Ci risiamo Trump lo ha fatto ancora. Ha annunciato una vittoria auspicata ma improbabile, “… non c’è più nulla da colpire in Iran” aveva così annunciato la sua vittoria contro l’Iran in Medio Oriente. Un conflitto da lui stesso scatenato contro un paese a cui aveva attribuito false minacce nucleari. Ha anche detto con la sua usuale supponenza “questa guerra finirà quando io lo deciderò”, come se ne avesse il pieno controllo. Ma il vero dato è quello che vede la Repubblica islamica continuare a colpire duramente i paesi del Golfo, alleati degli USA. Questi sono stati lasciati, come spesso accade quando ci si rapporta con gli americani, senza alcuna protezione militare. E per questi motivi che le loro infrastrutture come le loro economie, vanno inesorabilmente a picco sotto la pressione del blocco delle forniture energetiche che l’esercito iraniano sta imponendo con la chiusura dello stretto di Hormuz. Sorte condivisa con il resto del mondo occidentale. L’Iran, malgrado le distruzioni subite a causa degli attacchi portati dall’alleanza, che molti definiscono di “mera sopravvivenza”, tra Netanyahu e Trump, uniti in questa avventurosa guerra da una prospettiva elettorale negativa. E ciò accade nonostante gli oltre 3.000 guardiani della rivoluzione uccisi su un totale di 90.000 combattenti; nonostante l’uccisione per mano israeliana della guida suprema Ali Khamenei e la distruzione di oltre la metà dei missili balistici, delle rampe di lancio e persino dei siti di produzione dei missili. Ma Teheran dimostra di essere più resiliente di quanto potessero aver calcolato i suoi aggressori e perfettamente in grado di continuare a colpire le basi americane e quelle dei suoi alleati in Medio Oriente, ed oltre fino ai margini dell’Europa. Gli iraniani hanno completamente paralizzato lo strategico stretto di Hormuz da cui passa oltre il 20% del petrolio mondiale. Questo blocco, come previsto, ha immediatamente fatto aumentare il prezzo del petrolio e del gas al punto da guadagnare l’ostilità dell’opinione pubblica mondiale, inclusa quella statunitense.
E pensare che sono imminenti le elezioni di midterm americane che rinnoveranno le camere e che già registrano la previsione di un deciso crollo di consensi per Trump. Motivo per cui la stretta cerchia dei suoi inascoltati consiglieri politici lo stanno insistentemente spingendo a ricercare una possibile exit strategy. Infine, al momento pare essere miseramente fallito anche l’obiettivo di indurre in Iran un cambio di regime, che non pare più realistico perché, nonostante le gravi perdite subite dall’apparato di comando, il controllo dei pasdaran sul paese è ancora molto saldo, come dimostra l’elezione di Mojtaha Khamenei, figlio della guida suprema assassinata, un personaggio da sempre legato ai guardiani della rivoluzione. Il regime iraniano dimostra ancora la capacità di sostituire rapidamente i dirigenti eliminati.
Trump, come fa di solito, ha trascurato ostentatamente la grande cultura e la storia millenaria, che evidentemente ignora, della Persia in quel quadrante del mondo fin dall’antichità. Il punto di vista di Netanyahu differisce da quello di Trump. Mentre il primo è interessato a protrarre la guerra il più possibile, sia in Iran che contro Hezbollah in Libano allo scopo di causare il massimo danno al nemico. Tuttavia, al di là dei circa venti morti e 2400 feriti che Israele ha dovuto registrare, comincia a serpeggiare un senso di stanchezza nella popolazione, per le sirene alle 2 del mattino, la corsa folle verso i rifugi di sicurezza, lo spavento dei bambini, la frequenza stravolta nelle scuole, anche se Israele è certamente un paese che sa resistere. Interessante il commento di un analista sul Jerusalem Post, la pausa offerta dalla guerra è solo temporanea, dice e spiega che, nel giro di qualche anno sia gli Usa che Israele si ritroveranno di fronte agli stessi problemi. La continuazione dei bombardamenti non cambia la situazione. Sarebbe necessario analizzare lucidamente ciò che è possibile fare, senza fingere che insistendo ogni obiettivo può sempre essere raggiunto. Il brutale regime iraniano finanzia il terrore, reprime il dissenso e ha trascorso decenni a realizzare la sua architettura di potere. Estirparlo non è impresa facilmente attuabile. Desiderare qualcosa e pianificare come ottenerlo sono due cose completamente diverse. L’Iran è stato gravemente danneggiato, e questo per Israele è già un importante successo. Ma una vittoria decisiva è un’altra questione. L’Iran ha già visto previsioni su un suo imminente crollo da 46 anni … ma è ancora lì, in piedi.
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