Alessandro Barbero, il più noto divulgatore storico scientifico, esperto tra l’altro di storia militare, è intervenuto sulla questione palestinese pronunziando una analisi storico-politica di grande interesse. Ha detto “… collettivamente viviamo in un pezzo di mondo che si crogiola nell’idea di essere il meglio, di avere i valori più meravigliosi, che ogni tanto chiede scusa perché in passato abbiamo commesso qualche errore e, forse, abbiamo sbagliato. È vero noi abbiamo sterminato gli indiani d’America, gli aborigeni, abbiamo inventato il colonialismo, abbiamo fatto tante altre cose orribili, ma quelli erano i nostri antenati che non capivano niente. Noi invece siamo buoni, abbiamo valori superiori a tutti gli altri. Ma non ci accorgiamo che siamo identici a quei nostri antenati che sterminavano i “selvaggi” e che colonizzavano gli altri continenti. No. Noi siamo identici a loro … anche se li abbiamo ripudiati. Cambiano solo alcune circostanze, prima era per la religione cristiana, ora invece millantiamo di voler portare la democrazia. Ma il nostro atteggiamento è lo stesso”.
Con lui alcuni intellettuali israeliani e un militare ‘pentito’, che con artisti, attori e scrittori di origine israeliana si sono espressi sulla questione palestinese.
Sono costoro, a tutti gli effetti, degli opinion leader che interpretano un diffuso sentire comune di pace. Quello che dicono è che bisogna capire, bisogna non farsi incantare dalla propaganda e interpretare correttamente ciò che accade oggi sotto i nostri occhi in Palestina. È evidente che l’occidente ha colpe enormi. Barbero nel suo intervento associa, fondendoli quasi, i concetti di colpa e di odio.
Poi sono intervenuti alcuni israeliani di grande spessore:
- La scrittrice Anna Foe non ha difficoltà ad affermare “… Israele è il Paese che amo profondamente, ma ha colpe enormi in questo momento per quello che sta facendo. Anche se la cultura tende a dire ‘devi dire chi è colpevole e se è colpevole devi odiarlo’, e allora che fare? Non posso certo odiare Israele, quindi? Nego che stia compiendo un genocidio? Non posso, siamo prigionieri di questo pensiero e la storia dovrebbe aiutarci a vedere correttamente le cose con più coraggio”.
- Noam Chomsky, forse il più noto studioso di origine ebraica, immigrato negli Stati Uniti dall’Ucraina nel 1913. Stimato docente nelle prestigiose Università di Harvard, Cambridge e presso il MIT (Massachusetts Institute of Technologies). Ha dichiarato “… parte della tragedia del popolo palestinese consiste nel fatto che non ha un reale sostegno internazionale, non ha ricchezze, non ha potere e, quindi, non ha diritti. Il mondo purtroppo funziona così. I tuoi diritti corrispondono al tuo potere e alla tua ricchezza. Negli Stati Uniti non dovremmo essere sorpresi del fatto che, se sei un povero ragazzo negro, non hai gli stessi diritti di un ragazzo ricco. Lo stesso accade in ambito internazionale. Per questo motivo i palestinesi possono anche ricevere dichiarazioni di sostegno, ma nessuno si spenderà molto per loro, soprattutto se gli Stati Uniti minacciano chiunque provi a dire qualcosa. Quello che viene definito ‘interesse nazionale’ è l’interesse delle classi dominanti interne alla società statunitense. Quindi l’interesse nazionale è l’interesse dei super-ricchi, delle grandi corporazioni, di chi controlla la politica e così via e non ha nulla a che vedere con la popolazione, perché il popolo è irrilevante. Questa idea spesso si oppone alla politica dominante e il popolo è sistematicamente ignorato. Sarebbe logico imporre tasse molto più alte ai ricchi, ma invece cosa succede? Le tasse ai ricchi diminuiscono sempre. Non viviamo in una società in cui l’interesse del popolo può influenzare la politica. Il popolo esiste ma è ignorato, a meno che non si ribella e forzi la mano”.
Interessante e acuto, soprattutto il concetto che mette in relazione ricchezza e potere e la causa delle ingiustizie, in una differente fruizione dei diritti. Praticamente è come affermare che non tutti i cittadini sono uguali, tantomeno di fronte alla Legge.
- Max Kresch, è un soldato sergente dell’IDF ha dichiarato “… io e altri 365 militari ci siamo rifiutati di partecipare alla guerra illegale di Netanyahu. Mi chiamo Max Kresch sergente di I classe dell’IDF, medico militare, e sto con l’esercito per aiutare gli ostaggi. Siamo più di 365 e aumentiamo costantemente, siamo militari che hanno prestato servizio durante questa guerra, ora dichiariamo o che non ci presenteremo in servizio quando ci richiameranno. Ci rifiutiamo di partecipare alla guerra di Netanyahu, perché la consideriamo illegale. Riteniamo che sia un preciso dovere patriottico rifiutare e denunciare le responsabilità dei nostri leader. Siamo gli stessi riservisti e soldati che hanno lasciato tutto dopo il 7 ottobre e ci siamo precipitati al fronte per proteggere il nostro popolo. È proprio per questo senso del dovere che ci siamo decisi a rifiutare questa guerra e che intendiamo usare le nostre voci per opporci ai tentativi di Netanyahu di sacrificare ogni cosa alla sua sopravvivenza politica. È stato più volte dimostrato che continuare questa guerra sarebbe un grave errore per Israele. La guerra di aggressione di Netanyahucontinua a mettere inutilmente in pericolo i nostri ostaggi, distrugge il tessuto della società israeliana e, allo stesso tempo, contribuirà ad uccidere ancora, mutilare e affamare l’intera popolazione civile di Gaza. Sono azioni che lasceranno una macchia indelebile di vergogna sul nome di Israele e che metteranno in pericolo tutti gli ebrei a livello globale a causa dell’incremento dell’antisemitismo. Netanyahu e i suoi alleati lo sanno e lo hanno detto chiaramente. Ma per loro il valore della vita umana non è importante, anche quando si parla della vita di israeliani, come quella degli ostaggi. Questi devono tornare a casa presto nell’ambito di un accordo equo di cessate il fuoco. Molti esperti di sicurezza, tra cui il Capo di Stato Maggiore in carica Eyal Zamil, hanno condannato il piano di occupazione definendolo un’azione che ci costerà cara in termini di vite dei nostri ostaggi e soldati e che certamente costerà anche la vita a tanti civili di Gaza non coinvolti. È per questi stessi valori, per difendere le nostre case e i nostri cari, che ora ci siamo decisi a dire basta”.
In questo intervento si ribadiscono due concetti. L’avvenuta transizione da una guerra di difesa a una guerra di aggressione e il sacrificio della vita di troppi civili.
- Laregista e coreografa americana di origini ebraiche, Sarha Friedland, premiata all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha dichiarato “… come artista ebrea americana, devo far notare che sto accettando questo premio nel 336° giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76° anno di occupazione. Credo che sia nostra responsabilità, come operatori culturali, utilizzare i palcoscenici istituzionali attraverso i quali siamo conosciuti per porre rimedio all’impunità di Israele sulla scena mondiale. Sono solidale con il popolo palestinese nella sua sacrosanta lotta per la liberazione”.
Più chiaro di così. La responsabilità di Israele è affermata anche da questi israeliani. La cultura e la solidarietà sono sinonimi di dialogo, di convivenza e costituiscono presupposti essenziali anche per fermare un genocidio.
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