Non fosse un’eresia geopolitica saremmo tentati di ribaltare lo scempio razzista dell’autonomia differenziata. Perché no, un referendum ‘separatista’ che tronchi lo stivale all’altezza della sua metà e affidi l’indipendenza del Sud alle eccellenze di politici, economisti, imprenditori, intellettuali, artisti, figli del Mezzogiorno, a uomini e donne che nonostante la spocchia fondata sul nulla del Nord operano e fanno grande la complessa “bellezza” dell’Italia unita. Comunque, accantonata in fretta l’idea vendicativa di un Sud che liberato dal giogo del “prima il Nord” sia legittimato a trasformare il suo potenziale in risorse senza pari, non si acquieta la legittima, irrinunciabile esigenza di rispondere all’indecenza dei valpadani di Pontida, che hanno celebrato in modo indegno di n Paese civile la sudditanza a soggetti come Salvini e Vannacci, suo antagonista per la leadership della Lega.
Un folto gruppo di semi-italiani, di ‘educati’ all’odio dagli eredi di Bossi, hanno risposto all’appello con beceri insulti a Napoli, che per loro è sinonimo di tutto il Sud e alla sua meravigliosa gente: “Napoli è distrutta, Vesuvio erutta”. In scena, a Pontida, il festival dell’odio, che la Meloni con uno dei suoi innumerevoli quanto evanescenti spot elettorali prova maldestramente a imputare alla sinistra. Con giustificata analogia Napoli dovrebbe rispondere con pari odio: “Po, Adige, Isonzo, esondate, affogate i nordisti della pianura padana con la piena mortale dei vostri fiumi”. Ma Napoli e il sud sono altro e lo certifica chi del Nord si regala il privilegio dell’ospitalità accogliente, priva di pregiudizi, di estremismo campanilista, di città da Roma in giù: di Napoli appunto, Bari, Palermo, della Calabria.
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