Che la cura delle malattie mentali sia costosa è un dato acclarato, anche se prima della riforma Basaglia l’assistenza costava molto più. Si dovevano coprire anche i costi delle cosiddette cittadelle della follia, i manicomi, che dovevano risultare totalmente autosufficienti: dalla produzione del cibo che consumavano gli internati, ai laboratori che producevano gran parte dei beni di consumo, si dovevano autonomizzare dal punto di vista finanziario gli “ospiti” per vitto, alloggio, abbigliamento e per gli altri beni di uso comune. Senza contare poi i costi aggiuntivi, al più dovuti alla diffusa corruzione interna, costi che si giustificavano solo per la necessità di compensare, in qualche modo, il disagio degli operatori per il fatto di essere costretti a vivere a contatto con quella che era considerata la parte dell’umanità che viveva ai limiti della condizione umana, tenuta in “custodia” e non certo curata, al solo scopo di sottrarla dalla vista della parte restante della società, che aveva forse un qualche responsabilità per l’abbandono di quelle persone (parenti, amici o semplici conoscenti) internate senza più diritti e senza alcuna protezione sociale.
Ma i servizi voluti dalla riforma allo scopo di umanizzare l’assistenza hanno un costo che, stavolta, deve comparire nelle rendicontazioni delle spese sanitarie del SSN. La legge ha anche quantificato il budget previsto per tali servizi nel 5% del budget totale destinato alla sanità. Ma quei circa 20 miliardi di euro oggi spesi per la salute mentale sono appena il 3,3%, peraltro attribuito dalle regione in quantità difformi, a seconda delle politiche che si perseguono. Manca quindi circa un 2% di fondi, oggi destinati altrove invece che alla implementazione delle attività dei servizi territoriali per la salute mentale. Questi fondi – che ammontano a diversi miliardi di euro – sarebbero oggi preziosi per completare la rete territoriale dei servizi di assistenza, le case famiglia, le comunità protette e per implementare i progetti di riabilitazione e di reinserimento sociale e lavorativo, attività preziose per ricollocare adeguatamente nella società civile quelle migliaia di pazienti che hanno urgenza solo di uno step finale di reinserimento per tornare ad essere produttivi e riuscire a lavorare a tempo pieno, secondo le loro reali possibilità e per uscire definitivamente dal novero delle persone assistite dallo Stato che pesano integralmente sui costi del SSN e che così potrebbero recuperare dignità piena di rispetto sociale e di cittadinanza. Pensate solo al sentimento di umiliazione e alla sofferenza connessa al doversi sottoporre periodicamente a quelle visite periodiche di controllo per avere la conferma istituzionale della persistenza dello stato di malattia, unica condizione che permette loro di percepire ancora l’assegno di invalidità col quale sopravvivono. E ciò anche quando sono perfettamente consapevoli di poter lavorare per guadagnarsi da vivere dignitosamente, purché inseriti in contesti idonei e capaci di utilizzare le loro risorse e capacità, come avviene in quelle forme di “lavoro protetto” organizzato da alcune cooperative sociali che se ne fanno carico per poi passare al lavoro nelle produzioni ordinarie.
Le perdite complessive dovute al “congelamento” di questa grande forza lavoro sono state quantizzate in oltre 63 miliardi di euro. Oggi, in Italia, lo dicevamo prima, si investe solo il 3,4% della spesa sanitaria nazionale in ambito di salute mentale; se il Paese rispettasse le leggi aumentando tali risorse fino a raggiungere il target previsto del 5%, si registrerebbero benefici diretti e indiretti per 10,4 miliardi di euro. Per ogni euro investito in salute mentale, il Sistema-Paese ne guadagnerebbe circa 5 in beni prodotti ed in mancata spesa in farmaci e ricoveri.
È quanto emerge dal rapporto “La salute mentale come motore della crescita socio-economica dell’Italia”, realizzato da Angelini Pharma in partnership con The European House – Ambrosetti e presentato oggi a Roma, presso il Ministero della Salute, nel corso dell’evento “Headway® – A New Roadmap in Brain Health: Focus Mental Health”.
Il rapporto, oltre a fotografare l’epidemiologia dei disturbi mentali in Italia, esplora anche il ruolo della salute mentale nella crescita economica del Paese, calcolando il ROI, il ritorno sull’investimento, e indagandone gli impatti diretti e indiretti sulla produttività e sul mondo del lavoro.
“Guardando ai dati sulla prevalenza dei disturbi mentali in Italia, notiamo come questa si concentra in modo predominante nella popolazione in età lavorativa, con il 64,8% dei casi complessivi registrati nella fascia di età 20-64 anni” ha dichiarato Gabriele Ghirlanda, Executive Director Global Value, Access & Public Affairs Angelini Pharma. “Tuttavia, solo il 57,9% dei casi viene trattato. Questo quadro si traduce in costi elevati in termini di ridotta produttività, spesa assistenziale e sociale e spesa sanitaria diretta, per una cifra complessiva di circa 63,3 miliardi di euro. Questi dati evidenziano l’urgenza di migliorare l’efficienza e l’efficacia delle risorse attuali, dando priorità ai servizi territoriali e alle strategie di intervento precoce. È imprescindibile adottare un approccio integrato che consideri la salute mentale come parte integrante della salute pubblica e includa anche la prevenzione. Solo con azioni coordinate possiamo affrontare efficacemente l’aumento dei casi di disturbi mentali e ridurre l’impatto socioeconomico.”
Dallo studio emerge che tali numeri sono anche sottostimati, come suggerisce l’ampio divario tra le Regioni italiane in termini di accertamenti, dal momento che si passa dai 266,1 casi per 10.000 abitanti a Bolzano agli 84,8 della Sardegna.
Il tasso di occupazione per le persone che manifestano problemi di salute mentale, infine, è pari a 42,7%, una percentuale che scende ulteriormente al 40,2% per gli individui con disturbi complessi. Si tratta di numeri inferiori anche di venti punti rispetto al dato della popolazione generale, elemento che evidenzia gravi disuguaglianze nell’accesso al mondo del lavoro.
“Il Rapporto Headway® consente di avere accesso da alcuni anni a numerosi dati e indicatori sullo stato di salute e le politiche in ambito di salute mentale nei Paesi europei, dati che sono fondamentali che possono guidare il monitoraggio e la pianificazione delle strategie per la salute mentale in Italia” – ha dichiarato Daniela Bianco, Partner di The European House – Ambrosetti e Responsabile della Practice Healthcare, TEHA Group – “I risultati sono particolarmente rilevanti per il nostro Paese e dimostrano chiaramente che investire 1 euro nella salute mentale e nei servizi sociali genera un significativo ritorno, stimato in 4,7 euro, sia in termini economici sia in termini di miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, con l’Italia ancora al di sotto dei livelli raccomandati di investimento nei servizi di salute mentale, è fondamentale agire subito per colmare questo divario e garantire risultati migliori per le persone e la società nel suo complesso.”
“Il 12% della popolazione italiana vive con problemi di salute mentale, che oltre ad essere debilitanti nella prevalenza dei casi mettono a serio rischio la possibilità di lavorare non solo dei pazienti ma anche dei loro familiari, che vivono su di loro la malattia del loro caro.” – ha commentato il Prof. Alberto Siracusano, Professore Ordinario, Università Tor Vergata di Roma; Direttore Scuola di Psichiatria; Coordinatore del Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale – “La risposta a questa sfida dipende dall’impegno collettivo: è fondamentale promuovere un approccio “One Mental Health” per una cultura della salute mentale che risponda ai bisogni della popolazione in tutte le fasi della vita, con particolare attenzione alle donne, agli anziani e al tema drammatico della solitudine.”
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