CONTRADA – MORTE DI UN SERVITORE DELLO STATO

94 anni di cui la maggior parte trascorsi nella disperata ricerca della verità, dopo che le false “rivelazioni” di un pentito lo avevano portato per anni a doversi difendere dietro le sbarre di un carcere. Questa è stata l’esistenza di Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra Mobile di Palermo negli anni cruenti della lotta alla mafia, che ci ha lasciati due giorni fa. E questo è anche il paradigma di come la giustizia italiana troppe volte ha utilizzato i pentiti non per la lotta alle cosche, bensì per regolare i conti, giudiziari e/o politici, con gli avversari.

Il libro di Rita Pennarola

«Dietro il “santino” dei martiri autentici, Falcone e Borsellino – scrive Rita Pennarola nel fresco di stampa La separazione copernicana delle carriere (Edizioni La Bussola) – ha cominciato a proliferare una casta che da lì in poi, forte della propria intoccabilità garantita dal comma 4 dell’articolo 104 della Costituzione, talvolta ha assunto il con- trollo politico del Paese, comminando arresti nei confronti dei politici che annunziavano riforme del sistema giudiziario italiano, riducendo in schiavitù, con sequestri e pignoramenti, i giornalisti d’inchiesta che ne documentavano abusi e corruttele, dirottando più volte il destino politico del Paese con arresti in massa di politici ed imprenditori».

«In pratica, la memoria dei magistrati coraggio, Falcone, Borsellino, ma anche Livatino ed altri – aggiunge la giornalista – invece di ingenerare nella categoria un senso di giusta e naturale emulazione, si è trasformata nell’altarino dietro cui è stato possibile abusare del potere, fino all’esplosione di scandali come il caso Palamara, o di autentici mostri giudiziari maturati proprio nel clima del dopo–stragi del ’92, come l’ex poliziotto Bruno Contrada».

Più che incisivo anche il brano, pubblicato dal Foglio in morte di Contrada e tratto dal libro di Lino Jannuzzi Lo sbirro e lo Stato, pubblicato da Koinè nel 2008.

Il libro di Lino Jannuzzi

«Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l’uno dell’altro, e Contrada viene condannato. Al processo di Appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il ‘pentito’, richiesto dai p.m. se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla». E qui si arriva al punto.

«Il presidente della Corte d’Appello, la prima, quella che assolverà Contrada, domanda ai p.m. perché i verbali di quei due interrogatori sono stati nascosti e non sono stati portati al processo. Il pm Antonio Ingroia gli risponde che non hanno portato quei verbali perché “li avevamo ritenuti irrilevanti perché non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada” e perché l’accusa “è interessata solo ai documenti che sono a sostegno delle tesi accusatorie”».

Dov’è finito, per i tanti pubblici ministeri come Antonio Ingroia, l’obbligo di raccogliere prove anche a favore dell’indagato, quando se ne dia il caso?

«Contrada è morto – è l’amara conclusione di Guido Vitiello sul Foglio – ma la cultura della giurisdizione per certi pubblici ministeri non è mai nata».

Vale la pena di ricordare che l’8 giugno 2023, dopo una cruenta battaglia legale durata trent’anni, la Cassazione aveva stabilito che Contrada avrebbe dovuto essere risarcito dallo Stato. «Dopo anni — dichiarava il suo difensore, l’avvocato Stefano Giordano — sono state poste in esecuzione le due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’uomo che hanno sancito che il procedimento a carico di Contrada è stato fin dall’inizio illegittimo ed illegittima era la condanna. La Cassazione ha messo una pietra tombale ad un massacro mediatico e giudiziario vergognoso e putrido che ci ha portati alla vittoria finale. Siamo giunti a tale risultato finale soltanto perché Contrada è rimasto vivo, nonostante tutta la sofferenza inflittagli».

Ancora una cosa importante: tutte le denunce di Contrada contro coloro che lo avevano ingiustamente infangato sono state archiviate dai colleghi degli stessi magistrati che lo avevano torturato per quarant’anni.

 

Qui sotto, la copertina che la Voce di luglio 2001 dedicò a Bruno Contrada, che andammo ad intervistare nella casa del fratello a Castelvolturno.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PDF dell’inchiesta

INCHIESTA CONTRADA VOCE LUGLIO 2001


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