ECUADOR / UN ALTRO BOCCONE PER IL SEMPRE PIU’ INGORDO TRUMP

Un Paese dopo l’altro. L’appetito vien mangiando e da un mese – ossia da quando è iniziato il secondo anno del mandato presidenziale bis – lo stomaco del nuovo Imperatore del Mondo è ormai insaziabile.

Tra poco, infatti, sarà la volta dell’Ecuador, sul quale da tempo ha cominciato a puntare i suoi riflettori. Una conquista più agevole delle altre – a cominciare da quella dell’Iran che sta costando cara non solo alla massacrata popolazione locale ma a tutto il mondo per i colossali rincari del greggio, dei carburanti, dell’energia e di tutte le materie prime – e che ricorda da vicino la prima conquista dell’anno, targata Venezuela, con il ratto del presidente legittimo Nicolas Maduro e l’insediamento della vice, sotto pesantissimo ricatto, Delcy Rodriguez.

Partiamo dalle news.

Da svariati mesi si sta consolidando il rapporto tra il presidente Daniel Noboa e il Capo della Casa Bianca, tessuto soprattutto sul solito pretesto della lotta ai narcotrafficanti: la stessa bufala messa in campo per il golpe di Capodanno a Caracas (con l’assalto nei mesi precedenti a parecchi pescherecci accusati di trasportare droga) e per le reiterate minacce alla Colombia guidata con coraggio dal presidente Gustavo Petro, che non s’è lasciato intimidire.

Più facile, adesso, la ‘conquista’ dell’Ecuador, dove l’unico ostacolo è rappresentato dall’ex presidente per un decennio (2010-2020) Rafael Correa  e dal suo movimento di chiara ispirazione socialista e terzomondista, ‘REVOLUCION CIUDADANA (RC RIVOLUZIONE CITTADINA’), appena dichiarato ‘fuorilegge’ in modo del tutto illegale. Un vero golpe interno che sta facendo salire di molto la temperatura nel paese.

Rafael Correa. Sopra, Daniel Noboa

Per condurre l’operazione è infatti scattata a fine 2025 la rapidissima inchiesta ‘Caja Chica’, tutta basata su accuse taroccate rivolte al movimento d’aver ricevuto fondi neri dal Venezuela in occasione delle precedenti presidenziali, vinte comunque da Noboa contro la socialista Luisa Gonzales. L’operazione, guarda caso, si è appena conclusa con il tentativo di delegittimare il movimento stesso e, quel che più conta, ottenendo per ora la sua esclusione dalla partita politica.

Tutto ciò ha sollevato le vibrate proteste di Correa: il quale, a perfetta ragione, protesta contro la decisione appena presa dal ‘Tribunale per le controversie elettorali’ (TCE), ma soprattutto contro il procuratore generale ad interim Carlos Alarcon (un chiaro burattino di Noboa) e contro ‘Azione Democratica Nazionale’, il partito super conservatore del presidente.

Ecco la ricostruzione a caldo di ‘Revolucion Ciudadana’ in una nota: “L’ex responsabile elettorale del movimento ed ex deputato Santiago Diaz, espulso dalla nostra organizzazione dopo essere stato accusato di aver violentato una minorenne, ha affermato, totalmente senza prove, di aver trasferito denaro dal Venezuela all’Ecuador su richiesta di Correa”. Una evidente ritorsione per l’espulsione, manovrata dai vertici di ‘Azione’.

Ma passiamo in rapida carrellata alcune ‘chicche’ confezionate dal sempre più genuflesso (agli Usa) Noboa.

 

Febbraio 2024. Il presidente ratifica un accordo sullo status delle forze armate che – udite udite – consente alle truppe Usa di operare nel Paese al riparo da ogni legge e da ogni procedimento giudiziario che le possa coinvolgere. Quindi mano libera per i militari americani che possono scorrazzare liberamente – e soprattutto impuniti – in lungo e in largo per l’Ecuador.

Dicembre 2025.  Sulla scorta di una marea di firme raccolte per un referendum popolare in merito alla permanenza delle basi militari americani sul territorio dell’Ecuador, si registra un clamoroso trionfo dei NO: ma ‘O Presidente Noboa se ne frega altamente. E fa di più: infischiandosene del parere chiaramente espresso dai cittadini, decide di imprimere una decisa accelerazione volta al rafforzamento dei rapporti con il Padrone a stelle e strisce, con la scusa prima descritta del contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata.

Il ‘patto’ viene sancito proprio ai primi di marzo, quando il genuflesso Noboa si  incontra con il capo dello ‘UNITED STATES SOUTHERN COMMAND’ (SOUTHCOM), generale Francis Donovan: Il primo annuncia subito “operazioni congiunte con i nostri alleati nella regione, soprattutto gli Stati Uniti”. In una nota, il secondo sottolinea che “le forze militari ecuadoriane e statunitensi stanno organizzando operazioni contro organizzazioni terroristiche designate in Ecuador”.

E’ stata fissata anche una data precisa per l’inizio ufficiale dell’Operazione congiunta: 15 marzo.

Ma non poteva mancare, già in queste ore, un gustoso aperitivo. Truppe Usa e ecuadoriane, infatti, hanno appena attaccato un accampamento ai confini con la Colombia (lanciando quindi anche un ‘avvertimento’ a Gustavo Petro). In particolare è stato assaltato un presidio a quanto pare di ‘ribelli dissidenti’, un gruppo scissosi dalle ormai disciolte FARC (composte da ex guerriglieri colombiani).

Nelle stesse ore, guarda caso, il Tycoon faceva agli onori di casa, a Washington, in occasione del vertice ‘Scudo delle Americhe’, organizzato dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato con i leader regionali che hanno sostenuto e sostengono le operazioni militari a stelle e strisce nell’emisfero.

Tornado all’Ecuador, la situazione socio-politiche è in forte fibrillazione, dopo i provvedimenti anti-opposizione e le ultime ‘uscite’ di Noboa. Il quale, temendo il peggio, ha deciso di dichiarare il coprifuoco notturno in ben 4 strategiche regioni: Guayas, Los Rios, Santo Domingo de las Tsachilas e El Oro.

Infine. Poche ore fa nell’intero Paese è stata dichiarata l’emergenza nazionale: stavolta per via delle ‘stagione delle piogge’, che hanno già causato una dozzina di morti e oltre 50 mila sfollati.

Quando si dice, piove sul bagnato…

Per ulteriori dettagli sulla bollente situazione nel paese, vi proponiamo un pezzo messo in rete da ‘Responsible Statecraft’ il 13 marzo e titolato  As Iran war rages, Washington opens a new front in Ecuador

 


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