Un Paese membro della UE può solo può decidere volontariamente di abbandonare l’Ue…un’estromissione coatta non è prevista nei trattati ed è quasi impossibile gestire le derive illiberali. Si possono sanzionare procedimenti ed è toccato a Polonia e Ungheria subirli per violazioni dello stato di diritto: in fieri c’è il blocco dei fondi comunitari per il governo di Budapest. Assume contorni surreali il largo, compiaciuto, amichevole sorriso ospitale di Giorgia per il premier ungherese (quasi una smorfia da amichettismo) e gli esperti di comunicazioni non verbali lo definirebbero idilliaco”. Poi faccia imbronciata, per residuale amor di patria molto poco entusiasta, allorché l’ospite l’ha sparata grossa: “Trump sbaglia sulle sanzioni e l’Unione Europea è inutile”. Dicono che l’incarnato roseo della signorina presidentessa del consiglio sia sbiadito fino al pallore e i suoi amici governativi avrebbero provato a tirarsi fuori dall’imbarazzante coinvolgimento. Scabroso quesito: la Ue, ammesso che lo volesse, può espellere un suo membro indegno di appartenere all’Europa? Legalmente no, potrebbe solo tentare la strada di infinite trattative, senza la certezza di arrivare a soluzione. Può estromettere il Consiglio d’Europa (Russia espulsa da poco tempo) e si ripropone il quesito: “Perché l’Ungheria illiberale fu accolta nella Ue?
Si è autodimessa la Gran Bretagna (Brexit) a rimorchio del populismo in crescendo, del protagonismo dilagante della destra. Sono sotto giudizio Ungheria, e Polonia, Paesi colpiti da misure punitive per le riforme della magistratura e dei mezzi di comunicazione, le politiche adottate per i diritti civili, le minoranze e i migranti. Le autorità di Ungheria e Polonia non pubblicizzano la volontà di abbandonare la Ue, rinuncerebbero ai fondi europei, ma non fugano l’ipotesi di diventare in autonomia “Poloxit, Huxit”. Il Parlamento europeo ha introdotto un altro strumento, il “meccanismo di condizionalità”, che vincola l’erogazione dei fondi comunitari allo stato di diritto. La validità è stata confermata dalla Corte di Giustizia, che ha respinto il ricorso di Polonia e Ungheria e Ursula von der Leyen ne ha annunciato l’attivazione per la prima volta, destinataria l’Ungheria, ma non è ancora chiaro quali criteri verranno utilizzati e quanti fondi potrebbero essere trattenuti. La decisione finale dev’essere approvata dal Consiglio dell’Ue, tramite un voto a maggioranza qualificata, cioè con il sostegno del 55% degli Stati membri, che contino almeno il 65% della popolazione europea.
TUTTO QUESTO NON HA INTACCATO il sodalizio di Giorgia e Orban, ma denuncia mal di pancia il fronte della destra parlamentare: Tajani, nel suo linguaggio di moderato collante contesta l’antieuropeismo di Orban: “Ho idee diverse!”. Imperterrita, Giorgia vanta la compattezza della sua coalizione…e crederle è un azzardo perdente. Opposizioni all’attacco: “Meloni…parla!”
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