-Un ricordo del regista nel decennale della scomparsa-
Il Cinema e io è l’ autobiografia artistica, e umana, del Maestro del cinema mondiale che ci ha lasciato dieci anni fa, il 19 gennaio 2016: Ettore Scola. Che, da autore e persona di qualità, ha preferito esprimersi nel corso della sua carriera, come i prediletti Welles e Kubrick, soprattutto attraverso film ogni volta nuovi e diversi. Complice anche un carattere schivo, severo, incline a suo dire a quella forma di depressione, tipica dell’homo meridionalis, che forse non era altro che un misto di pessimismo della ragione e di rifiuto della retorica mondana. Quanto di più lontano, insomma dai vezzi divistici ed auto-celebrativi dello star system.
A se stesso, in realtà, Scola non amava attribuire neppure la qualifica di regista. Preferisce definirsi, nella lunga conversazione con il critico e storico del cinema Antonio Bertini, “scrittore di cinema”, anche in virtù di un passato importante di soggettista e sceneggiatore (Il sorpasso, I mostri, Anni ruggenti, Io la conoscevo bene) nell’età d’oro della commedia italiana.
A quel periodo di fertile creatività ha dedicato uno dei capitoli più interessanti del libro, edito da Officina e Cinecittà International, impreziosito dai disegni originali dello stesso Scola, uno per film: un chiaroscuro più espressivo e profondo di una locandina. (A proposito: perché non pensare ad una mostra dello Scola disegnatore, con lo stesso titolo del libro?, si chiedeva “Cinemasud” fin dal marzo del ’98…).
Sollecitato con garbo e competenza da Bertini, il regista di Una giornata particolare si apre ad un ampia rilettura diacronica, filtrata dal consueto sguardo critico e disincantato, della sua vita di cinema e di impegno culturale, dagli esordi come disegnatore al settimanale satirico “Marc’Aurelio” (in compagnia di Fellini, Maccari, Steno, De Seta, Marchesi, Age e Scarpelli) ed autore per la radio (ricordate il personaggio di Mario Pio immortalato da Alberto Sordi?) fino ai riconoscimenti internazionali tributati ai suoi film più famosi: da C’eravamo tanto amati a Il Mondo Nuovo, da Ballando Ballando a Capitan Fracassa.

La cover dell’edizione francese di “C’eravamo tanto amati”. In apertura Ettore Scola con Sergio Leone
RICORDI D’AUTORE
Chi si aspetta da Il Cinema e io retroscena piccanti, polemiche postume o pettegolezzi da salotto bene, ingredienti tipici di tante “memorie” dello spettacolo, resterà inevitabilmente deluso.
Nel libro Scola sfoglia l’album dei ricordi con tono serio e distaccato, benché tutt’altro che reticente, concedendo qua e là al lettore un flash curioso e divertente. Affettuoso ma esilarante, ad esempio, il ricordo di Luigi Zampa, o meglio del “regista Zampa”, come amava qualificarsi persino nelle situazioni più impensate. Non meno gustosa la reminescenza della gerarchia familiare negli anni dell’infanzia, a cui è legato l’incontro tardivo, ricorda, con “la mia prima coscia di pollo”. La sensazione trasmessa da queste pagine è che Scola, sempre immerso in mille progetti, non sia mai stato disponibile – e oggi possiamo dire che vi è riuscito – a farsi imbalsamare anzitempo nelle sembianze prestigiose ma rigide di un guru della settima arte. E fino all’ultimo ha sostenuto battaglie artistiche e civili (si pensi alla campagna contro le interruzioni pubblicitarie nei film in TV, al ruolo di ministro della Cultura nel governo ombra del PCI, all’ attività di produttore e talent scout di registi esordienti) questo cineasta dalla personalità artistica così atipica e complessa da sfuggire a qualsiasi “scuola” e definizione. Persino l’etichetta di autore totus politicus, che pure si sarebbe autorizzati a ricavare da alcune affermazioni in Il Cinema e io (“Anche nei film apparentemente più innocui, più neutri, ci sono sempre le mie idee politiche”), si rivelerebbe riduttiva. I film di Scola sembrano piuttosto il frutto di un delicato equilibrio tra rigore e ironia, disincanto ed impegno, militanza ideologica e piena libertà creativa, amore per la tradizione migliore del cinema italiano (il Neorealismo, De Sica, la “commedia sociale” degli anni ’60) e vocazione allo sperimentalismo costante. E di ognuno di essi, in ordine cronologico, Scola ripercorre, lungo i sentieri battuti dall’esperto Bertini, l’idea di partenza, il contesto politico e culturale, l’atmosfera sul set, la scelta mai casuale di battute e sequenze diventate familiari ai cinefili di tutto il mondo: con una dovizia, stavolta sì, di riferimenti e di particolari, quasi mai oziosi e spesso inediti (il rapporto con la Loren e Ponti sul set di Una giornata particolare, le reazioni a Le borgate di Pasolini, l’amichevole input di Jack Lang per Ballando Ballando, la scoperta delle qualità drammatiche di Massimo Troisi, la svolta del PCI in casa Scola…) che fanno di Il Cinema e io un testo di straordinaria rilevanza sul piano storico-critico, oltre che di gradevole lettura.
UN ROMANO DEL SUD
Le pagine più ispirate sono quelle dedicate all’infanzia e all’adolescenza, vissute tra il comune di nascita, Trevico, un bel paesino di montagna di neppure mille anime in provincia di Avellino, e la Roma fascista, nella quale si era trasferito il papà del piccolo Ettore, medico condotto.
Qui i ricordi si fanno dettagliati, vivissimi, ed è semplicemente sorprendente la forza ispiratrice della memoria su temi, scene, situazioni di volte delle sue opere più riuscite.
Esemplare è il ricordo del primo film, una pellicola di Stanlio e Ollio proiettata in piazza, su un enorme lenzuolo, in una ventosa sera d’estate a Trevico: un’immagine indelebile che Scola ha rievocato in Splendor.
In Il Sorpasso c’è la grande casa del nonno a Trevico, né si spiegherebbe La famiglia (dove è riflesso il ricordo del simpatico zio Peppino) senza l’esperienza diretta di un nucleo patriarcale. E ad un critico cinematografico della sua Irpinia, il direttore di “Cinemasud” Camillo Marino, è dichiaratamente ispirato il personaggio di Nicola Palumbo, interpretato in maniera indimenticabile da Stefano Satta Flores, in C’eravamo tanto amati.
La stessa ispirazione di Che ora è, rivelò lo stesso regista nella manifestazione Irpinia nel cinema, al castello Candriano di Torella dei Lombardi nel 1997, è legata al significato simbolico dell’orologio di nonno Scola.
Per finire con Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-nam, esplicitamente dedicato al suo paese d’origine e al dramma atavico dell’Irpinia e del Sud: l’emigrazione.
Persino l’attrazione per la Francia, ampiamente ricambiata dal pubblico transalpino, è scritta nel Dna di casa Scola.
Romano da sessant’anni, egli confessa d’altronde a Bertini: “…mi sento uomo del Sud e ogni volta che torno giù non provo quella sensazione di estraneità che si può avere quando arrivi in un posto del tutto nuovo. Anche se incontro gente che ormai non conosco, la sento affine a me”.
SOLI, CHIUSI E DIVERSI
Parafrasando il titolo di uno dei suoi film più celebri, e al tempo stesso meno compresi, Brutti, sporchi e cattivi, proviamo a sintetizzare alcuni temi ricorrenti nella filmografia di Scola: la solitudine, la claustrofilia (la scelta di ambienti piccoli e chiusi si farà sempre più marcata nei suoi ultimi film) e il “nichilismo anarcoide”, per usare la felice espressione di Bertini, dei relitti della società, che danno sostanza a quella che Scola stesso definisce “un’ottica minimale”.
Nelle prove migliori, tuttavia, il suo sguardo d’autore risale dal particolare all’universale e spazia nell’attualità, nella storia, nella grande letteratura.
I film degli esordi, da Il commissario Pepe a La più bella serata della mia vita, e gli episodi di Signore e signori buonanotte, acquistano a distanza di vent’anni una carica profetica di denuncia di un malcostume e di un potere corrotto. Mentre in Il mondo nuovo e, soprattutto, Una giornata particolare, si fondono storia e poesia.
Notevole inoltre il tributo alle buone letture, in particolare dell’infanzia: Machiavelli e Gautier, la Scapigliatura italiana e i libertini francesi e, più direttamente, Conrad e Durrenmatt, per non dimenticare la memorabile lettura poetica televisiva di Ungaretti in Il commissario Pepe. E da Bontempelli il regista irpino-romano mutua una definizione letteraria che gli appare la più calzante per la poetica dei suoi film: il “realismo magico”.
Non un fanatico della calligrafia e della tecnica cinematografica, Scola. Del cinema ha avuto una visione “alta”, al tempo stesso politica (come strumento privilegiato di analisi del reale) e letteraria, ossia di suscitatore di emozioni, idee, sentimenti. Un mezzo, per quanto straordinario, non un’arte fine a se stessa.
Per questo Il Cinema e io si può definire il manifesto di un cinema “normale”, serio, diretto e comprensibile a tutti. Che non ha fatto scalpore, e apparirà superato e banale ai critici radical-chic, esterofili arrabbiati e amanti dell’horror, del trash, degli effetti speciali. Un motivo in più per leggerlo, e per discuterne criticamente.
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