SOMALILAND / IL PAESE CHE NON C’E’. MA DOVE  DEPORTARE I PALESTINESI

Sotto l’albero Babbo Bibi Netanyahu ha fatto trovare ai palestinesi un gigantesco regalo di Natale: il SOMALILAND, ovvero la terra promessa in cui verranno presto deportati.

Pochi giorni fa, infatti, il governo killer di Tel Aviv è stato il primo e unico al mondo a riconoscere quella fantomatica terra che nel lontano 1991 si proclamò Stato indipendente dalla Somalia.

Ma già nei mesi scorsi, tra le possibili mete ove traslocare tutti i sopravvissuti al GENOCIDIO, il premier nazi aveva fatto cenno anche al Somaliland: circostanza non rilevata dai cronisti, perché si tratta di uno Stato che non esiste.

Bibi Netanyahu. Sopra, la piantina di Somaliland

Ore fa, interrogato dal New York Post circa un possibile riconoscimento, Donald Trump ha così risposto: “Valuteremo. Studio molte cose e prendo sempre ottime decisioni che si rivelano corrette”. Poi, curioso, ha chiesto: “Ma qualcuno mi sa dire esattamente cos’è il Somaliland?”. Tutto detto.

Recapitoliamo i fatti.

Partiamo da una premessa geografica. Si tratta di una striscia di territorio stretta e lunga (800 chilometri), abitata da 6 milioni 200 mila africani: è localizzata all’estremità nord della Somalia e a poca distanza dalle acque del golfo di Aden. La sua particolare posizione all’imbocco dello stretto di Bab-el-Mandeb, una delle rotte commerciali più trafficate al mondo che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e al Canale di Suez, rende il Somaliland una zona di altissimo valore strategico per il commercio e per la sicurezza internazionale.

Corrisponde grosso modo ai confini dell’ex Somalia britannica. Fu infatti una delle colonie dell’impero di Sua Maestà dal 1884 fino al 1960, ed ebbe una grossa importanza per rafforzare all’epoca i legami tra Londra e l’India.

Oggi la sua posizione è di particolare importanza perché praticamente vis a vis con lo Yemen. E, quindi, una postazione strategica, se ‘controllata’ da Tel Aviv, per monitorare, controllare e bombardare i ribelli (al governo di Gibuti) Houthi.

Ecco cosa scrive infatti, in un report redatto appena un mese fa (fine novembre 2025), l’Institute for National Security Studies’, un think tank israeliano: “Per Tel Aviv può essere una base avanzata per molteplici missioni: monitoraggio dell’intelligence sugli Houthi e i loro sforzi di armamento; supporto logistico al governo dello Yemen in conflitto con gli Houthi; piattaforma per le operazioni contro gli Houthi”.

Torniamo a quel fatidico 1991, quando lo Stato fantasma si proclama indipendente, sovrano e autonomo. Ma da allora in poi non è stato mai riconosciuto, come tale, da nessuna altra nazione, tantomeno dell’ONU o da altri organismi internazionali. Da allora ha dei partiti, forma un governo, gli elettori vanno a votare, c’è una moneta, hanno un esercito e una polizia: ma in pratica non hanno rapporti commerciali con altri paesi, né hanno accesso a prestiti, aiuti ed investimenti esteri. Una sorta di Paese che esiste solo sulla carta.

Ma da oggi esiste per Israele che, di tutta evidenza, lo ha prescelto per la maxi operazione di deportazione di quel che resta dei palestinesi, ormai troppo ingombranti e da sistemare al più presto; e poi come ottimo avamposto per tener sotto ferreo controllo gli Houthi  nonché quelle aree commercialmente e geopoliticamente strategiche.

il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud

Ecco la prima nota ufficiale diramata dal governo killer di Tel Aviv: “Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il suo capo della diplomazia Gideon Saar e il presidente della Repubblica del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullah, hanno firmato una dichiarazione congiunta e reciproca nello spirito degli Accordi di Abramo”. Sono previste a breve una visita del presidente Abdullah a Gerusalemme, nonché l’apertura di sedi diplomatiche e la nomina degli ambasciatori nei due paesi.

Passiamo alle prime reazioni a livello internazionale, tutte di segno più o meno vibratamente negativo. Infatti – notano gli analisti – mentre nella capitale (nome ignoto praticamente a tutti) Hargeisa, la popolazione festeggia davanti al Museo nazionale dove sventolano, fianco a fianco, le bandiere di Israele e Somaliland, praticamente tutte le nazioni arabe e africane ribollono.

Furibondo, ovviamente, il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud che bolla il riconoscimento come “un attacco alla sovranità nazionale”. Condanne a raffica da parte di Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Qatar, Kuwait, Kenya, Uganda, Tanzania, Uganda, per citare solo alcune nazioni.

LUnione Africana ha riaffermato il principio dell’inviolabilità delle frontiere e per oggi è stato convocato, d’emergenza, il Consiglio della Lega degli Stati Arabi al Cairo.

Una milizia di Houthi

Il capo degli Houthi, Abdulmalik al-Houthi, proclama: “Consideriamo qualsiasi presenza israeliana in Somaliland un obiettivo militare per le nostre forze armate, poiché costituisce un’aggressione contro la Somalia, lo Yemen e una minaccia alla sicurezza della regione”.

La Cina ha ribadito il suo “fermo sostegno alla Somalia”.

Si è svegliato dall’eterno letargo perfino l’ONU, che ha deciso di riunire ad horas il Consiglio di Sicurezza per valutare la imprevista ma già bollente situazione.

La UE, dimenticando per un attimo il suo impeto sempre più bellicista in vista del conflitto con la Russia, sottolinea “l’importanza di rispettare l’integrità territoriale della repubblica federale della Somalia”.

L’entourage trumpiano, a quanto pare, è favorevole al riconoscimento sia per non irritare il governo eternamente amico di Tel Aviv, che per fronteggiare la crescente pressione cinese su Gibuti.

Sempre che, prima o poi, qualcuno sussurri a Trump cosa è il Somaliland…


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