MARK CARNEY / IL J’ACCUSE A DAVOS. E LA CENSURA ANTI NEWSOM

Pochi hanno osservato che l’oceanico (un’ora e mezzo) e farneticante (pur se meno dell’immaginabile) intervento dell’Imperatore del Mondo, al secolo Donald Trump, al WORLD ECONOMIC FORUM di Davos, è stato introdotto dal proprietario del fondo speculativo più grande al mondo BLACKROCK, ossia Larry Fink.

Nella romantica presentazione del trentennale Big Friend, mister Fink ne ha esaltato le capacità di “agire con grande efficacia soprattutto nei momenti difficili”. Nel mondo, ha detto scoprendo l’acqua calda, “stiamo affrontando sfide economiche molto difficili”, fregandosene delle guerre in corso, of course. Ed ha aggiunto che il suo amico ‘The Donald’ sta mostrando un grandissimo impegno sul fronte degli “investimenti in infrastrutture negli Usa” e per “abbattere tutte le barriere alla crescita degli Stati Uniti”. Dio li fa e poi li accoppia.

Da rimarcare, invece, l’intervento del presidente canadese Mark Carney, una vera sorpresa, quasi l’epico risveglio di un suddito che per incanto si libera delle sue catene e urla in faccia al suo carceriere.

Tutte da leggere, le sue parole: una ‘confessione’ storica.

La retorica sull’ordine internazionale basato su regole non è stata altro che una finzione, utile per giustificare negli anni l’egemonia degli Stati Uniti”.

Sapevamo che la sfida dell’ordine basato sulle regole era falsa. Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusatore e della vittima. Questa finzione era utile… Così abbiamo messo il cartello in vetrina: abbiamo partecipato al rito. E in gran parte abbiamo evitato di denunciare le discrepanze fra retorica e realtà. Questo patto non funziona più, lasciatemi essere diretto”.

Donald Trump con Larry Fink. Sopra, Mark Carney

Più chiari e diretti davvero non si può. Ma il presidente canadese trova la forza di continuare con il suo j’accuse contro il Moloch a stelle e strisce.

Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Le grandi potenze hanno cominciato ad usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture come coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare”.

E il colpo da novanta: “Non si può più vivere all’interno della menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria sottomissione”. Vere parole di fuoco.

Sottolinea il politologo Gleen Greenwald: “La parte più sorprendente e rivelatrice del suo discorso è che non ha finto che esistesse ‘un ordine internazionale basato su regole’ fino all’arrivo di Donald Trump, per poi vederlo crollare. Ha ammesso apertamente che si è sempre trattato di una finzione: ma Unione europea, Regno Unito e Canada l’hanno sostenuta e perpetuata perché ne traevano concreto vantaggio”.

Adesso il Re è nudo.

Non a caso, nelle settimane scorse il presidente canadese ha effettuato un lungo tour che ha toccato, tra l’altro, Qatar e soprattutto la Cina, per gettare la base di nuovi accordi economici. Ed ha avuto negoziati per accordi di libero scambio con l’India, oltre ad espandere intese con i principali blocchi commerciali del Sud est asiatico e dell’America Latina. Ci manca solo un vertice con i BRICS (il ventennale asse di cooperazione Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica) per ratificare una super storica intesa che punta alla de-dollarizzazione: sarebbe – c’è da augurarselo – il MASSIMO!

Passiamo, infine, al governatore dem della California, l’astro nascente per le prossime presidenziali come anti-Trump, ossia Gawin Newsom.

Al quale è stato letteralmente impedito di parlare al WEF di Davos, nonostante il suo intervento fosse previsto. Le pressioni esercitate dalla Casa Bianca sono state, di tutta evidenza, molto efficaci, come afferma esplicitamente in una nota subito diramata dal suo staff.

Gawin Newsom

Una censura davvero ai confini della realtà.

Così commenta: “Se si arriva a tanto significa essere deboli ed aver paura persino delle parole”.

La gang trumpiana non ha potuto impedire che parlasse con qualche reporter coraggioso. Al quale ha confidato: “Ero qui a Davos per esprimere un punto di vista diverso. Trump è un presidente storico: è storicamente impopolare. Le sue politiche sono implacabilmente impopolari in tutto lo spettro politico americano. Anche per i suoi stessi standard, è più impopolare oggi di quanto non lo fosse durante il primo mandato”.

I sondaggi ad un anno esatto dall’ascesa bis alla Casa Bianca sono infatti senza appello per il Tycoon: preferenze letteralmente dimezzate. E le elezioni di medio termine non sono lontane, novembre di quest’anno…


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