Trump tenta (vanamente), per l’ennesima volta, di spingere Netanyahu a una tregua, questi regolarmente cambia discorso e rilancia, proprio come ha fatto in risposta all’ennesimo invito americano, candidando Trump al Nobel per la pace. Ridicolo ma vero, in un mondo in cui “tutto è possibile dire e fare”.
È accaduto nel corso di una recente cena alla Casa Bianca, con la quale i due leader hanno voluto benedire la loro immarcescibile alleanza.
Trump in quell’occasione aveva detto con l’usuale protervia “Hamas accetterà il cessate il fuoco, ne sono certo” ma il premier israeliano, ancora una volta, ha frenato rispondendo “No, Israele vuol mantenere per sempre il controllo della sicurezza nella Striscia di Gaza”.
Era la terza visita di Netanyahu dal ritorno al potere di Trump, l’incontro era arrivato in un momento cruciale, con il presidente degli Stati Uniti, che intendeva capitalizzare lo slancio della tregua tra Israele e Iran da lui ottenuta. Ma, si sa, una cosa è l’Iran con la sua bomba atomica, un’altra cosa è la Palestina, abitata da poveri, senza speranza, senza esercito, senza risorse, ma dipinto come se fosse popolato da “terroristi” cinici e violenti, ma senza risorse e senza armi. Un popolo facile preda del più violento degli eserciti, quello israeliano, sempre pronto a sparare. Un esercito arrogante e intenzionato a fornire al mondo una dimostrazione di forza. E lo fa aggredendo donne e bambini in fila per recuperare un po’ d’acqua potabile o qualche briciola di cibo. È in questi casi che l’esercito israeliano dà sfogo a tutta la sua arroganza. È facile e si può anche fare senza correre grossi rischi.
“Non credo che ci saranno ostacoli per la pace. Penso che le cose andranno molto bene”, ha detto, con la sua solita supponenza Trump ai giornalisti, dopo quella famosa cena. E quando gli hanno chiesto cosa potesse impedire un accordo di pace, Trump seduto a un grande tavolo dello studio ovale (questa l’ha certamente presa dal tavolo di Putin al Cremlino) di fronte al leader israeliano. Con quali prove ha fatto tali affermazioni? Nessuna. Ne era certo solo perché quella era la sua delirante idea … almeno in quel momento. Al punto che si era spinto a dire “… certamente Hamas vorrà incontrarci per ottenere un cessate il fuoco”. Lo aveva detto, mentendo clamorosamente alla stampa presente alla Casa Bianca, in risposta a una domanda sugli scontri che coinvolgevano i soldati israeliani e che rischiavano di far deragliare i fragili colloqui di pace.
L’incontro si era tenuto a Washington, proprio mentre Israele e Hamas erano al secondo giorno dei loro colloqui indiretti in Qatar, dove tentavano di ottenere un cessate il fuoco, che continuava ad apparire sempre più improbabile.
Netanyahu, che aveva in mente di chiedere l’intervento americano in Iran, facendo leva sul proverbiale narcisismo dell’amico americano, gli comunicava di averlo proposto per il Premio Nobel per la Pace. Sapeva bene che era quello un suo obiettivo da lunga data. Nella lettera, che aveva già inviato al comitato del premio, aveva motivato la proposta descrivendo Trump come un “… presidente che sta forgiando la pace mentre noi parliamo”. Con questa spudorata menzogna Netanyahu ha formulato la sua proposta.
Poi, naturalmente, il premier israeliano è diventato decisamente più cauto quando si è parlato di concrete ipotesi di pace con i palestinesi, escludendo di voler accettare la formazione di uno Stato palestinese autonomo. Israele, ha detto, manterrà con le armi il controllo della sicurezza nella Striscia di Gaza. E lo farà con i modi del suo esercito.
Negli stessi giorni si erano radunati molti manifestanti nei pressi della Casa Bianca. Erano prevalentemente giovani, proprio come nei giorni delle proteste contro la guerra in Vietnam. Oggi protestano contro il primo ministro israeliano accusandolo di genocidio. Ma Trump continua, imperterrito, a sostenerlo considerandolo un alleato chiave e un importante esponente del movimento conservatore internazionale. E ciò, nonostante la guerra di Netanyahu continui a pesare molto sulle casse americane, così come le continue forniture di armi. Armi che stavolta non può nemmeno scaricare sulla UE o su altri paesi “amici” … come fa abitualmente.
Le previsioni di Trump per la fine del conflitto? Qualche giorno, una settimana, un mese. Le sue previsioni sempre state smentite dai fatti. Pare che nessuno voglia accogliere i suoi diktat. Vedremo poi come si comporterà nella querelle con Putin. Parlando della guerra russo-ucraina, dopo aver dichiarato la sua delusione, ha concesso all’amico altri cinquanta giorni prima di prendere in considerazione l’idea di provvedimenti contro la Russia.
E l’Ucraina? Trump continuerà a fornire armi, ma dovranno pagarle gli europei… comprandole dagli USA.
Scopri di più da La voce Delle Voci
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.






























