PERCHE’ TANTI FEMMINICIDI

È stato necessario inventare una nuova parola per dire dell’orrore dell’omicidio di una donna sa parte di un uomo, al più un fidanzato, un marito, un familiare, sempre un uomo che in genere conosce. Un delitto, il femminicidio, che si ripete ormai con una frequenza inaccettabile. È ormai diventato un fenomeno sociologico segno di una crisi profonda con implicazioni sociologiche, psicologiche e persino economiche. Il fenomeno (considerate le dimensioni che ha assunto, è proprio di “fenomeno” che dobbiamo parlare) è connesso innanzitutto ai profondi cambiamenti sociali di questi anni, cambiamenti che hanno visto un sostanziale ridimensionamento del ruolo maschile nell’ambito delle relazioni sociali, della famiglia e dei rapporti umani in generale, ma poi anche nell’attribuzione di responsabilità di direzione nei posti di lavoro, oltre che nel conferimento dei maggiori riconoscimenti accademici e scientifici. A tal proposito ricordiamo, in primis, l’ingiustificata esclusione delle donne dalle direzioni organizzative in ambito medico (pochi primari e direttori sanitari) e della pubblica amministrazione, tutto ciò a fronte di una maggioranza assoluta di laureate rispetti agli uomini.

Ricordiamo qui a titolo esemplificativo solo una delle tante storie di un efferati femminicidi (se ne registrano ormai in Italia oltre cento ogni anno), perché paradigmatico, scelto tra quelli di cui abbiamo avuto sentore in questi ultimi mesi. Storie simili che si ripetono ormai sempre uguali ovunque nel nostro paese, dal nord più evoluto al più profondo ed arretrato meridione. Si ripetono con la stessa dinamica e la stessa assurda carica di violenza. Si tratta, in genere, di storie di ruoli negati, di amori falliti o prossimi alla conclusione.

Ma perché accadono ancora così numerosi? Forse perché tanti uomini, di tutte le età, reagiscono con violenza ad un qualsiasi rifiuto, come maschi, come amanti e spesso anche come riferimenti familiari. Si sentono umiliati dalle loro donne in casa, nei contesti sociali e persino nei luoghi di lavoro. Maschi che si sentono tanto svalutati da maturare un’incontrollabile furia omicida? È francamente probabile, ma rivela anche una grande fragilità personale e una crisi di ruolo sociale.

La storia che qui ricordiamo è quella di Pamela Genini, accaduta a Milano dell’ottobre del 2025, dopo che per ben tre volte i vicini avevano ascoltato e riferito agli inquirenti le sue disperate grida di aiuto e che per altrettante volte avevano assistito al ricominciare di quell’assurda relazione, evidentemente tossica, finché il suo compagno non l’ha uccisa. La PM che si occupò di quell’omicidio definì l’uomo come “possessivo e violento”.

Un vicino di casa, poi testimone al processo, lo aveva visto infierire sulla vittima con un coltello, sul terrazzino di casa “…. la ammazza, la ammazza” aveva urlato, poi più niente … mentre in quel condominio calava un silenzio carico di inquietudine e la lite si concludeva con l’efferato omicidio della donna.

Questa storia racconta non solo della frustrazione di un uomo che non intendeva accettare la legittima decisione della “sua” donna di chiudere quella relazione. Ma racconta il grado di violenza cieca che si può raggiungere, come se tutto fosse consentito all’interno di un rapporto di coppia. L’omicidio si compie come un “ultimo evento tragico” all’interno di una relazione costellata di “vessazioni e di violenza”. Un tipo di violenza un tempo socialmente accettata … almeno fino alla riforma del diritto di famiglia che, solo nel vicino 1975, aveva sancito la parità giuridica tra i coniugi e abolito la figura autoritaria del “padre”. Ma non ha potuto automaticamente abolire anche i tanti comportamenti patriarcali che continuano ancora oggi a condizionare pesantemente le relazioni all’interno delle coppie. Se a questi limiti si associa anche la profonda crisi di ruolo da parte del genere maschile, figlio di un modello di società oggi irreversibilmente superato. In più in un nostro mondo senza guerre si perpetuano violenze e aggressioni tipiche di società strutturate sulla triade religione-ordine-famiglia (che ancora oggi qualcuno evoca con nostalgia) e attutendo l’esclusività del genere maschile, considerato da qualcuno più “adatto” a svolgere certi lavori, come quelli di ambito militare, di polizia o di gestione della giustizia. Oggi però anche questi lavori cominciano a registrare una prevalenza del genere femminile, dovuto al numero delle donne laureate che risultano costantemente più brave e numerose nelle università e nel mondo del lavoro, avendo raggiunto livelli di eccellenza sinora sconosciuti ed essendo anche la grande maggioranza dei nuovi medici e ricercatori. Le donne hanno smentito quel diffuso pregiudizio che le vedeva inadatte a svolgere ruoli scientifici e manageriali.

Le cause dei femminicidi sono sempre complesse e multifattoriali, ancora radicate in una cultura patriarcale di disuguaglianze di genere, dove la donna è ancora vista come una proprietà e si manifestano attraverso una mascolinità tossica, con un forte bisogno di controllo e spesso sono innescate da una gelosia patologica, da disturbi della personalità (narcisismo, borderline) e, in alcuni casi specifici, sono condizionati da fattori aggiuntivi di rischio quali un abuso di alcool e di droghe. In contesti di povertà culturale, marginalità sociale, di basso livello di istruzione e, a volte, di precedenti esperienze traumatiche (famiglie problematiche o casi di abuso infantile).


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