In un sol giorno l’ennesima, clamorosa prova che la nostra Giustizia è ormai morta e sepolta da anni, oltre un trentennio, per la precisione dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Poche ore fa, infatti, si sono svolte due significative audizioni, una davanti alla Commissione Antimafia, l’altra davanti alla Commissione parlamentare(la seconda) d’inchiesta sull’omicidio di David Rossi, così lo abbiamo sempre definito.
Pensate che, appunto, a 33 anni dall’omicidio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (con un processo Borsellino arrivato al suo quater…) gli inquirenti brancolano ancora nel buio, indecisi su quale pista prendere, mentre i mandanti politici se la ridono, liberi come fringuelli.
E pensate ancora che, a 12 anni abbondanti dal volo dal quarto piano di Palazzo Salimbeni, storica sede del Monte dei Paschi di Siena, gli inquirenti hanno fatto flop per 2 due volte, chiedendo l’archiviazione del caso, secondo loro un manifesto suicidio. E, ora, la Commissione parlamentare adombra il sospetto che ci sia stata una manina a spinger giù David Rossi, il responsabile delle comunicazioni Mps.
Ai confini della realtà. Ma ben dentro i confini di un Paese al quale è ormai stata scippata la parola Giustizia: calpestata, vilipesa, oltraggiata da continui buchi nell’acqua, con una sfilza di Misteri, di Buchi neri, e soprattutto di Depistaggi di Stato che continuano a farla da padroni.
Proprio come nel giallo della strage di via D’Amelio. Con una serie di Depistaggi a catena, tanto che gli ultimi inquirenti, quelli di Caltanissetta, sono stati costretti ad ammettere che siamo in presenza del più gigantesco depistaggio della nostra storia giudiziaria.
Veniamo alla fresca audizione, davanti all’Antimafia, del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca.
Ha sottolineato che “l’ipotesi della pista nera nelle stragi del ’92, collegata al terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie vale zero spaccato”. A suo parere, “gli atti ricevuti dalla Procura di Palermo mostrano l’inconsistenza investigativa di quella pista, originariamente prospettata dall’allora procuratore capo (e oggi senatore 5Stelle, ndr)Roberto Scarpinato”, e ancor oggi la pista più accreditata da ‘Report’.
Al contrario, afferma De Luca, “riteniamo che vi siano molteplici e concreti indizi che la gestione del filone Mafia-Appalti presso la procura di Giammanco sia una delle concause della strage di via D’Amelio e anche di Capaci”.
Ecco le sue parole: “Non comprendo lo scetticismo maturato negli anni su quella pista, che considero una concausa delle due stragi, insieme a due pre-condizioni: l’isolamento istituzionale di Falcone e Borsellino e la pressione esercitata dagli interessi per gli appalti pubblici”.
De Luca ha poi ricordato che l’ex magistrato Gioacchino Natoli, oggi indagato per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra (così come l’ex procuratore di Palermo e poi di Roma, Giuseppe Pignatone, ndr) dalla procura di Caltanissetta, avrebbe – secondo le accuse – “fornito informazioni ritenute non veritiere al CSM pochi giorni prima della strage di via D’Amelio in merito ai rapporti interni all’ufficio giudiziario di Palermo”.
Dopo 33 anni siamo messi proprio bene.
La ‘Voce’ da anni e anni ha sempre indicato la pista ‘Mafia-Appalti’ come l’unico vero movente per le due stragi. Come del resto ha denunciato, fin dal 1996, con una potente relazione di minoranza proprio all’Antimafia, Ferdinando Imposimato. Come hanno sempre urlato i figli di Borsellino, ossia Fiammetta, Lucia e Manfredi, nonché l’avvocato della famiglia (e marito di Lucia), Fabio Trizzino. Basta andare alla casella CERCA che si trova in alto a destra della nostra home page e digitare SALVATORE BORSELLINO per ritrovare decine e decine d’inchiesta.
Così come, fin dalla primavera 2013, abbiamo messo in rete una valanga di articoli sul volo taroccato da palazzo Salimbeni. Allo stesso modo, basta digitare DAVID ROSSI per leggerne a iosa.
E veniamo, allora, alla fresca audizione, davanti alla seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Rossi, dove è stato sentito un vertice del RIS di Parma, il tenente colonnello Adolfo Gregori, e il medico legale Robbi Manghi.
Ha detto il primo: “Quando Rossi è precipitato, qualcuno lo teneva per il polso sinistro, sospeso dal balcone. Le lesioni e il distacco dell’orologio lo dimostrato”.
Il presidente della Commissione, Gianluca Vinci, ha fornito una serie di dettagli. Ecco le sue parole: “La pista adesso è quella dell’omicidio o dell’omicidio come conseguenza di un altro reato. Sicuramente l’hanno tenuto appeso fuori dalla finestra e le lesioni sul polso sono state create”.
La perizia mirava ad effettuare un nuovo sopralluogo nel vicoletto dove è caduto il corpo di Rossi; un nuovo accertamento sulla dinamica della caduta del corpo stesso, nonché per verificare la resistenza del cinturino dell’orologio e la causa delle lesioni al polso sinistro.
Aggiunge Vinci: “L’esito della perizia è chiaro: le ferite al polso e la revisione delle immagini mostrano che l’orologio non era più al suo polso al momento della caduta, e questo esclude l’ipotesi del suicidio. Rossi entrò in banca senza lesioni e fu ritrovato con tre ferite nella zona del cinturino. Grazie all’analisi dei Ris si vede che la cassa dell’orologio cade prima e il cinturino a seguire: questo significa che Rossi ha toccato il suolo con il polso già lacerato, e non per effetto dell’impatto”.
Sorgono spontanee alcune domande.
Come mai, addirittura dopo 12 anni, una perizia che ‘scopre’ queste cose? A cosa sono servite – o meglio, cosa hanno occultato – le precedenti perizie? E soprattutto, cosa hanno fatto le due precedenti inchieste giudiziarie che si sono concluse con una folle archiviazione?
Come mai nessuno, fino ad ora, ha pagato alcuno prezzo per i depistaggi, le non inchieste, le non perizie?
La scena del crimine, come abbiamo tante volte sottolineato, parlava chiarissimo fin dal primo momento: lesioni al corpo di David, evidenti scene di trascinamento del corpo stesso, il biglietto lasciato e scritto sotto coercizione (così evidenziò una perizia calligrafica), la totale anomalia del volo incompatibile con il gesto del suicidio e tante altre cose ancora che anche ad un bambino sarebbero subito saltate all’occhio.
Proprio come è successo in un caso per molti versi simile: il ‘suicidio’ di Marco Pantani, ammazzato il 14 febbraio 2004 dalla camorra nell’hotel ‘Le Rose’ di Rimini per il timore che potesse vuotare il sacco sul giro d’Italia taroccato del 1999. Anche in quel caso la scena del crimine parlava in modo evidente: fu ‘suicidato’ facendogli ingerire con la forza una pallina di coca. Semplice come bere un bicchier d’acqua. Ma i giudici ciechi di Forlì – oltretutto inesperti di camorra – non videro. Come non videro in Appello e poi in Cassazione. Un altro caso che prima o poi si riaprirà.
Vediamoci fra vent’anni…
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