IN ONORE DI UN GIORNALISTA

Con un attentato di stampo terroristico l’esercito israeliano ha ucciso un giovane giornalista palestinese, il suo nome era Anas al-Sharif (nella foto). Era uno dei più noti inviati di Al Jazeera a Gaza, ma era anche un professionista coraggioso che raccontava al mondo le violenze dell’esercito israeliano. Poi, come se non bastasse, sono stati uccisi in quell’attentato anche gli altri cinque giornalisti che in, quel momento, erano accanto ad Anas. Ma perché tanta brutalità contro un giornalista noto per la sua professionalità? La risposta è, purtroppo, sempre la stessa, anche se falsa “… era terrorista, era un amico di Hamas”. Questa, patetica e infamante, affermazione è stata la motivazione ufficiale data dai suoi killer, l’hanno ripetuta i cecchini dell’esercito israeliano mostrando una foto che lo ritrae accanto ad uomini di Hamas … come se fosse così strano che un giornalista li vada ad intervistare o possa anche contattarli. Anas conosceva bene la pericolosità del suo lavoro, e non solo per le minacce che direttamente aveva subito, ma per la sua grande esperienza sul campo. Anas aveva già commentato, nel corso della sua attività di giornalista e di inviato di guerra, decine e decine di questi omicidi, di molti uomini dell’informazione che hanno tentato di documentare gli eccidi di palestinesi indifesi per mano dell’esercito di Netanyahu. Tutti questi giornalisti sono stati puntualmente definiti “terroristi”. Anche se le vittime erano bambini, madri in cerca di acqua o cibo per sfamare i propri figli allo stremo o anziani disperati. Nella sua ultima lettera, pubblicata postuma sul profilo di X, Anas aveva scritto “… vi affido la mia amata figlia Sham, che non ho avuto la possibilità di veder crescere” ed ha poi concluso il suo post con questo accorato invito “… perdonatemi se ho mancato, e pregate per me chiedendo misericordia, poiché ho mantenuto la mia promessa e non l’ho mai mutata né tradita”.

Era il giorno 11 del mese di agosto quando un raid israeliano aveva centrato la tenda dei giornalisti, allestita appena fuori l’ospedale di al-Shifa a Gaza City. Sono stati uccisi sia il corrispondente di Al Jazeera che i suoi quattro colleghi e collaboratori. L’esercito israeliano ha poi giustificato la sua azione affermando, con assoluta convinzione e una notevole dose di consapevole falsità, che al-Sharif era un terrorista di Hamas sotto copertura, che stava solo fingendo di essere un giornalista. Ma Al Jazeera ha subito smentito e respinto quelle accuse e parlato di un patetico tentativo di “mettere a tacere tutte le voci che si erano levate per denunciare l’imminente sequestro e la prossima ulteriore occupazione di Gaza. E tra queste voci dovevano silenziare anche quella di Anas e della sua Al Jazeera”.

Se, in un altro qualsiasi posto del mondo, qualcuno avesse scritto della morte di quel giornalista definendolo “terrorista”, ma senza mostrare nemmeno l’ombra di una prova. Costui sarebbe stato messo in un angolo e avrebbe provocato una generale levata di scudi. Non sarebbe mai stato considerato credibile e nemmeno come un giornalista degno di questo nome, ma solo uno squallido scribacchino di regime. Ma questo invece è potuto accadere in Israele e forse potrebbe ripetersi anche in altri pochi paesi illiberali. Proprio come sta accadendo in Italia, dove si ascoltano commenti di alcuni direttori di giornali filogovernativi che continuano a seminare menzogne. Quando si parla dell’omicidio di Anas Al-Sharif, non si può omettere che si sta parlando di un giovane e coraggioso giornalista, volontariamente a Gaza, un corrispondente che ha raccontato ciò che vedeva e che accade ancora in terra palestinese. A partire da bombardamenti contro civili inermi e da inaccettabili soprusi di cui è stato testimone.

Si è trattato dell’omicidio di un giovane di 28 anni assassinato dall’IDF. Era più giovane di molti di noi, e aveva scelto di vivere sotto il ferro e il fuoco della più crudele delle guerre.

Anas è morto perché ha raccontato i fatti che ha visto e ne ha scritto per informarne il mondo e fotografato l’inferno. Insieme a lui sono stati assassinati Mohammed Qreiqeh, e i cameramen Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa, tutti in quella maledetta tenda con tanto di scritta ben visibile “PRESS”, che doveva proteggerli in quanto riservata alla stampa nei pressi di un ospedale civile (o meglio, di ciò che ne rimane in piedi), non indicarli come un facile bersaglio.

In Italia qualche noto giornalista sempre presente nei salotti televisivi, ne ha fatto riferimento usando inappropriatamente la definizione di “giornalista terrorista”.

Una vergogna senza fine, ma che rivela la pochezza delle persone che hanno pronunziato tale frase e la sostanziale ignoranza di una certa stampa di regime, che tenta di dare senso alle azioni di un esercito ormai senza più umanità.

Quanta pochezza. Quanto male costoro hanno fanno e fa ancora una simile narrazione. In futuro queste azioni saranno condannate dalla Storia e, soprattutto, dai sopravvissuti.

Senza considerare che quelli oggi bambini, che sono minacciati e uccisi, un giorno saranno adulti e non potranno che odiare dal profondo dei loro cuori gli autori di tanto male.

[1] Psichiatra e pubblicista


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