QUANTO COSTA LA SANITA’

Non si interrompe la querelle tra i due schieramenti sul definanziamento della sanità pubblica. Le tesi contrapposte contengono entrambi una parte di verità: da un lato c’è l’aumento dei fondi assoluti messi a disposizione. È una realtà inconfutabile. Dall’altro è un dato la impossibilità di garantire un accettabile funzionamento con fondi di fatto insufficienti.

Per l’anno 2024 il fondo sanitario ammonta a oltre 134 milioni di euro, a fronte dei 128 milioni di euro dell’anno precedente. Ma è altrettanto vero che, se si considera il parametro utilizzato in Europa, quello che indica la percentuale di risorse destinata alla salute dei cittadini in percentuale sul PIL nazionale, la cifra stanziata si attesta sul 6,3%, un valore inferiore alla media dell’OCSE (7,1%) e a quella europea (6,9%). L’Italia si colloca quindi in una posiziona nettamente inferiore sia della media europea che di quella dell’area OCSE. L’Italia risulta ultima se si considerano i Paesi del G7. È quindi un dato che il nostro sistema sanitario, un tempo considerato eccellenza nel mondo, continua ad essere di fatto definanziato, nonostante gli incrementi di risorse.

Ma a cosa è dovuto ciò? Il sindacato medico ANAAO ha tentato di dare per dare una risposta a questo quesito ed ha condotto una ricerca sui costi reali della sanità pubblica. Ha inoltre provato ad entrare nel merito del ruolo della sanità pubblica, proprio nel paese che dal 1968 ha adottato il modello organizzativo del SSN, rifiutando così il modello privatistico basato sulle assicurazioni già in uso in tanti altri paesi. La ricerca ha analizzato i costi dei ricoveri e delle prestazioni, ha evidenziato un persistente definanziamento di fatto del nostro SSN. Ha inoltre messo in evidenza la transizione in atto verso un modello dell’assistenza basato sempre più sulla sanità privata.

Le cause? Un aumento vertiginoso dei costi a causa di inflazione, farmaci e attrezzature sanitarie. Con i fondi oggi disponibili non si riesce più a coprire nemmeno i costi per aggiornare le tecnologie attualmente in uso.

Senza parlare della disponibilità di fondi per la ricerca scientifica, che continua ad essere delegata agli investimenti volontari di privati e delle case farmaceutiche. Queste ultime, naturalmente, perseguono innanzitutto i loro interessi aziendali e di marketing non certo il miglioramento della risposta sanitaria. Ma la conseguenza più grave della carenza di fondi è quella di non consentire il reclutamento di nuovo personale, e quindi di non poter compensare il naturale turn over. È un dato incontrovertibile che gli operatori in servizio diminuiscono di anno in anno a causa del flusso dei pensionamenti e della fuga di professionisti verso il privato o l’estero, dove sono garantiti salari più alti. Purtroppo, la non attrattività del nostro SSN causa questa “fuga” soprattutto tra i giovani neolaureati.

Questa realtà spinge sempre più i decisori ad esternalizzare prestazioni, selezionando quelle più remunerative, verso la sanità privata. Peccato che questo privato (quando non è convenzionato e quindi anch’esso pubblico) sia spesso poco imprenditoriale e molto parassitario, e non manifesti alcuna intenzione di farsi carico di investimenti finalizzati ad acquisire nuove tecnologie, lasciando al servizio pubblico la gestione delle prestazioni poco remunerative. È per questo motivo che il privato non investe nella cura delle patologie più gravi e invalidanti, né tantomeno investe in nuove terapie, che hanno bisogno di grandi investimenti e di tanto tempo per cominciare a garantire risultati accettabili. La ricerca, come è noto, costa molto e quella sui nuovi farmaci ha bisogno di lunghe fasi di sperimentazione, di strumentazioni sofisticate, di tecnologie e di nuovi farmaci, tutte cose molto costose. Senza contare che la ricerca può anche esitare in fallimenti e risultati incerti. Il privato imprenditoriale, quindi, si orienta a non fornire le prestazioni più costose, né tantomeno ad accogliere i pazienti con una bassa aspettativa di vita, ma tende a selezionare la sua clientela in base a due fattori discriminanti:

  1. Ad una discreta disponibilità economica, perché tutto è a pagamento;
  2. Ad una buona aspettativa di vita, perché ha bisogno di tempo per erogare più prestazioni, o almeno quantitativamente sufficienti a coprire i costi.

È per questi motivi che non sarà mai possibile una vera competizione tra sanità pubblica e privata. La prima è, per statuto, universale e gratuita, mentre la seconda è parte di un mercato della salute, magari anche in grado di offrire buone prestazioni, ma per pochi pazienti benestanti. Generalmente la sanità privata garantisce un’eccellente accoglienza alberghiera, spesso è dotata delle tecnologie più moderne. Acquisisce dal servizio pubblico parte delle risorse finanziarie, proprio per mettere a disposizione queste tecnologie. Attrae e convenziona i migliori professionisti sottraendoli al servizio pubblico, seducendoli con mirabolanti offerte economiche, e acquisisce così anche i loro clienti più facoltosi.

E i poveri? Per loro, per i meno abbienti e per quella parte di coloro che una volta erano parte del cosiddetto “ceto medio”, la sanità privata non presta alcuna considerazione, perché non possono sostenerne le spese. Presto, senza il SSN, tutti costoro, anche in Italia come in America, potranno solo affollare gli ospedali pubblici ancora funzionanti o cronicari e residenze per lungodegenti, generalmente maltenute, senza strumentazioni diagnostiche e con poco personale.

Già oggi i cittadini subiscono lunghe liste d’attesa per prestazioni specialistiche o per indagini di laboratorio e radiodiagnostiche.

Pochi però sanno quanto costerebbero le cure sanitarie di cui abbisognano se dovessero pagarle di tasca propria. Costerebbero tanto e in misura insostenibile per la maggioranza dei pazienti, al punto che sarebbero costretti a rinunciare a curarsi.

 


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