In Italia si discute ancora sulla necessità di una legge sul suicidio medicalmente assistito. Ma, nonostante il gran parlare che se ne fa, non esiste ancora uno straccio di bozza di legge su cui aprire una formale discussione. Il problema non si vuole affrontare, né tantomeno risolvere. Questa materia è disciplinata solo da alcune sentenze, le 242/2019 e 135/2024 della Corte costituzionale. Una legge, la 219/2017, norma il solo diritto del cittadino a rifiutare alcune cure (eutanasia passiva). Questa consente di indicare proprie Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), che poi diventano vincolanti e consentono di ricevere aiuto per la morte volontaria. Ma ciò può avvenire solo nel caso di una condizione di sofferenza causata da una patologia irreversibile e se il paziente conserva la propria capacità decisionale. Questo diritto è valido quando si associa a una chiara dipendenza da trattamenti medici o strumentali finalizzati al sostegno vitale (come avviene in caso di ventilazione, di nutrizione artificiale o di trattamenti chemioterapici). Rimane invece illegale qualsiasi forma attiva di eutanasia, quando cioè è coinvolto il medico nella somministrazione di un farmaco. Questa norma, ci sembra però una straordinaria forma di “ipocrisia istituzionale”, figlia cioè di un tipico perbenismo bigotto.
La Regione Toscana ha approvato quest’anno, una sua legge finalizzata a colmare questo vuoto normativo. È la prima volta che ciò accade, ma questa legge è stata parzialmente contestata dal Governo nazionale. Dimenticando che lo stesso non è riuscito ad approvarne una, anzi ha lasciato in vigore quell’articolo 580 del CPP che regolamenta il reato di “istigazione o aiuto al suicidio”. Tutto ciò nonostante le reiterate pressioni della Corte costituzionale che ha stabilito che la norma non si può applicare se sono rispettate le condizioni di cui sopra.
La questione del suicidio assistito occupa ancor oggi uno spazio consistente nell’agenda politica italiana, e questo grazie alle sentenze della magistratura che ne continuano a sottolineare l’urgenza. Ma è proprio di fronte a questa incapacità centrale che alcune regioni hanno cominciato a legiferare.
Lo ha fatto perfino la Campania – che certamente non è prima su questi temi – dove alcune Asl hanno persino istituito commissioni per la verifica e l’autorizzazione delle richieste di assistenza al suicidio. Il coordinamento di questi team aziendali dedicati sono i Direttori Sanitari dei Distretti nei quali risiedono i richiedenti e l’assistenza alla procedura è affidata, in genere, a un medico che volontariamente prescrive o fornisce i farmaci necessari, che però devono essere assunti dal paziente autonomamente. Il medico può spingersi fino alla prescrizione ma non può intervenire direttamente nel provocare la morte. Deve essere la stessa persona interessata a decidere in piena libertà quando morire.
Il suicidio assistito è oggi consentito solo in alcuni Paesi e rispondendo a tre diverse normative, ossia:
- Secondo una procedura prevista in base ad un modello oggettivo che identifica i tempi della sofferenza e dello stato patologico terminale (come accade in alcuni Stati USA o in Australia).
- Secondo un modello soggettivo, che identifica una condizione di sofferenza, una patologia senza prospettive di miglioramento e percepita come insopportabile (come accade in Olanda e Svizzera).
- Secondo una terza procedura normata in Belgio, Lussemburgo e Canada, grazie alla quale il suicidio assistito pur non essendo consentito tout court, contempla un ampio spettro di esperienze intermedie, le cosiddette CNB, ossia riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito redattein base ad un documento di sintesi di un gruppo di Biodiritto con competenza in materia.
Il cammino normativo sul suicidio medicalmente assistito in Italia è ancora in fase di costruzione, tra spinte riformiste e forti resistenze religiose o culturali.
La sfida maggiore resta quella di coniugare il rispetto per la libertà individuale e la necessità di garantire un accesso equo e sicuro alle procedure su tutto il territorio nazionale. L’auspicio è che si arrivi presto anche da noi ad una legge organica, capace di offrire risposte chiare e uniformi, che eviti disparità e quelle incertezze che oggi pesano soprattutto sulle persone vulnerabili e sulle loro famiglie.
Servono regole chiare, non per incoraggiare questo tipo di scelta, ma per garantire chi vuole consapevolmente compierla consentendo loro di farlo nel rispetto della propria dignità.
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