I GIOVANI E LA GUERRA

“Se l’Italia dovesse entrare in guerra” è l’infelice titolo di un sondaggio realizzato dal Garante per gli Adolescenti che ha impressionato esperti e osservatori.

Perché? E soprattutto che bisogno c’era di attivare l’interesse degli adolescenti su un simile argomento? Scorrendo le domande ci si imbatte in quesiti inquietanti “Come ti informi sulla guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del ruolo della tua generazione nella costruzione della pace?” Si chiede in sostanza di dichiarare esplicitamente la propria opinione sull’argomento.

L’autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza ha annunciato in pompa magna questa specie di sondaggio rivolto a giovani dai 14 ai 18 anni.

Chiude il sondaggio un elenco di domande a risposta chiusa. I promotori del sondaggio dicono di aver concordato i quesiti con un gruppo controllo costituito da giovani coetanei a garanzia della sostenibilità del sondaggio stesso.

I ragazzi di questo improbabile “gruppo di controllo” pare siano stati selezionati per essere inseriti in due gruppi di lavoro.

  1. Il primo selezionato per sondare quanto i ragazzi siano disposti ad arruolarsi per difendere la Patria, quanto sappiano della guerra e quale sia la loro fonte privilegiata di informazione.
  2. Il secondo selezionato per “misurare” la fascinazione esercitata sui giovani dalla divisa e il loro livello di consapevolezza responsabile.

Questo uno dei quesiti proposti “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e, se servisse, mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?”.

Questi quesiti sono stati proposti ai ragazzi sondati nella scuola italiana. Si tratta di un questionario (apparentemente innocuo) di 32 domande dal titolo “Guerra e Conflitti” disponibile sul sito dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza elaborato da Marina Terragni, nominata autonomamente dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa”. E già questo ci pone qualche interrogativo non di scarsa rilevanza e ci induce a sospetti sui reali fini del sondaggio stesso, che si presenta senza garanzie sulla correttezza scientifica e senza aver previsto il coinvolgimento di un gruppo di controllo per garantire la sua affidabilità, che preveda la presenza di psicologi, di personale specializzato o comunque di esperti accreditati. Non vorremmo che qualcuno arrivi a considerare esperti affidabili personaggi discussi quali sono i due presidenti, entrambi noti più per avere un busto del duce sulla scrivania che per essere garanti di imparzialità su argomenti così delicati. Sembra più un sondaggio per indurre opinioni che un sondaggio scientificamente garantito da esperti sulla sua validità. Qualcuno azzarda persino che sia parte di un preciso piano di militarizzazione delle scuole che, passando anche attraverso un simile questionario, dall’apparenza neutrale, si proporrebbe di condizionare i giovani studenti allontanandoli da suggestioni pacifiste o, peggio, che avrebbe lo scopo di attivare una sorta di entusiasmo bellico o di fanatizzare, il tutto in un’età nella quale tutto ciò può sembrare possibile ed essere facilmente ottenibile, in quanto agito su giovani si pensa condizionabili sotto questo profilo.

Elaborare in questo modo uno strumento di indagine farebbe bocciare qualsiasi studente di sociologia o di metodologia della ricerca, tanto appare grossolana la sua fattura.

Ma forse, in realtà, si cela veramente qualcosa in più. Alcune domande appaiono, agli occhi di un ricercatore esperto, chiaramente inappropriate. Si chiede infatti se l’intervistato considera sé stesso un “pacifista”, col chiaro intento di individuare subdolamente se potrebbe partecipare o condividere manifestazioni di piazza contro la guerra. È questa la parte francamente più preoccupante. Infatti, a riprova che la seconda parte è quella più grave segnaliamo qui solo alcuni items sul parallelismo diretto tra le guerre e i conflitti individuali o di gruppo. Il messaggio è evidente. Si tratta di far passare l’idea che le guerre, in genere, non hanno motivazioni economiche o geopolitiche, ma si combatterebbero come innocenti estensioni dei piccoli conflitti quotidiani, confrontabili con quelli che avvengono nelle famiglia, con gli amici, nei social. Insomma, niente di particolarmente grave.

In sostanza si vuol sapere se l’intervistato si considera un pacifista, se ritiene utile aiutare a perseguire un percorso di pace, se pensa che la pace possa essere un valore assoluto da ricercare sempre e prima di ogni altra azione. In sostanza se anche nei suoi conflitti quotidiani è disponibile a ricercare la pace o insistere caparbiamente e acriticamente sulle sue opinioni.

È chiaro che in questo modo, con astuzia e malafede, la guerra può apparire una esperienza quotidiana, si normalizza, si cataloga come parte di quei piccoli litigi di tutti i giorni. E, naturalmente, se la si considera così si è anche disposto a subire, si lotta di meno, e ci si considera un pacifista, termine sarebbe usato in un’accezione negativa.

Sono stati, infine, resi noti anche i primi risultati e fornite le prime stime sulle valutazioni di merito del questionario. Ma forse non sono in linea con le intenzioni filo-belliciste di chi lo ha proposto. Su un campione casuale di 4000 adolescenti, il 68% avrebbe comunque risposto di non essere disponibile a immolarsi per difendere la patria. Pare che i giovani si informino prevalentemente guardando la TV e che in pochi manifestino un sentimento di patriottismo.

Il primo ostacolo che si percepisce aprendo il questionario, e che ne invalida la correttezza, è quello che chiunque può rispondere, basta dichiarare solo di essere un giovane, proprio come avviene con le geniali misure di garanzia sull’accesso ai siti porno elaborate dalla stessa autorità e che dovevano limitarne il consumo.

Il secondo è che si può compilare il questionario tutte le volte che si vuole, senza limiti, rendendo qualsiasi analisi del report totalmente falsato, spurio e francamente ridicolo. Basti pensare che neppure quando si compila un banale questionario pubblicitario sulle preferenze commerciali (come, per esempio, quando si vuol interrogare un consumatore sulla sua preferenza tra pecorino e parmigiano o tra due diversi detersivi) si può rispondere più di una volta.

Quando si vuol sapere invece cosa pensa un giovane in caso di entrata in guerra del suo paese, invece, non si ritiene di prendere tutte le precauzioni del caso e si lascia la questione nelle mani dei soliti incompetenti. O peggio.

 


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