Si complica, come accade per ogni contrapposizione ideologica il confronto-scontro sulla responsabilità diretta-indiretta degli israeliani, l’indignazione, la rabbia, la condanna del genocidio “programmato” dalla destra di Tel Aviv, spinto fino a sconfinare nella disumanità dell’olocausto. Ha sostanza l’orientamento sempre più diffuso di chi addebita la responsabilità, seppure indiretta degli israeliani di primo piano che non trasformano la visibilità di artisti, di attori, di esponenti istituzionali del loro Paese in solidarietà esplicita, operativa al popolo che assedia Netanyahu perché ponga fine al massacro di Gaza e sia sradicato dal governo e metta fine ai crimini che dichiara continueranno finché ci sarà un palestinese in vita.
Alle ragioni di quanti dichiarano ostracismo alla presenza di atleti e di star dello spettacolo in manifestazioni pubbliche, si oppongono gli ‘inclusivi’ a prescindere, contrari al boicottaggio. L’asprezza del dissidio lascia intendere che occuperà a lungo spazio, intelligenze e contrasti politici. L’incipit della polemica pende dalla parte dei colpevolisti. Imputano agli israeliani “in vista” di non schierarsi contro il genocidio e chi impunito lo compie da quel maledetto 7 ottobre e se ne parlerà fino a quando l’attenzione dell’opinione pubblica sarà deviata su eventi di pari rilievo. Oggi la tragedia del popolo palestinese si racconta con il caso di “Valerie Zink”, giornalista della britannica Reuters, uno dei loghi più iconici dei media globali: ha tagliato a metà il tesserino di inviata e denunciato che l’agenzia di stampa “Ha giustificato l’assassinio di giornalisti a Gaza. La fotografa canadese ha annunciato dopo otto anni la fine del suo rapporto con l’importante agenzia britannica, per protestare contro il suo giustificare le uccisioni di giornalisti a Gaza di cui sono responsabili le forze armate israeliane”.
La guerra di Gaza è il conflitto che ha ucciso più giornalisti nella storia e, secondo la fotografa, i media sono colpevoli di mancato rispetto della deontologia nella gestione delle notizie sulla strage di colleghi reporter e fotografi: “Quando Israele il 10 agosto ha assassinato Anas Al-Sharif, insieme all’intera troupe di Al-Jazeera, a Gaza City il 10 agosto, la Reuters ha scelto di pubblicare la falsa affermazione di Israele secondo cui Al-Sharif era un agente di Hamas” Altra accusa di Valerie Zink: “Giornalisti e collaboratori sono costretti a condividere le falsità del governo israeliano con la minaccia di essere privati del lavoro e della prospettiva di fare carriera. I media occidentali hanno reso possibile l’uccisione di più giornalisti in due anni su una piccola striscia di terra che nella prima e nella seconda guerra mondiale, in quelle di Corea, Vietnam, Afghanistan, Jugoslavia e Ucraina messe insieme, hanno fatto morire di fame, hanno ucciso migliaia di bambini, hanno ‘bruciato’ vive le persone”
Una bella lezione nei giorni in cui i media in Italia litigano sulle modalità teorizzate da Israele e da Trump sulla legittimità dell’annunciata evacuazione forzata di Gaza.
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