Dopo l’orrore di quanto successo in queste ore a Gemona, in Friuli, dove una madre ha ucciso il figlio trentunenne insieme alla compagna di quest’ultimo, facendone a pezzi il corpo ed occultando i resti in un bidone del garage, a fare notizia è anche un’altra vicenda che arriva dal Veneto ed ha già suscitato le ire di numerose compagini antiviolenza.
In un comunicato stampa congiunto, infatti, le associazioni Adiantum, Ankyra, LUVV, Potere ai Diritti, Progetto 1523.it, protestano contro la sentenza pronunciata oggi dal Tribunale di Venezia, dove una donna è stata condannata dal Giudice monocratico ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa), oltre al risarcimento del danno che sarà stabilito dal Giudice in sede civile. «Si tratta di una madre artefice di violenze – si legge nella nota – resasi responsabile di due gravi delitti: sottrazione di minore (art. 574 c.p.) e mancata esecuzione dolosa del provvedimento del Giudice (art. 388 c.p.)».
La storia giudiziaria ha visto il genitore della bambina (uno dei tanti padri vittime della violenza femminile) ottenere il riconoscimento della penale responsabilità dell’imputata – in primo grado – all’esito di una corposa e minuziosa istruttoria dibattimentale. Il padre della minore, assistito dall’avvocato Emilio Cordasco, del Foro di Avellino ha ottenuto anche il riconoscimento di una provvisionale sul danno patito, oltre il pagamento delle spese legali a carico dell’imputata.
Le Associazioni Adiantum, Ankyra, Lega Uomini Vittime di Violenza, Potere ai Diritti e 1523.it, che seguono da tempo la vicenda, «analoga a quella dello dello scandaloso caso Apadula, che insieme a quella di oggi sarà oggetto di interrogazione parlamentare», rimarcano come «la madre abbia di fatto impedito al padre di avere un rapporto con la figlia minore, nonostante la sentenza a sfavore della madre e le altre sentenze in sede civile che lo abilitano pienamente a recuperare il rapporto con la figlia». Eppure, nonostante tutto, il minore vive ancora con la genitrice. «Si provi solo a immaginare quello che sarebbe successo se il padre fosse stato condannato al posto della madre, altro che rapporto con il figlio… ». «Ciò – concludono le battagliere sigle antiviolenza – conferma pienamente l’esistenza di un gravissimo doppio standard nelle cause di separazione e in generale contro gli uomini. La violenza sugli uomini rimane un fenomeno sottostimato e privo di adeguata attenzione mediatica e istituzionale. La narrazione pubblica, ideologica e molto spesso falsa, tende a ignorare questa realtà, impedendo un dibattito equo e inclusivo».
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