Consideriamo ormai scontato che l’asse tra Donald Trump e Vladimir Putin possa essere oggi un’innegabile iattura, un irrefutabile dato di realtà. Un asse che si consolida sempre di più anche grazie alla reiterazione della strategia per la difesa e per la sicurezza nazionale elaborata dalla presidenza americana.
In un documento sull’argomento, pubblicato parallelamente ad un’aggressione trumpiana agli alleati europei, si ribadisce che la violenza verbale contro gli europei non si interrompe … forse in ossequio ai desiderata di Putin.
Le politiche americane sono, per ora, solo annunciate ai “sedicenti” alleati europei che continuano ad essere aggrediti definendoli “parassiti” o “incapaci” e quanto di peggio può essere concepito nella narrazione di Trump, ormai tranquillo nell’assoluta certezza di non ricevere alcuna sostanziale contestazione.
Dmitrij Peskov, il potente portavoce del Cremlino, ha dichiarato parlando dei rapporti con gli USA “… gli aggiustamenti di Trump sono in gran parte coerenti con la nostra visione. Forse possiamo motivatamente sperare che questa condivisione strategica possa essere essa stessa la garanzia che indica che saremo in grado di continuare in modo costruttivo il lavoro congiunto per trovare una soluzione pacifica in Ucraina”.
Mosca esulta, dunque, per lo strappo che si va consumando tra la Casa Bianca e gli storici partners europei. Poi, come se non bastasse, aggiunge anche “… il declino economico dell’Europa è confermato dalla prospettiva reale, e molto desolante, dell’erosione della sua civiltà”. Lo aveva scritto Trump nel suo documento strategico. E giù un’ulteriore invettiva contenente una valanga di critiche rivolte al vecchio continente, sul classico tema dei migranti fino a quelle riferite alla guerra in Ucraina. Tutto ciò è musica per le orecchie del Cremlino, che applaude senza sosta anche con le dichiarazioni dei suoi falchi più feroci “… questo non è un abbraccio amichevole, ma è un segnale abbastanza chiaro del contrario. Significa che gli Stati Uniti sono pronti a discutere l’architettura di sicurezza piuttosto che tentare di imporre altre sanzioni, che appaiono loro sempre più inutili”. È quanto ha scritto sui social anche l’ex presidente Dmitrij Medvedev.
L’Unione europea si trova, a questo punto, a giocare una partita cruciale. Con poche armi e non solo in senso metaforico, ma soprattutto con la sua storica e alquanto discutibile coesione interna. Il fronte di chi chiede uno scatto di orgoglio vede in prima linea Francia e Germania, paesi intenzionati a rispondere in modo deciso alla fuga in avanti dell’alleato americano.
“Le decisioni che riguardano le norme dell’Unione Europea devono essere prese dall’Unione Europea” ha ribadito ufficialmente il portavoce della Commissione. Ma non mancano leaders contrari, primo tra tutti l’ungherese Viktor Orbàn, ma la novità peggiore è costituita dall’incremento di quelli riluttanti. Tra questi ultimi troviamo anche gli italiani, sempre più preoccupati di compiacere gli amici americani.
La forza della loro reazione si vedrà concretamente, forse, solo quando il trio dei volenterosi – Starmer, Macron e Merz – si vedranno per l’ennesima volta con Volodymyr Zelensky. E ancora una volta le sorti dell’Europa passeranno dai rapporti con Kiev.
In Germania, nel frattempo, dilaga una reazione europea allo shock provocato dalla strategia americana sulla sicurezza nazionale. Il dettato sovranista inoltre conferma il tramonto irreversibile delle relazioni transatlantiche.
Il documento trumpiano è intriso di odio verso i valori europei e promette di sostenere i movimenti populisti e le estreme destre che mirano a sovvertire lo stato di diritto e le definite “vecchie democrazie” del nostro continente.
Ci chiediamo allora se gli antichi buoni rapporti tra le due sponde dell’Atlantico siano definitivamente compromessi e se dobbiamo cominciare a considerare gli americani, e forse anche la NATO, come ex amici da guardare con sospetto e deciderci a fare da soli.
Sinceramente speriamo non sia così e non perché, come continua ad affermare Trump, intendiamo sfruttare ancora la forza americana, pensando che continuerà a difenderci come ha generosamente fatto durante e dopo la Seconda guerra mondiale, allora in funzione antisovietica. Certo la nostra riconoscenza per quanto hanno fatto in quel recente passato deve restare immutata, ma ora possiamo e dobbiamo cominciare a camminare sulle nostre gambe senza espettare sempre quell’aiutino che ora rischia di diventare una stretta soffocante. Ma la domanda vera è chiederci brutalmente se possiamo veramente farcela.
Scopri di più da La voce Delle Voci
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.















