Ormai ne sappiamo di tutti i colori su crimini & misfatti quotidiani perpetrati dai due killer maximi a livello internazionale, Bibi Netanyahu e Donald Trump. Basta vedere cosa hanno combinato nelle ultime 48 ore.
Il boia di Tel Aviv è stato il primo fautore, con i falchi del suo esecutivo Ben Gvir, Smotrich e Katz, di una legge ‘ad populum’, ossia la pena di morte prevista solo contro i palestinesi per atti di terrorismo. Se quegli atti vengono compiuti da cittadini israeliani, no problem: lo fanno solo per difendersi e per creare ‘The Great Israel’ che sta man mano prendendo corpo sul sangue non solo dei palestinesi vittima di genocidio, ma anche degli iraniani e dei libanesi.
Il Tycoon, dal canto suo, continua a bombardare gli iraniani, poi dice che in 4-5 settimane tutto sarà finito, quindi che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti; un giorno schiaffeggia gli europei, quello seguente sostiene che la Nato è finita, poi fa capire che ha scherzato. Comportamenti che definire bipolari è un semplice eufemismo.
Ma una domanda, che ci siamo già posti altre volte, sorge spontanea: si tratta di due colossali anomalie oppure i due non sono altro che la cassa di risonanza di quel che in realtà vogliono il popolo americano e quello israeliano?
Gli ultimi sondaggi condotti a Tev Aviv parlano non poco chiaro: il 70 per cento circa dei cittadini si dichiara favorevole alla politica governativa e, in soldoni, è pro genocidio del popolo palestinese. Da brividi.
Vediamo allora qual è lo scenario a stelle e strisce.
Lo facciamo scorrendo i passaggi salienti di un lungo e stimolante editoriale firmato da uno dei più autorevoli commentatori politici americani. Si tratta di David Brooks, origini canadesi, ‘repubblicano moderato’ secondo la sua auto-definizione, per anni firma al Wall Street Journal, al Washington Times, a Newsweek e ora al New York Times, che ha appena pubblicato la sua analisi, titolata “Il problema non è Trump, sono gli americani”.
Ecco il significativo incipit. “Donald Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata. Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a far ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”.
“Trump è un’anomalia della storia o il suo compimento? La risposta è entrambe le cose. Ma nel corso della sua presidenza Trump ha rivelato una malattia più antica: la fede incrollabile dell’America nella propria capacità di modellare il mondo a suo piacimento, indifferente a ciò che gli altri potrebbero volere e convinta che il proprio piano sia quello giusto”.
La guerra in Iran, secondo Brooks, è l’esempio più evidente di questa malattia: “L’America ha deciso di attaccare l’Iran perché ritiene di avere il diritto di imporre il proprio ordine in Medio Oriente. Non importa se questo significa violare la sovranità di una nazione, ignorare le regole del diritto internazionale, rischiare una guerra regionale. L’America è l’America, e l’America fa ciò che vuole”.
“E’ una convinzione che affonda le radici nella nostra storia. Dai padri pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe che dichiara l’America fuori dal gioco dei paesi europei, fino alla missione di diffondere la democrazia nel mondo. Trump non ha inventato niente: ha solo tolto la maschera”.
“L’America non è diversa dalle altre nazioni. E’ solo convinta di esserlo. E questa convinzione, alimentata per secoli, ha portato a guerre ingiuste, a interventi disastrosi, a un’arroganza che il resto del mondo ha imparato a temere. Trump è il prodotto di questa arroganza. Ma anche i suoi avversari, quelli che lo combattono in nome dei valori democratici, condividono molto spesso questa presunzione. Credono che l’America abbia il diritto di dettare la linea, che i suoi valori siano universali, che chi non li accetta sia dalla parte del male. E’ un’illusione, e l’illusione sta crollando”.
Proprio la guerra in Iran, a suo parere, rappresenta in modo plastico il crollo di quella illusione. “L’America ha bombardato, ucciso, ha rischiato di scatenare un conflitto mondiale. E per cosa? Per imporre il proprio ordine in una regione che non lo vuole, per difendere interessi petroliferi, per non perdere la faccia di fronte ad un nemico che non si arrende”.
“I missili che cadono su Teheran sono il frutto di una presunzione. Quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori siano gli unici valori possibili”.
L’unico auspicio che resta: “L’America deve imparare a essere normale. Deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà agli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare la guerra e a perderla. Perché la guerra, quando si combatte da soli, non si vince mai”.
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