Dopo l’attentato, commenta ‘a bomba calda’, Sigfrido Ranucci: “La solidarietà è stata molto bella. Importantissima. Ringrazio chi l’ha fatta, perché c’è stata una grande manifestazione d’affetto. Devo dire, assolutamente trasversale”.
Ma aggiunge: “Però io vorrei che si facesse un salto di qualità in questo campo, approvando delle leggi che tutelino veramente la libertà di stampa. E’ troppo facile dare solidarietà quando esplode una bomba. E’ più complicato avere un ruolo istituzionale nel momento in cui finisci sotto inchiesta. Vorrei che approvassero la legge sulle liti temerarie che è affossata in Parlamento da anni e che magari limiterebbe le denunce”.
Quante ne ha?, chiede Marco Damilano a ‘Il Cavallo e la Torre’. “Mah, ne abbiamo accumulate, tra querele e richieste di risarcimento danni, più di 224”.
Sulla stessa lunghezza d’onda (numeri a parte) Roberto Saviano: “Sigfrido Ranucci ha ricevuto oltre 170 denunce per le inchieste di ‘Report’. La vera solidarietà oggi si manifesta con un gesto concreto: ritirare le querele contro chi fa informazione e approvare subito una legge contro le querele temerarie”.
Perfettamente d’accordo.
Ammazzare i giornalisti non conviene: l’hanno ben imparato, dopo il caso Siani, le mafie e soprattutto i ‘mandanti’ (del mondo politico o degli affari) sempre, regolarmente ‘a volto coperto’, proprio come è successo per Giancarlo: in galera i killer, liberi come fringuelli i mandanti, la Voce lo ha più volte dettagliato. Stesso copione per tanti ‘Misteri’ e, soprattutto, Depistaggi di Stato che rappresentano una colossale vergogna, un infinito buco nero per un Paese che osi definirsi ‘libero’ e ‘democratico’: la Giustizia è ormai una pura utopia, morta e sepolta dopo le esemplari esecuzioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
IL CASO “VOCE”
Tra la metà degli anni ’80 e inizio ‘90 abbiamo subìto non poche intimidazioni. Telefonate di minaccia in piena notte, lettere minatorie, auto bruciata e via di questo passo. Era dovuto ovviamente al giornalismo d’inchiesta, investigativo che avevamo deciso di intraprendere ridando vita, nel 1984, a quella Voce della Campania che fino al 1980 (proprietà del PCI) era stata diretta d Michele Santoro.
Abbiamo inteso proseguire e accentuare quella linea di denuncia, di contro-informazione, nel tentativo di alzare il velo sui dirty business e, soprattutto, sulle luride connection tra politici, imprenditori di riferimento e uomini dei clan. E la TAVola era più che lautamente imbandita, soprattutto a base di maxi appalti pubblici, a cominciare dalla ricostruzione post terremoto 1980 (per questo nel ’90 pubblicammo “Grazie Sisma – Dieci anni di potere e terremoto”), per passare agli eterni (durano ancor oggi) lavori lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e finire con il gran botto del Treno ad Alta Velocità, il super business sul quale stavano lavorando Falcone e Borsellino, vero movente della strage di Capaci e via D’Amelio. Sul ghiotto TAV abbiamo scritto decine e decine di inchiesta al calor bianco, così come hanno firmato l’imperdibile “Corruzione ad Alta Velocità” Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, due grandi collaboratori e amici per anni della Voce: un possente j’accuse in cui, tra l’altro, viene ricostruito per filo e per segno l’Insabbiamento organizzato in modo scientifico da Antonio Di Pietro sui due filoni d’inchiesta TAV, quello romano e quello milanese.
Torniamo ‘a bomba’. Perché Lorsignori, ad un certo punto, hanno capito che sangue e attentati non rendono, attirano i fari dell’opinione pubblica. Meglio usare i guanti bianchi e agire per ‘via giudiziaria’.
Per questo motivo su di noi si è scatenato un autentico diluvio, prima di citazioni penali, poi civili con relative maxi richieste di risarcimento danni. Veri revolver, queste ultime, piantati alla tempia; perché cercano di colpirti sul piano economico, mettendoti in ginocchio, come a noi è successo con la cessazione delle pubblicazioni cartacee nel 2014: e il plotone d’esecuzione era comandato da don Tonino Di Pietro.
Passiamo in rapida carrellata, a questo punto, le vicende più emblematiche, la nostra ‘via crucis’ quotidiana che dura da quasi 40 anni ma ancora non ha ancora seppellito le nostre energie.
Partiamo dalla prima querela ricevuta, perché serve da esempio su come dovrebbe realmente funzionare la giustizia: e invece succede quasi sempre l’opposto.
1987. Si lamentano di un nostro articolo alcuni albergatori di Sorrento: avevamo descritto la loro improvvisa fortuna, perché in un lampo erano passati dal commercio di frutta e verdura alla gestione di uno dei più noti hotel. Uno dei due giudici impegnati sul fronte delle diffamazioni a Castel Capuano, Manuela Mazzi (l’altro era Fausto Esposito), mi convoca in quanto direttore responsabile, mi consegna copia della querela e dice: “Le do’ due settimane di tempo per rispondere, punto per punto, alle accuse formulate nella querela. Se le risposte saranno esaurienti e documentate, archivierò il procedimento, altrimenti scatta il rinvio a giudizio”.
Dedico per intero quelle due settimane a raccogliere tutti gli elementi, tra visure camerali, catastali e carte fiscali; e preparo una memoria, punto per punto. Torno dal giudice, consegno le mie carte. Dopo un mese mi arriva la notizia che il procedimento è stato archiviato.
Rarissimamente è successo lo stesso. Ricevuta la querela mi sono premurato di preparare delle memorie super articolate: ma mi sono regolarmente sentito ribattere in faccia: “non ho avuto il tempo di leggere le sue carte. Ma non si preoccupi, tutto potrà essere discusso e chiarito in primo grado”.
Metodo ‘ottimo e abbondante’ per negare una giustizia rapida, e invece intasare i tribunali fino all’inverosimile! Ai confini della realtà.
Torniamo alla carrellata e per tirarci su di morale vi raccontiamo una storia davvero divertente.
‘O CAPOGRUPPO CHI S’O PIGLIA?
1989. La Regione Campania è in piena crisi e fervono le trattative per trovare una via d’uscita. Una mattina riceviamo in redazione una musicassetta. Il contenuto ci fa subito balzare sulla sedia: sono due politici che parlano proprio di quella crisi, di posti in Consiglio, di accordi sottobanco, di una lottizzazione che più perfetta non si può, di spartizioni sulla pelle dei cittadini. Uno dei due si esprime spesso in napoletano verace. Uno vera sceneggiata.
Ci viene l’idea (che ci costa un occhio) di far riprodurre la cassetta (titolo: “‘O Capogruppo chi s’o piglia?”) in tanti esemplari (5.000) quante erano le copie che distribuivamo, di cellofanare il tutto e indire un concorso: i 3 lettori che scopriranno per primi di chi sono quelle voci vinceranno 10 abbonamenti alla Voce da destinare ad amici e parenti.
Sapete cosa succede a 24 ore dall’uscita in edicola? Con provvedimento d’urgenza emesso dalla magistratura i due interlocutori riescono a far intervenire le forze dell’ordine che rastrellano tutte le edicole della Campania per sequestrare la cassetta galeotta.
E, ciò facendo, vincono il premio, rivelando la loro identità: si tratta dell’allora ministro della Funzione pubblica, Paolo Cirino Pomicino, e dell’assessore regionale Aldo Boffa, ex portaborse di Enzo Scotti.
I due, ovviamente, querelano la Voce per palese violazione della loro ‘privacy’. Ribattiamo, al processo, che non abbiamo violato alcuna privacy, perché al centro della colorita discussione tra i due non c’erano fatti privati e personali, ma il destino della Regione Campania, della ‘Cosa pubblica’. Abbiamo, quindi, esercitato in pieno il diritto-dovere d’informazione per i cittadini che hanno tutto il diritto, appunto, di sapere in che modo sono governati.
Troviamo un giudice a Berlino, e vinciamo.
Di nuovo Pomicino sulla nostra strada due anni più tardi, quando, firmato da Andrea Cinquegrani, Enrico Fierro eRita Pennarola, coedito con la Publiprint di Trento, esce “‘O MINISTRO – La Pomicino story, bilancio all’italiana”: infatti Pomicino nel frattempo ha fatto il salto, ed è il nostro Ministro del Bilancio.
Rapida come un missile arriva la querela con tanto di richiesta risarcimento per i colossali danni arrecati all’immagine di ‘O Ministro: la cifra è di 11 miliardi di lire, che ovviamente verranno devoluti in beneficenza.
Spara le sue bordate anche ‘ICLA’, l’impresa del cuore di ‘O Ministro, altra lesa maestà per aver raccontato le sue fresche fortune: una marea di appalti – appena nata – sul fronte della ricostruzione post sisma; a Monteruscello, l’altro maxi business spuntato quando Scotti è ministro della Protezione Civile; nel campo dei restauri e via di questo passo.
Un politico tira l’altro ed eccoci, l’anno dopo, il 1992, alle prese con il ministro della Sanità Francesco De Lorenzo. Esce “SUA SANITA’ – Viaggio nella De Lorenzo spa, un’azienda che scoppia di salute”, autori Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, sempre coedito con la coraggiosa Publiprint. Alla presentazione del libro, che avviene in un’affollatissima sala in occasione di ‘Galassia Gutenberg’ che si svolge a ‘Città della Scienza’, subito si alza in piedi l’avvocato di De Lorenzo che sventola dei fogli: “stamattina abbiamo presentato la richiesta di sequestro del libro e la citazione per danni”. Tutti restano a bocca aperta e dopo qualche minuto rispondo: “Domattina presentiamo denuncia di furto e/o ricettazione, perché il libro deve ancora andare il libreria quindi lo avete avuto in modo illegale”.
Si scatena il finimondo. Mentre i media locali, genuflessi davanti al potere ministeriale, tacciono, alcune testate nazionali titolano: “Adesso De Lorenzo frega anche le bozze dei libri”.
Partono le due denunce, nascono le due inchieste giudiziarie. Noi assolti per aver esercitato il diritto di informazione secondo i criteri di legge previsti, 5 milioni di lire di risarcimento (l’unico mai visto nella nostra storia a fronte di spese colossali) pagati da De Lorenzo: il quale un paio d’anni dopo dovrà sborsare 5 miliardi di lire per la FARMATRUFFA, e altrettanti l’amico e sodale Duilio Poggiolini, l’ex direttore generale al Ministero della Sanità che nascondeva i soldi anche nel puff del salotto. L’autore del furto delle bozze non verrà ma identificato.
Sempre sul versante politico, due querele di matrice fascista. Praticamente in contemporanea, recapitate da Alessandra Mussolini e da Roberto Fiore, il numero uno di Forza Nuova che ha poi fatto ingresso nel Parlamento UE proprio per l’addio a Strasburgo dell’amica Alessandra.
Il leader nero, o nazi se preferite, si duole – e ci querela – per un’inchiesta sulla fuga – da perfetto latitante – a Londra, dopo la condanna definitiva ad 8 anni e mezzo per tentata strage. Nel pezzo dettagliamo il suo esilio dorato, i business londinesi in campo turistico e immobiliare e infine il rientro senza problemi a Roma, accolto a braccia aperte all’aeroporto di Fiumicino da non pochi pezzi da novanta di Alleanza Nazionale, Ignazio Benito La Russa in pole position: il quale, appena insediatosi al vertice del Senato, inviterà subito come guest star l’amico Roberto a visitare il ‘suo’ Palazzo Madama.
Ma cosa dà tanto fastidio al capo di Forza Nuova, i cui leader (Fiore ben compreso) aspettano l’esito finale del processo per l’assalto di 4 anni fa alla sede della Cgil? Che la Voce all’epoca abbia scritto come l’intrepido Fiore fosse scappato all’estero portando con sé la ‘cassa’ di ‘Terza Posizione’, altra formazione nera; e come il nostro eroe fosse volato in Libano, per meglio osservare tecniche & e operazioni delle formazioni eversive falangiste.
A riprova delle nostre affermazioni, in tribunale portiamo tutta una serie di documenti, tra cui copia di un articolo del non poco autorevole ‘The Guardian’, che descrive le stesse performance. E Fiore? Basta la sua Parola, ossia la testimonianza in cui, interrogato dal solerte giudice sul suo misterioso volo a Beirut, serafico risponde: “mai stato”. Condannati, noi: perché – secondo la toga – val più la parola di un pregiudicato eversore che quelle messo nero su bianco dal Guardian. Ai confini della realtà. Per fortuna la folle sentenza viene ribaltata in Appello.
A proposito di toghe, ecco altre vicende emblematiche.
TOGHE ALL’ASSALTO DELLA VOCE
Inizio anni ’90. Veniamo citati civilmente dal segretario nazionale di Unicost, il partenopeo Umberto Marconi. In uno stesso numero la Voce lo nomina due volte: la prima rammentando una sua significativa, e condivisibilissima, presa di posizione contro l’ambigua figura dei giudici collaudatori nel dopo terremoto; la seconda, ricordando il suo impegno sindacale, quello in sella ad Unicost appunto. Apriti cielo: Marconi inforca la citazione, sostenendo che abbiamo leso la sua reputazione, facendo noi – a suo parere – balenare che l’impegno sindacale andava a discapito del suo lavoro quotidiano di giudice del lavoro. Come finisce? Condannati noi. E ce la caviamo pagando una ‘transazione’ da ‘appena’ 9 milioni di lire: soldi che gli servivano – ci confidò il legale di controparte – per dare una rinfrescata alle pareti di casa. E aggiunse: “Voleva citare Repubblica che lo punzecchiava spesso. Non sentendosela di attaccare il gigante, se l’è presa con voi che siete piccoli, per dare un segnale a tutta la stampa…”.
Altra toga, altra querela, con udienze che si svolgono al tribunale di Cassino. Stavolta all’attacco un giudice torinese, Antonio Rinaudo. Ne facciamo il nome stilando una lista di magistrati iscritti alla massoneria: il suo vi figura, lo riportiamo (come avevano fatto in precedenza, pari pari, l’Espresso, L’Unità e Repubblica) senza alcun commento: ma lo strale ci colpisce in modo pesante. Non conta il fatto, se è reale o inventato: conta la lesa maestà. E, infatti, a nulla serve la testimonianza che rende a Cassino il giudice acchiappa-massoni Agostino Cordova (soprattutto a Reggio Calabria), già in precarie condizioni di salute: conferma in pieno la circostanza, ossia che il nome di Rinaudo figura negli elenchi della massoneria. Ma niente. Veniamo condannati senza via di fuga.
Siamo poi alla ciliegina sulla torta, che abbiamo tante volte descritto e – come detto – ci è costata lacrime e sangue, decretando per mano di ‘legge’ la chiusura della nostra storica edizione cartacea, in vita da 30 anni esatti. Si tratta della querela presentata dalla preside di una scuola di Sulmona, ANNITA ZINNI – storica amica di Antonio Di Pietro e esponente di spicco nell’Italia dei Valori molisana – per la contestata e contrastata maturità del figlio del pm, Cristiano Di Pietro. Non vogliamo dilungarci più di tanto perché ci assale la nausea: basti solo pensare che, fornendo prove taroccate sui danni patiti, la preside (che nel frattempo ha fatto carriera in Italia dei Valori) s’è vista riconoscere dal tribunale di Sulmona danni per 69 mila euro, lievitati a quasi 100 mila per interessi, spese legali e via di questo passo. Scontato l’esito dell’Appello a l’Aquila, inutile – anche per mancanza di soldi – ricorrere in Cassazione. Conti correnti chiusi per la Voce: la fine, senza rimedio possibile. 10 anni di sofferenze economiche da brividi, e il sito che arrancando riesce a non morire, ridotto al lumicino. Tutto grazie alla Giustizia che regna nel Belpaese!
Eccoci al giallo palermitano. Abbiamo seguito passo passo l’inchiesta su via D’Amelio e poi il maxi Depistaggio. Una delle prime piste che percorriamo porta a Castel Utveggio che domina, dall’alto, su via D’Amelio e l’area circostante. Nel castello era ubicato il ‘CERISDI’, ossia un centro studi, perfetta copertura dei Servizi segreti. Quel centro è stato guidato per alcuni anni da Adelfio Elio Cardinale, allora il radiologo più in vista in città, e ministro per la Sanità nel governo Berlusconi.
In diversi reportage la Voce descrive il primo depistaggio, quello targato Scarantino, ossia il pentito che racconta una serie di balle e viene creduto come un oracolo: nonostante un altro magistrato di rango, Ilda Boccassiniavesse messo ben in guardia da quella fonte taroccata (e poi ‘istruita’ a tavolino da polizia e servizi). E chi svolge le prime indagini su via D’Amelio? Anna Maria Palma, che ci cita civilmente proprio per quell’infame accostamento con la Utveggio story: visto che Palma è la gentile consorte del Cardinale.
MANCAVA SOLO IL FULMINE “CELESTE”
Da un Cardinale all’altro il passo è breve. Ed eccoci con l’assalto della Curia al peschereccio della Voce di fine anni ’90. E’ infatti fine 1998 quando la Voce pubblica un’inchiesta su alcuni investimenti della Curia partenopea, in vena di affari temporali. Una Curia guidata, all’epoca e per molti anni, dal cardinale Michele Giordano, il cui fratello aveva le sue grosse gatte da pelare con una pesante inchiesta promossa dalla procura di Lagonegro – e condotta dal pm salernitano Michelangelo Russo – su opache vicende di usura.
Nell’inchiesta della Voce dettagliamo, senza commenti ma solo qualche brevissima considerazione di ordine ‘morale’, due vicende.
La prima riguarda il destino di una grosso lascito, effettuato dagli eredi di una nobile famiglia partenopea, quella dei Laino, alla Curia di Napoli: per destinare un antico e prestigioso immobile, Palazzo Montemiletto lungo il panoramico Corso Vittorio Emanuele, a Napoli, come residenza per i preti poveri, bisognosi. Una destinazione davvero illuminata. Effettuando le indagini immobiliar-catastali, invece, scopriamo che quel lascito ha cambiato destinazione: non più rifugio per preti bisognosi, ma tante piccole residenze per ricchi, creando una serie di lussuosi mini appartamenti.Possibile mai? È l’interrogativo che poniamo alla Curia ed ai lettori.
Così come ci appare non proprio ‘illuminato’ l’investimento curiale, in quello stesso periodo, a favore del CIS di Napola, il maxi centro commerciale spuntato a fine anni ’80 nell’hinterland partenopeo su terreni appartenenti al clan Alfieri.
In soldoni, nella sua citazione, il legale della Curia non contesta – non può farlo, perché i documenti parlano chiaro – i fatti, ma il tono e anche l’accostamento. Come è possibile infatti accostare il nome del rappresentante celeste su questa terra a fatti di tale portata temporale? E’ colpevole chi quei fatti li descrive e li porta all’esame dell’opinione pubblica. Non chi li commette. Capito? La story va avanti per anni. Poi, dopo che il Cardinale passa a miglior vita, il suo percorso si perde nelle soffitte del palazzo di giustizia.
Sulle ultime vicende giudiziarie, tre grosse grane contro pezzi da novanta del mondo giudiziario (arieccoci), medico-industriale e sportivo a livello internazionale, preferiamo stendere un velo pietoso. Rimandandovi ad un articolo che le sintetizza e nel quale c’è anche un appello della Voceper sostenere un fondo ‘spese legali’, vista l’aria che tira ormai da anni e che avete potuto ‘avvertire’ in queste righe.
Ecco quindi, messo in rete il 14 ottobre 2023,
AUTUNNO CALDO PER LA ‘VOCE’ / I PROSSIMI TRE APPUNTAMENTI GIUDIZIARI & UN APPELLO PER SOSTENERCI
Solo una nota a proposito del caso-WADA, che ci vede impegnati contro il colosso dell’antidoping, ossia la ‘World Antidoping Agency’ per il giallo che ha visto protagonista (e vittima) il nostro campione di marcia Alex Schwazer. Siamo stati condannati in primo grado con una motivazione davvero ‘marziana’, ben oltre i confini della realtà. Non tanto per il tono di alcuni titoli, troppo ‘strillato’ secondo il giudice, ma per aver anticipato, con 19 articoli pubblicati in tutto il 2017, fatti e vicende che sarebbero state scoperte dalla magistratura – per la precisione dal gip del tribunale di Bolzano – solo 4 anni più tardi, nel 2021. Come facevamo a ‘prevedere’ quei fatti? Impossibile. Da qui la condanna.
Ve lo giuriamo. Non siete su ‘Scherzi a parte’…
Comunque siamo in attesa, a giorni, dell’esito (e delle motivazioni) dell’Appello. Vi faremo sapere a breve.
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