PERCHÉ FALLIRÀ LA GUERRA DI PUTIN

Ma veramente qualcuno pensa realisticamente che Putin ha già vinto la guerra che ha scatenato in Ucraina? Lo dice continuamente la narrazione trumpiana, lo dicono alcuni politici e giornalisti, ma vi sono molti dubbi in merito. Perché? Tenterò di motivarlo con alcune considerazioni che sintetizzo in sei punti.

  1. Putin ha scatenato una invasione iniziata da tre anni e mezzo, contro un paese enormemente più piccolo e militarmente debole anche perché gli aveva già sottratto da tempo, e con accordi regolarmente traditi, l’intero arsenale atomico che possedeva. Abbiamo visto la fila di blindati, lunga 60 chilometri, in marcia contro Kiev allo scopo di conquistare il paese in pochi giorni, schiacciandolo con la sua pretesa superiorità, ma la reazione degli ucraini lo ha inchiodato lì con tutto il suo grande esercito, immobile per mesi ed anni, con perdite enormi di uomini.
  2. Putin ha poi innescato una serie di scontri e bombardamenti violenti e devastanti, al punto che dopo il solo primo mese di guerra non una sola casa della periferia della capitale (a Hostomel, Irpin e Bucha) era rimasta in piedi integra.
  3. E poi dopo pochi mesi di scontri – perché quello era questo il tempo che l’esercito russo si era dato per ottenere la vittoria – le truppe russe si sono ritirate proprio per le difficoltà di ricambio di richiamare uomini da lanciare nella mischia in sostituzione di quelli morti.
  4. Ha poi deciso di concentrare gli attacchi nella parte orientale dell’Ucraina, quella che riteneva essere più facile da occupare. Dopo tre anni e mezzo di guerra ha perso oltre 250 mila (o forse più) soldati russi, oltre a un numero di feriti che ormai ha ormai superato il milione, al punto da essere costretto a richiedere l’aiuto della Corea del nord, stante il rifiuto cinese. Si tratta di una quindicina di volte di morti in più di quanti ne aveva subiti l’allora esercito sovietico in Afghanistan negli anni ’80. Ricordiamo solo che quella disfatta fu una delle cause che portò alla dissoluzione politica della Unione Sovietica, come Stato e, conseguentemente, come grande potenza militare.
  5. Ad oggi la Russia ha già speso oltre 500 miliardi di dollari per implementare la sua industria bellica, sottraendo quelle risorse a educazione, sanità e tecnologie che potevano rivelarsi utili per i propri concittadini – “e dio sa” di quanto ve ne era bisogno – e lo ha fatto solo per aggredire e distruggere un Paese vicino.

Ora, ci chiediamo, Putin che farà? Crediamo, innanzitutto, che non potrà far altro che sviluppare ulteriormente la sua propaganda, infarcendola di disinformazione, di narrazioni positive e di inesistenti vittorie. Per questo motivo, forse, sta anche incrementando attacchi e bombardamenti sul territorio ucraino. In questo progetto di mistificazione è supportato dal suo amico Trump, che continua ad esaltarlo ed a rilanciare al mondo la sua narrazione.

Ma c’è anche un sesto punto, forse uno dei più importanti, di tipo economico, che crediamo non bisogna sottovalutare.

  1. Le sanzioni hanno obbligato la Russia a cambiare radicalmente la sua economia trasformandola in una “economia di guerra”.

 

Il massacro di Bucha in uno scatto di Amnesty International

 

Questo cambio di direzione della programmazione russa ora deve continuare, pena il crollo dell’attuale sistema economico e il precipitare di inflazione e valore del rublo. Il tutto rischia di ricadere pesantemente anche sulle politiche dei BRICS un acronimo coniato nel 2001 dall’economista Jim O’Neill della Goldman Sachs per indicare alcuni paesi emergenti – Brasile, Russia, India e Cina – paesi che sul piano economico presentano una continua crescita del PIL, e che hanno a disposizione vaste popolazioni e ampie risorse naturali.

Il sistema economico russo non è allo stesso livello e Putin dove riorientare il suo sistema economico per poter far fronte alle sanzioni. Ora non può nemmeno tornare indietro. La sua economia di guerra ha forse salvato la finanza russa, ma ha anche penalizzato le produzioni civili indispensabili per garantire al paese uno sviluppo reale. Quest’ultimo punto è, forse, quello più importante. Quello che condizionerà le politiche future di quel grande paese, inclusa la guerra.

Allo “zar” ora non resta, per salvare la faccia, che trascinare le trattative per settimane e mesi tentando di conquistare quanto più terreno è possibile a scapito dell’Ucraina, e ciò dopo aver strappato a Trump la sua sostanziale adesione alle sue politiche guerrafondaie, a cominciare da quella più subdola, di non accettare alcuna tregua e di continuare a spingere l’Ucraina verso il baratro… affossando così anche le economie suddite europee, su cui continua a scaricare sempre più i costi di questa guerra e non solo, ottenendo una infinita serie di vantaggi, incluso quello di far acquistare agli europei negli USA le armi che lui ha deciso di fornire a Zelensky.

Ma Putin, pur di ottenere questo risultato, si è messo nelle mani della Cina. È Pechino, infatti, a dettare le condizioni per la sopravvivenza economica dell’ex gigante russo. Compra il suo gas e il suo petrolio, ma al prezzo che vuole e impone di usare la sua moneta, lo yuan. Si appresta a colonizzare mezzo mondo sul piano politico e industriale.

La Russia, che aveva una lunga tradizione nella costruzione di camion pesanti, i gloriosi Kamaz, ora vede la vendita di quei camion è diminuita del 50%, a favore dei camion cinesi che hanno ormai conquistato oltre il 70% del mercato. E questo è solo un esempio di ciò che accadrà in futuro.

Se Putin voleva ricostruire il suo glorioso impero, si ritrova ora nei panni di vassallo di un altro impero. 

Cosa ha ottenuto con questa insensata guerra? Ha conquistato solo il 12% del Paese, oltre al 7% occupava già dal 2022, con un abnorme dispendio di risorse umane e finanziarie, ma si ritrova un territorio devastato che ha bisogno di investimenti per centinaia di miliardi di dollari per tornare a essere vivibile. Senza contare che gran parte della popolazione se n’è andata, e quella che è rimasta nutre un odio sempre più profondo nei suoi confronti. Si stima che dei 10 milioni di abitanti dell’Ucraina orientale ora ne sarebbe rimasta poco più della metà. Putin avrebbe allora combattuto ferocemente per una landa desolata.

Se la Russia fosse stata una democrazia, anche autoritaria, il potere di Putin sarebbe ora in pericolo. Un simile leader, che ha commesso errori tanto gravi, senza contare i crimini, non potrebbe restarne a capo. Ma, per sua fortuna, la Russia non è una democrazia.

Tutto questo dovrebbe mettere in guardia gli occidentali, ancor più se si apre una fase vitale di negoziati, prima che lo sforzo di guerra obblighi anche il Cremlino a una pausa. La fase più drammatica, dunque, comincia ora.

 


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