Una bozza finale della manovra di bilancio da far accapponare la pelle. E costruita in modo ‘scientifico’ proprio sulla pelle dei cittadini, soprattutto quelli di basso reddito, i pensionati, coloro che non hanno neanche più gli occhi per piangere.
Se questa povera Italia potesse contare su una opposizione seria, credibile, battagliera non sarebbe certo un’utopia chiamare il popolo in piazza, per quella rivolta popolare un paio di volte evocata, pigolando, da Maurizio Landini. Proprio per far cadere questo governo di incapaci, di affaristi, di speculatori, di ignoranti che sta facendo precipitare ben oltre la metà dei cittadini nel baratro più profondo: con pochi soldi in tasca visto che i salari vengono stramangiati dal vertiginoso aumento dei prezzi; quello che un tempo si chiamava potere d’acquisto è stato calpestato e affossato; il diritto alla salute cancellato totalmente; le pensioni minime ormai inchiodate da un ventennio al palo e non servono neanche per un posto al camposanto.
In questa situazione NERA e disastrosa sotto il profilo sociale ed economico, una vera bomba, cosa ti fa la ‘sinistra’? Balbetta, smorza, non sa che pesci prendere, solo slogan scontati: in sostanza blatera. Non ha alcuna identità, né leader, né strategia, né progetti, né soprattutto la forza e la capacità di organizzare una protesta reale, di canalizzare in modo politico tutto il malcontento represso, il disagio profondo, l’impossibilità di continuare su questo percorso che porta dritto verso il baratro.
Un partito come il PCI di un tempo, con un Enrico Berlinguer nel motore, avrebbe mobilitato le piazze e messo spalle al muro un governo che sta massacrando i più elementari diritti sociali dei cittadini. Ed invece, il disastroso esecutivo sfascista rischia di andare avanti all’infinito, caso mai stabilendo il record di longevità completando indenne la legislatura: ma lo ribadiamo, non per suoi meriti – che sono solo nella fantasia di lady Meloni – ma per la completa inettitudine di una qualsiasi opposizione, della fu sinistra. O meglio, per la sua totale latitanza, la sua assoluta ASSENZA.
Per intuire l’entità dello sfascio, basta pensare che le uniche critiche serie e documentate – cifre e dati alla mano – arrivano addirittura dai palazzi del Potere, o da alcune sedi istituzionali solitamente asettiche!
Nella stessa giornata di ieri, infatti, sono arrivati alcuni commenti da fonti certo non bolsceviche: comeBanca d’Italia, ISTAT e Corte dei Conti.
Vediamone alcuni in rapida carrellata.
Davanti alle Commissioni Unite di Camera e Senato, tra gli altri, è stato ascoltato il vice capo del Dipartimento Economia e Statistica di Bankitalia, Fabrizio Balassone. Ha riferito sui possibili impatti delle misure contenute nella manovra e sulle riduzioni Irpef.
Questa manovra – sottolinea – “ha effetti trascurabili sull’indebitamento netto nel 2026, mentre amplia modestamente il disavanzo rispetto alla legislazione vigente nel successivo biennio”.
Poi aggiunge: “L’evasione fiscale notoriamente danneggia la crescita e produce iniquità, sfavorendo imprese e cittadini onesti. La manovra apre a una nuova ‘rottamazione’: uno strumento che in passato non ha accresciuto l’efficacia nel recupero fiscale”.
A suo parere, anzi, “il ricorso a tale tipo di agevolazione comporterà una perdita di gettito da 1,5 miliardi di euro nel 2026 e di 0,5 miliardi nei 2 anni successivi”.
Ma eccoci alla nota più dolente. E’ “una manovra che favorisce i ceti più ricchi”, ha affermato senza mezzi termini. Ciò si evidenzia dalla fatidica riduzione della seconda aliquota Irpef, dal 35 al 33 per cento: da un lato comporta minori entrate per lo Stato, 3 miliardi di euro tondi tondi che avrebbero potuto essere invece investiti nella sanità, ad esempio; e dall’altro – incredibile ma vero – quel taglio va a tutto vantaggio dei più abbienti, visto che “ne beneficeranno i contribuenti con un reddito complessivo superiore ai 28 mila euro, in misura crescente fino ad un massimo di 440 euro per redditi pari o superiori ai 50 mila euro”.
Non lo sostiene un novello mini Lenin, ma lo affermano a chiare lettere i vertici di Bankitalia, ossia il simbolo e tempio del capitalismo. Capito?
Ma completiamo il ragionamento, o se preferite, il calcolo che può fare agevolmente un bimbo delle elementari. Scendendo nei livelli di reddito, ossia sotto quella soglia dei 28 mila euro, il taglio man mano si riduce, fino ad azzerarsi del tutto. Si passa, cioè a cifre da 50 euro, poi a 20 euro, fino a O spaccato.
Cosa significa tutto ciò? Detrazioni di un certo significato (440 euro) a chi non ne ha certo bisogno; mance ed elemosine a chi se la passa male e ne avrebbe un certo bisogno. Robe da pazzi.
Dimenticavamo di dire che il livello zero è toccato dai tanti che non hanno il becco di un quattrino, e non presentano neanche più la dichiarazione dei redditi, i cosiddetti ‘incapienti’, gli ultimi degli ultimi.
Come sono i pensionati al minino (da noi ridotti a 550 euro al mese mentre in Francia 1.200 euro): ai quali deve bastare e avanzare la mancia da 2 euro e mezzo di aumento al mese, che non è neanche un regalo dell’esecutivo sfascista, ma il semplice aumento ISTAT.
A proposito, passiamo alle affermazioni, sempre davanti alle Commissioni Unite, di Francesco Maria Chelli, presidente del nostro Istituto di statistica. Il quale ha rivolto un preciso j’accuse alle nostre autorità (sic) di governo e a chi ha elaborato questo aborto di finanziaria, in pole position of course il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Sostiene in modo lapidario Chelli: “L’85 per cento delle risorse vengono destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione dei redditi”. Parole che si commentano da sole.
Non meno sferzanti i giudizi della Corte dei Conti, che giorni fa ha stroncato su tutto il fronte (economico, finanziario, amministrativo, progettuale) il progetto (folle) del Ponte sullo Stretto tanto vagheggiato dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
Basti solo un parere ‘tranchant’ sulla questione degli affitti brevi che da settimane impegna le fumanti Menti governative: “Le misure previste dalla nuova legge di bilancio sugli affitti brevi possono ridurre la compliance fiscale. E c’è il rischio che l’Erario possa diventare un finanziatore dei contribuenti morosi”.
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