Un vero e proprio anatema contro guerre e guerrafondai, contro l’odio che genera odio, la violenza che partorisce violenza, contro i massacri e le distruzioni che devastano il mondo, i genocidi. A favore della Pace che oltrepassi le tregue e l’invito ad essere “operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio”.
Sono solo alcune fra le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), cardinal Matteo Zuppi, il 13 marzo, in occasione della Giornata del digiuno e nel corso dell’omelia pronunciata alla Basilica Collegiata di San Biagio al Cento, in provincia di Ferrara. E’ stato, Zuppi, tra i papabili all’ultimo conclave, tra gli altri insieme al Patriarca di Gerusalemme dei Latini Pierbattista Pizzaballa: nomi bel al di sopra del poi eletto Robert Francis Prevost, l’Amerikano che ha scelto – in perfetto stile trumpiano – il nome di Leone.
Veniamo alla toccanti frasi di Zuppi, che – lo rimarchiamo – non fa mai il nome di alcuna nazione (come Stati Uniti, Israele o Russia), ma il riferimento è più che evidente, a cominciare dall’incipit.
“Si arriva ad uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto”. A Donald Trump e Bibi Netanyahu avranno fischiato le orecchie…
Sulle cause dei conflitti. “Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk è il motivo importante del conflitto in Ucraina; come la non applicazione della Risoluzione 701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele”.
“Senza trattative si prolungano solo una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico”.
Ma chi è il nemico? Si chiede in modo retorico. Forse sono le migliaia di civili ‘eliminati’?. “Quei civili non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza alcuna responsabilità un obiettivo. Qualcuno li definisce spietatamente obiettivi ‘spazzatura’”.
E punta anche l’indice contro l’uso sempre più spregiudicato dell’Intelligenza Artificiale nei conflitti: “Si inseriscono centinaia e centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne il diritto. Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini?”.
“Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. E’ sempre una sconfitta per tutti, anche per chi vince è sempre una sconfitta. Chi può credere di vincere distruggendo completamente l’altro?”.
“Solo un accordo di pace potrà mettere la situazione in equilibrio. E chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Non ricorda, cioè, che tra i frutti della guerra sono distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quelle successive”.
“La guerra non è mai uno strumento della politica. Perché la guerra è una macchina di morte che impone la proprio logica. Fratelli che uccidono fratelli, perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segue e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia”.
“Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è o sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugge alla terribile e distruttiva logica della forza”.
“I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano l’appartenenza siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri”.
“E’ Dio stesso a ricordarci che la guerra è un omicidio perché è l’uomo che uccide l’uomo; è un suicidio perché uccide quel corpo di cui l’uccisore fa parte; e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza”.
“Ci aiuti allora Dio a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello”.
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