Sembra scivolare, senza lasciare tracce permanenti di default, gran parte e forse in toto il giornalismo d’indagine, represso dal potere coercitivo della politica malata di dispotismo, soggiogato dal dio danaro che domina ogni scenario della società. Esito di questa ghigliottina sulla libertà e la completezza dell’informazione, strumento fondamentale della democrazia partecipata, è la scomparsa sistematica di rari, salutari esempi del giornalismo indagatore, progressivamente assente dall’ampio stadio della stampa moderata, totalmente da quello di regime e dai palinsesti televisivi del network nato come servizio pubblico, conseguenza dell’arrembaggio al potere della destra, di emittenti scandalosamente filo governative dell’emittenza privata.
E così anche per quel che resta del giornalismo d’inchiesta, di Report, Fanpage, Dagospia, è ridotto al minimo l’esito politico, sociale della loro denuncia del malaffare, del ‘nulla’ di chi s-governa l’Italia. Ne trae giovamento il mondo incontrollato dei social, innovativo strumento della distrazione di massa o peggio di elogio del potere che opprime il Bel Paese. Infiniti esempi certificano questo ‘j’accuse’ dinascoltato, ma ne basta uno per tutti. Ci siamo indignati, perché italiani al pari dei gaudenti, che armati di fucili di precisione, per la cifra complessiva di 300mila lire hanno sfogato impeti libidinosi, il loro osceno divertissement di fine settimana con trasferte nella ex Jugoslavia, dove criminali locali hanno organizzato partite di caccia all’uomo, il tiro al bersaglio su civili uccisi a fucilate.
L’inchiesta di ‘Ranucci’ denunciò la complicità dei servizi segreti italiani, informati dell’ignobile ‘safari’ degli stimati professionisti, con tanto di nome e cognome: indagati, processati, condannati, schiaffati in galera? Niente di tutto questo, il ‘caso’ è sparito dall’attenzione dei media e della Giustizia, i ‘colpevoli’ di quella mini strage di innocenti operano come nulla fosse amati e rispettati. L’opinione pubblica è obnubilata dall’ossessivo ripetersi di vicende da gossip, dal dirompente accanimento televisivo per la sorte della povera Manuela Orlandi e i misteri del Vaticano, e ogni giorno, dalla mattina alla notte, oramai da settimane, dal caso “Garlasco’.
OCCASIONE: l’idea di sfettare il manipolo di privilegiati ben retribuiti per frequentare il Parlamento è da condividere, ma con la clausola accessoria di una lista ‘nera’ degli indesiderati, di deputati e senatori che hanno disertano le aule di Montecitorio e Palazzo Madama, assenteisti ingiustificati. Recordman delle assenze è Antonio Angelucci deputato leghista, editore dei quotidiani di centrodestra Libero, Il Giornale, Il Tempo e ras delle cliniche private del Centro Italia. Nel 2025 non si è mai presentato alla Camera dei deputati: zero presenze alle 4.675 votazioni. Lo insegue Marta Fascina (in quota Forza Italia, compagna di Berlusconi), assente al 94,54% delle votazioni). Con il taglio degli ‘onorevoli’ meno politici, ma la spesa di Camera e Senato non è diminuita. A guardare i numeri della riforma che ha ridotto il numero dei deputati da 630 a 400, in vigore dall’attuale legislatura, la promessa del risparmio appare oggi poco confermata. L’effetto della riforma voluta dal M5S, non ha prodotto la riduzione dei costi, ma l’aumento della spesa pro capite. Esempio: il ‘Contributo unico e onnicomprensivo” destinato ai gruppi parlamentari, di circa 30,9 milioni, con un numero inferiore di deputati, si è tradotto in maggiori introiti per ciascun eletto.
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