Quel pezzo di ghiaccio che Trump pretende

La Danimarca ha respinto le reiterate offerte americane di acquistare la Groenlandia. Donald Trump ha sottolineato più volte la necessità che gli USA controllino la Groenlandia. “Ne va della sicurezza nostra e dell’intero Occidente”.

Sinora, questo lembo di terra danese era stato citato solo dai negazionisti del cambiamento climatico come esempio di una terra un tempo verde e abitabile divenuta nel tempo ghiacciata e inospitale. Ma di una terra nota anche per le sue risorse minerarie e per le cosiddette “terre rare”, sempre più ricercate dalla famelica economia digitale.

È ora il caso di mettere alcuni punti fermi a proposito di questo lembo di terra ghiacciata. In primo luogo, va ricordato che le mire degli USA su questa spopolata isola atlantica sono di lunga data. La prima importante offerta americana per acquistarla risale al 1946, quando la Groenlandia era già una colonia danese. Nella sua prima presidenza, a partire dal 2017, Donald Trump e i suoi consiglieri hanno cominciato a lanciare segnali di interesse parlando esplicitamente di voler comprare la Groenlandia ma ricevendo sempre una risposta piccata dal governo danese.

Dobbiamo ricordare, per dovere di cronaca, che la Groenlandia non fa parte dell’Unione europea. Anche se in pochi se ne ricordano, è stato a suo tempo il primo caso di exit dall’integrazione economia e politica della UE, portato a compimento una trentina d’anni prima di quella del Regno Unito. Risale infatti al 1953 la sua integrazione nel territorio danese.

Con l’entrata della Danimarca nella CEE (nel 1972) il processo di distacco della Groenlandia si è accelerato e l’exit si compì nel 1985. La decisione venne allora motivata dalla volontà di affrancarsi dai regolamenti europei sulla pesca, ma un ruolo non irrilevante giocarono anche le forti limitazioni che si ventilavano alla caccia della foca previste dalla normativa europea che andavano contro la tradizione e ostacolavano la sopravvivenza di molte comunità Inuit che di quella caccia vivevano.

Nel 2008 un referendum popolare approvò un ulteriore grado di autonomia rispetto al parlamento danese. Dall’anno successivo la Groenlandia acquisì una sorta di indipendenza pressoché completa in tutta una serie di materie, dal sistema giudiziario alla gestione delle risorse minerarie. Ma la politica estera e la difesa rimasero all’interno della sovranità danese, e quindi l’adesione alla NATO, dal cui ombrello rimase coperta grazie al famoso art. 5 del Patto, che protegge i paesi membri dell’Alleanza atlantica secondo il noto principio “un attacco a uno è un attacco a tutti”.

A seguito di un trattato bilaterale del 1951, Washington ha ottenuto la disponibilità di gestire un’importante base missilistica lungo la costa nord-ovest dell’isola, la Pituffik Space Base, che costituisce ancora oggi un nodo fondamentale nella rete del sistema missilistico statunitense.

Negli ultimi anni due questioni stanno lentamente modificando la percezione che si ha della Groenlandia e la sua importanza politica e strategica.

  1. Il fatto che l’isola è un forziere di risorse naturali. Il suo sottosuolo custodisce infatti cospicue quantità di petrolio e di gas naturali anche se le particolari condizioni del clima ne rendono lo sfruttamento poco conveniente economicamente.
  2. Il fatto che la Groenlandia contiene nel suo sottosuolo alcuni particolari minerali indispensabili per l’industria informatica e per la transizione ecologica. Le celeberrime terre rare.

“Trump ha sbagliato sulla Groenlandia” ha dichiarato la premier Meloni criticando per la prima volta il presidente americano per le sue avventate dichiarazioni. Parole attribuite alla Meloni con le quali ha preso un minimo di distanza dal tycoon, ribaltando la sua ormai consueta narrazione e lanciare un segnale di compattezza all’Europa. Il messaggio era chiaramente rivolto anche a Trump, ma questi continua a lanciare minacciosi strali contro i paesi europei.

Per questo motivo la premier ha convocato i giornalisti, tutti, cosa del tutto inusuale perché stavolta non ha convocato solo i giornalisti amici, come finora aveva sempre fatto.

Il tema che ha trattato è stato quello della Groenlandia e della necessità di difendere quel “pezzo di ghiaccio”, come la aveva definita Trump. Il fattore scatenante era la minaccia di nuovi dazi aggiuntivi (oltre quelli già imposti) per punire i paesi che avevano inviato loro truppe a presidio di quel territorio. La situazione ha rischiato seriamente di sfuggire di mano. Uno scenario che la nostra premier avrebbe molto volentieri evitato. È stato questo il motivo per cui non ha subito aggiunto “… la previsione di un aumento di dazi nei confronti delle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido”. Si, ha detto proprio così ‘è un errore’. È stata la prima volta che non ha scelto frasi più morbide per criticare Trump, come aveva fatto con quel ‘legittimo attacco difensivo’ pronunziato quando ha commentato l’aggressione al Venezuela. Poi ha aggiunto che si era trattato solo di un “problema di comprensione e di comunicazione”.

Oggetto della discussione è stata la decisione di alcuni Paesi della UE di partecipare a esercitazioni militari in Groenlandia e per mitigare il clima che si era creato la Meloni ha dichiarato “… quella dei partner continentali è stata una decisione che va letta in chiave antiamericana, ora bisogna riprendere il dialogo per evitare una pericolosa escalation”.

Infine, ha affermato che porterà questa posizione all’attenzione di Trump e di averne già informato il segretario generale della NATO Mark Rutte.

Che la partita sia veramente scivolosa lo dimostra la replica secca, volutamente gelida, che Giorgia Meloni ha riservato alla Lega. Il Carroccio aveva esultato per i dazi di Trump all’Europa e la leader, per non aprire un fronte interno, non ha commentato.


Scopri di più da La voce Delle Voci

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento