può contare su un vero esercito di affiliati, addirittura oltre 10 milioni di membri attivi.
E’ il cuore del cosiddetto ‘SIONISMO CRISTIANO’ a stelle e strisce. Che si pone, come primo obiettivo, quello di “mobilitare il mondo evangelico a favore dello Stato di Israele”: promuovendo iniziative politiche, campagne mediatiche e soprattutto favorendo una intensa attività di lobbying pro Israele al Congresso americano.
CUFI difende a oltranza le posizioni dei governi di Tel Aviv, si oppone decisamente ad ogni concessione territoriale ai palestinesi ed è totalmente favorevole a stragi, guerre e genocidi contro i nemici regionali e storici di Israele, in particolare Gaza, Cisgiordania, Iran e Libano.
Tra i membri e sostenitori figurano leader religiosi evangelici, attivisti, figure politiche soprattutto all’interno del Partito Repubblicano, ma non mancano i sionisti democratici.
Sul piano economico-finanziario, CUFI ha mobilitato decine di milioni di dollari a sostegno delle cause legate allo Stato di Israele, inclusi progetti e organizzazioni nei territori palestinesi occupati illegalmente. In tal modo l’associazione è diventata un attore politico di non indifferente peso sulla scena della politica estera americana.
Nelle ultime settimane CUFI ha sostenuto apertamente e pubblicamente le operazioni militari israeliane contro Iran e Libano, definendole “necessarie per la sicurezza dello Stato ebraico” e denunciando Teheran come “principale fonte di instabilità e terrorismo nella regione”.
Per documentare le fortissime pressioni dei sionisti-americani affinché falliscano i negoziati di Islamabad, vi proponiamo un reportage pubblicato dall’ottimo sito di contro-informazione, ‘The Intercept’, il 10 aprile e intitolato Putting fuel on a ceasefire: Israel tries to kill U.S.-Iran talks
Trasferiamoci direttamente in Israele. Dove un fresco sondaggio mostra che la popolarità del premier nazi, Bibi Netanyahu, è per la prima volta in sensibile calo (era attestato sopra il 70 per cento fino al mese scorso) dopo l’ok dato al Big Friend, Donald Trump, per i negoziati con Teheran. Incredibile ma vero: la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani prima ha approvato il genocidio, poi l’aggressione all’Iran, quindi quella del Libano.
Comunque, visto che ora l’emergenza a Tel Aviv è cessata, riprende l’attività ordinaria. Quindi i tribunali ricominciano a funzionare. Per questo, tra qualche giorno, verrà riavviato il maxi processo per corruzione a carico del premier boia, fermo ormai da ben 6 anni, ossia dal 2020, e per il quale lo stesso Bibi (così come ‘The Donald) ha chiesto la grazia al presidente israeliano Isaac Herzog, che non l’ha concessa.
Non si tratta del genocidio, né di crimini di guerra (per i quali dovrà prima o poi rispondere davanti alla Corte Penale Internazionale o ad un’eventuale Norimberga 2), ma di una maxi corruzione articolata in tre filoni, i cosiddetti ‘3 casi’ elencati numericamente.
E così, il ‘Caso 1000’ lo vede imputato di corruzione per aver intascato 250 mila dollari tra denari & ricchi cadeau dal produttore cinematografico statunitense Arnon Milchan e dall’imprenditore australiano James Packar: in cambio, forti agevolazioni fiscali.
‘Caso 2000’. Imputato stavolta con l’editore israeliano Arnon Mozes, proprietario della nota testata ‘Yediot Aharonot’: buona stampa in cambio di ‘misure ad hoc’ per mettere in difficoltà il quotidiano rivale, ‘Israel Hayom’.
‘Caso 4000’. Stavolta gli accordi corruttivi sono intercorsi con Shaul Elovitch, azionista di maggioranza di ‘Bezeq’, la più importante azienda di telecomunicazioni in Israele. Bibi ne ha favorito i business; in cambio ha ricevuto un occhio di riguardo particolare dal sito di news ‘Walla’, che fa capo a Bezeq.
Di tutta evidenza ama la stampa a lui genuflessa, il boia di Tel Aviv.
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