SUL TRONO DI PECHINO

Impressionante: 6/2, 6/2, dieci ‘ace’ e poco si capisce l’exploit del giovanotto californiano ma con inequivocabili tratti di vietnamita approdato alla finale degli ‘open’ di Beijing, alias Pechino. Che dire, il ragazzo si farà ma per ora e chissà ancora per quanto tempo denuncia immaturità e figuriamoci se poteva impensierire sua maestà Jannik che infatti, in novanta minuti, ha sbrigato la pratica di una vittoria facile, facile. Autoritario Sinner, potente, perfino creativo in alcuni momenti della patita, lui che è criticato per un gioco vincente ma non fantasioso come quello di Alcaraz.

Parte da Pechino la rincorsa di Sinner al titolo di tennista first of the world e c’è poco altro da raccontare sulla lezione di tennis impartita all’immaturo Tien. Allora divagazioni sul tema. Spieghi uno psicologo di valore il perché dei tic dei tennisti. Jannik non ne è esente: dorso della mano sulla bocca, capelli sistemati nel cappellino antisole, soffio sulle dita della mano che impugna la racchetta. E poi, perché i tennisti prima di battere si fanno consegnare tre o quatto palline e ne scelgono ovviamente due se non c’è alcune differenza tra tutte quelle in gioco? Non c’è bisogno di ricorrere allo psicologo, lo fanno per guadagnare qualche secondo, per tornare a un respiro normale dopo uno scambio faticoso e per lo stesso motivo si fanno porgere l’asciugamano, si asciugano il viso asciuttissimo a conclusione di ogni punto. Segnali di tensione agonistica? Ma certo. Alleluia, dopo il dominio degli States, il tennis italiano domina con tanti winner: Berrettini, Musetti, Sonego, Cobolli… Alla vittoria di Sinner fa riscontro il successo a Shangai di Nardi opposto al coriaceo Ofner e al femminile ci godiamo  la meraviglia di Jasmine Paolini, vincente anche nel doppio con Sara Errani.


Scopri di più da La voce Delle Voci

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento