Un paio di cuoricini volano via dalla sagoma fortemente deformata per raccontare il malcelato disagio della borgatara “Yo soy Giorgia, donna, madre, cristiana” nell’atto di inviare un msm vocale all’abusivo presidente degli States fresco di un caloroso ‘like’ per gli assassini del suo esercito personale che hanno ucciso una giovane donna del Minnesota colpevole di “vivere” e per altre mille nefandezze non meno da scomunica dell’umanità.
Le parole di Giorgia, didascalia della graffiante vignetta di Elle Kappa, definiscono meglio di cento righe di bravi editorialisti il nobile pensiero dell’amica molto poco geniale del tycoon: “Lo avrai, camerata Trump, il premio Nobel che pretendi”: laddove il punto focale della satira è in quel “camerata” che nessun esponente del dissenso per lo psicopatico inquilino della Casa Bianca ha finora osato attribuirgli. La signorina presidentessa del consiglio come sempre fa e disfa, dice e non dice: invitata dall’amico tycoon a prendere la tessera del Board of Peace, dell’anti Nato privato a cui ha finora aderito uno sparuto manipolo di oligarghi antidemocratici, prende tempo con il pretesto di chiedere varianti dello ‘statuto’. Resta in stand by, pronta ad associarsi appena i rumors per la sciagurata iniziativa saranno messi a tacere da nuovi eventi. Per non sprecare un’oncia dell’amichevole dipendenza la Meloni plagia la richiesta di grazia di Trump per il genocida Netahyahu e con sprezzo del pericolo di blasfemia, lo accredita come pacificatore del conflitto Putin-Zelenski e annulla ogni dubbio sulla impossibile ipotesi di Nobel per la Pace all’amico americano: “Otterrà una pace giusta per l’Ucraina e finalmente anche noi (noi chi? ndr) potremo candidarlo”. Sic dixit Giorgia, probabilmente obbligata dalla perentoria prova di forza del presidente immobiliarista, ammorbidita con la promessa di cointeressarla nel duplice affare della ricostruzione di Gaza e dell’Ucraina.
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