LETTERA AGLI EBREI DI FRANCO FORTINI

Come viene riportato anche in una chat anche da Ernesto Scelza, segnalo quanto Franco Fortini aveva scritto sul quotidiano il Manifesto nel 1989 in un bell’articolo dal titolo ‘Lettera agli ebrei italiani’. Quell’articolo è stato recentemente ripreso a causa della sua estrema attualità e ripubblicato come appendice alla riedizione della Quodlibet de ‘I cani de Sinai’.

Si tratta di uno scritto del 1967 riferito alla fine della ‘guerra dei sei giorni’. Quell’articolo contribuì ad ispirare la teoria che consentì a Israele di acquisire i territori della Cisgiordania e di Gaza. Ma in Sinai non ci sono cani e in questo caso l’espressione “fare i cani del Sinai”, nel modo di dire popolare palestinese, è usata per esprimere il concetto di “correre in aiuto del vincitore” o, meglio, di “passare dalla parte di chi ha vinto e comanda”.

È una frase oggi utilizzata per richiamare alle loro responsabilità quegli intellettuali ebrei della ‘Diaspora’ che dissentono pubblicamente dalla linea ufficiale del governo.

Fortini allora si firmava Franco Lattes Fortini, proprio per ricordare di essere figlio di un ebreo. Poi, nel 1938 aveva preso il cognome della madre cattolica per tentare di sottrarsi alle leggi razziali, dopo essersi convertito al cristianesimo valdese.

«Ogni giorno abbiamo sentore della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno siamo più distratti dal suo significato come vuole chi guida il paese. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, alle abitazioni, alle piantagioni e alla memoria di quel popolo, contemporaneamente, distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di palestinesi uccisi, alle migliaia di feriti, alle decine di migliaia di imprigionati – senza contare il quotidiano sfruttamento della forzalavoro palestinese, di settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte e giorno, con mogli, figli e amici, dovranno rimuovere dalla loro coscienza quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a doverlo giustificare. E potranno farlo solo in nome di una forma di cinismo di realismo politico o di qualche delirio di tipo nazionalistico o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è diffuso nei luoghi della vita quotidiana con la manifesta complicità e indifferenza dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, per ogni ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti”. La bella lettera-articolo di Fortini continua così “(…) Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i ‘falchi’ di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione della Organizzazione per la liberazione della Palestina, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre”.

Gli ebrei della Diaspora oggi sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana, unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda che la Diaspora amplifica, si sentono scioccamente autorizzati persino a deridere i sentimenti di eguaglianza e le più convinte idee di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora ormai non sono altro che agenti dello Stato di Israele. E questo è il tragico risultato di un ventennio di politica israeliana, che ha ottenuto l’aberrante esito di esaurire l’enorme credito che il popolo ebreo aveva con il mondo intero.

Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo (…). Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. (…) Coloro che, ebrei o amici degli ebrei… credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a sé stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.

“… ogni casa che gli israeliani distruggono – ha concluso Fortini – ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi della Palestina, va perduta inesorabilmente e quell’immenso deposito di cultura, verità e sapienza che, nella cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora. Dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e anche attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti subite. Una grande donna e intellettuale, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce sempre da entrambe le parti”.

 


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