Cuba sta cambiando. La causa è la peggiore crisi della sua storia. Oggi si ritrova isolata e sotto la pressione politica e militare dell’ingombrante vicino americano, senza poter nemmeno più contare sui suoi alleati storici, ossia il Venezuela, la Russia e la Cina. Sopravvive senza petrolio, con i suoi ospedali e le scuole e senza più aiuti né risorse. Per la prima volta si incontrano nelle strade molte virulente proteste di popolo. Con Trump che minaccia quotidianamente di “invadere” l’isola, il presidente Díaz-Canel ha deciso di aprire un dialogo politico (ed economico) con Washington.
È un periodo di grande tensione per Cuba, perché si ritrova più sola e più debole, e perché Trump minaccia quotidianamente di volerne prendere il controllo, probabilmente perché spinto dalla forte componente di profughi cubani attivo nel popolo MAGA e dice di volerlo fare “con le buone o con le cattive”, e ancora “… credo che sarò io il presidente che conquisterà Cuba”. Cosa significhi poi quel “conquistare” e come lo farà non è dato sapere. Il Time scrive che il presidente sta valutando una operazione militare per indurre a Cuba un cambio di regime. Nessuno può saperlo con certezza, soprattutto da quando è riuscito a “sterilizzare” il peso della Russia, diventata alleata di Trump anche in questo quadrante del mondo, lasciato interamente alla gestione americana. Ora, invece di speculare su quello che non possiamo sapere facciamo due conti con le informazioni di cui siamo effettivamente in possesso.
A Cuba da quest’anno, dopo la crisi venezuelana, non arriva più una sola goccia di petrolio. Il suo principale fornitore infatti era il Venezuela, che dopo il blitz americano non esporta più il suo petrolio a nessuno e la stessa cosa vale anche per gli altri Paesi che commerciavano con l’Avana, come il Messico che oggi si tiene lontano, dopo l’ordine esecutivo di Trump che ha minacciato di sanzionare chiunque osi rifornire l’isola … a cominciare dal Messico e dalla Russia. E allora il risultato è stato tragico. Da molte settimane il popolo cubano, che versava già in condizioni economiche drammatiche e senza energia, soffre letteralmente la fame. A causa di questa crisi, infatti, non funzionano più gli ospedali, le scuole, gli uffici, le comunicazioni, i trasporti e sono praticamente scomparsi il gas per far funzionare sia le cucine e i frigoriferi dei cubani che tutte le attività private che avevano appena iniziato a diffondersi nell’isola.
Il TIME raccontando Cuba ha scritto “… la crisi energetica ha portato a un’impennata l’inflazione, con un aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari e una rapida svalutazione del pesos. I cubani raccontano di brevi periodi di elettricità durante i quali si affrettano a cucinare, fare il bucato e ricaricare i dispositivi, mentre il cibo – quando se lo possono permettere – si deteriora facilmente perché i frigoriferi si fermano. Per le strade cubane, si accumulano rifiuti e ogni tipo di cibo in decomposizione a causa della carenza di carburante, che ha messo a dura prova anche i servizi di raccolta dei rifiuti, inoltre il caldo e le zanzare, senza i ventilatori elettrici, sono diventati insopportabili”. Questa situazione ha avuto anche gravi conseguenze politiche, facendo registrare un’impennata delle proteste di piazza contro il governo, passate dalle 30 di gennaio alle oltre 130 della prima metà di marzo.
Ma anche nei rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti si registrano falle. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che i suoi funzionari si sono incontrati con i funzionari americani per esplorare le “potenziali soluzioni alle persistenti divergenze bilaterali”. Tra le aperture più significative sembra figuri anche la possibilità per gli esuli cubani di investire sull’isola per promuovere “rapporti commerciali fluidi con le aziende statunitensi”. Ma neanche questo sembra aver soddisfatto il presidente Trump, che vorrebbe replicare a Cuba uno scenario venezuelano. C’è infine una ultima conseguenza voluta da Trump che, nel lungo periodo, potrebbe avere effetti pesanti sull’Avana. Il fatto che l’isola, un tempo difesa da una buona parte di Paesi dell’America latina, ora potrebbe ritrovarsi isolata persino dai paesi ex socialisti e dai movimenti progressisti di tutto il mondo.
Proprio ora che Cuba sta esaurendo le sue riserve di petrolio e che l’economia è sull’orlo del collasso. Il mondo occidentale non vede più Cuba come un luogo della nostalgia rivoluzionaria. E, in questi tempi di cambiamenti epocali, i residuali leaders progressisti ancora presenti nei governi occidentali si rifiutano di fornire a Cuba il petrolio per il timore di scatenare l’ira di Trump. Il presidente americano punta così ad ottenere quella vittoria che per sessant’anni è sfuggita a tutti gli altri presidenti americani.
Eppure, il popolo cubano non ha voluto rinnegare la sua tradizione di solidarietà internazionale verso gli altri popoli in difficoltà.
Lo sappiamo bene in Italia, nel nostro paese lavorano ancora medici e infermieri cubani, che sostengono da anni la collassata sanità calabrese.
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