Alla ribalta delle cronache ‘il Sistema Sorrento’: protagonisti di un vorticoso giro di tangenti per appalti l’ex sindaco Massimo Coppola, 16 tra assessori e consiglieri comunali e Raffale Guida, alias ‘Lello ‘O Sensitivo’, una sorta di sindaco ombra e tra i più gettonati chiromanti nelle tivvù private della zona.
Un mix davvero coi fiocchi.
Sorgono però spontanee due domande-considerazioni, alte come due grattacieli.
Come mai tanto clamore, addirittura bis (perché già a maggio la dirty story finì sulle prime pagine locali e nazionali e nei tiggì), e neanche una parola, una sillaba sul vergognoso scandalo amministrativo che coinvolge in pieno il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, beccato con le mani nel sacco dalla Corte dei Conti? Il quale ha ammesso la sua ‘colpa’, ha restituito un terzo del maltolto: ma oltre mezzo milione di euro è rimasto nelle sue tasche, come la Voce ha descritto più volte e anche nella ultima cover story di ieri.
Seconda domanda. La quale è, però, più che altro un’amara constatazione.

La sede del Comune di Sorrento. In alto il sindaco arrestato Massimo Coppola e sullo sfondo Lello ‘O Sensitivo, al secolo Raffaele Guida
‘O Sistema Sorrento non spunta oggi come un fungo dopo una pioggia autunnale. Vale a dire, non si tratta di una novità: ma è vecchio come il cucco, come si diceva una volta.
Ve lo spieghiamo subito attraverso una diretta esperienza. Che dimostra, in modo palese, come ‘O Sistema sia vivo e vegeto da sempre.
Quasi 40 anni fa, nel 1986, pubblicammo un’inchiesta proprio sulle floride attività economico-commerciali in quel di Sorrento. E puntammo i riflettori sulle miracolose performance di un rampante gruppo di albergatori, i quali fino a due anni prima facevano commercio di frutta e verdura e improvvisamente si trasformarono in mega operatori delle ricettività, con un paio di hotel in carniere. Puzza di bruciato, ci siamo detti. E abbiamo documentato quella ‘irresistibile’ ascesa.
Dopo un paio di mesi ci arriva la prima querela, ossia per la Voce ‘rinata’ nel 1984 dopo la storica esperienza anni ’80, culminata con la direzione di Michele Santoro, quando la testata era di proprietà del PCI campano.
Riceviamo notizia e notifica della querela, veniamo convocati nella ‘vecchia’ Procura di Napoli, lo storico Palazzo Castel Capuano. All’epoca le questioni giudiziarie sulle diffamazioni venivano trattate in una stanzetta, dove lavoravano due giovani magistrati: Fausto Esposito e Manuela Mazzi.
Il nostro fascicolo finisce sulla scrivania del pm Mazzi. La quale chiede al direttore, Andrea Cinquegrani, di dettagliare, per filo e per segno, quanto scritto e, soprattutto, di rispondere in modo esauriente agli addebiti contestati dai querelanti.
Dopo 15 giorni Cinquegrani va in quell’ufficio, presenta una memoria difensiva, articolata punto per punto, allega una serie di documenti.
Ancora. Dopo una ventina di giorni alla Voce viene comunicato che la vicenda giudiziaria è stata archiviata in fase istruttoria. Perché avevamo risposto in modo esauriente ai capi di imputazione.
A questo punto sorge spontanea un’altra constatazione, di ancora maggior peso. Come mai quella prassi così logica, naturale, semplice, ma che implicava lavoro e impegno per il magistrato, è stata quasi del tutto affossata?
Come mai, negli anni seguenti, ci è capitato lo stesso copione ma il pm di turno se ne è altamente fregato di tutte le memorie difensive presentate?
Ai confini della realtà.
Quando la giustizia diventa un fatto meramente politico-burocratico: nella migliore delle ipotesi ti rispondono, “che cosa vuole, tanto c’è il primo grado!”. E poi il secondo, il terzo, con spese legali che girano , tempi eterni e il famigerato ‘intasamento’ delle procure…
Ma torniamo… a Surriento.
Perché su quel sistema corruttivo a base di appalti & mazzette, ma soprattutto con la totale collusione del sistema politico locale, abbiamo focalizzato non pochi successivi articoli e reportage anni ’80 e inizio ‘90. Anche un grande amico e firma storica della Voce, Ferdinando Imposimato, denunciò il caso Sorrento. E, soprattutto, fu al fianco di una mosca bianca della politica locale, Rosario Fiorentino, il quale proprio a causa dei suoi j’accuse – era all’epoca consigliere comunale del PCI – presentati sia in Comune che alla magistratura, finì nel mirino. Per delegittimarlo, infatti, i suoi ‘avversari’ (sic) gli fecero collocare una pistola nel bagagliaio dell’auto… Per fortuna, la ‘difesa’ Imposimato risultò fondamentale per farlo uscire dal carcere di Poggioreale, nel quale era stato sbrigativamente sbattuto.
Ai confini della realtà.
Qualche anno dopo, salta fuori un’altra dirty story raccontata dalla Voce. Proprio a Sorrento ha trovato comoda sede una società che si occupa della produzione e distribuzione, via Taiwan, di profilattici. E sapete a chi faceva capo? All’allora potente assessore regionale ai Lavori Pubblici, lo scottiano Aldo Boffa, ed al figlio, Girolamo. L’inchiesta venne affidata al pm Nunzio Fragliasso, poi a capo della Procura di Napoli.
Nel 1989 riuscimmo in un grande scoop: ricevemmo – in via anonima – una musicassetta con la voce di due politici che trafficavano di assessorati & affari. Ne pubblicammo l’esplosivo testo sulla Voce e allegammo, cellofanata, anche la musicassetta. Non era finita qui: perché indicemmo un premio: 10 abbonamenti alla Voce per chi indovinava l’identità dei due trafficanti…
E il premio se lo aggiudicarono subito Aldo Boffa e Paolo Cirino Pomicino, che in 24 ore fecero sequestrare tutte le cassette da tutte le edicole della Campania!
Abbiamo vinto la causa legale successiva: perché – sostenemmo – sulla privacy privata ha larga prevalenza il diritto dei cittadini a conoscere i fatti: soprattutto se riguardano misfatti sulla gestione dei denari e dei posti pubblici!
Tanto per restare in tema, Pomicino era all’epoca in forte, inarrestabile ascesa. Prima al vertice della strategica Commissione Bilancio (detto ‘O Sportello’) alla Camera, poi ministro della Funzione Pubblica, quindi titolare del Bilancio (per questo gli dedicammo, nel 1991, il libro “‘O Ministro”). Ed era un grande amico, allora, dei rampanti fratelli Sorrentino da Torre del Greco, dai quali comprò, a prezzo catastale, un appartamento da mille e una notte a Posillipo, nella zona chic di Napoli: guarda caso, prima proprietà di un altro boss della DC locale e nazionale, Antonio Gava, e prima ancora dell’assicuratore Ninì Grappone, grande amico di Michele Zaza, il re della camorra e delle bionde (le sigarette).
Un vero poker d’assi!!
Finiamo il tour tra i misteri puteolani. Perché in seguito al bradisismo, a metà anni ’80 venne realizzato in un baleno il mega insediamento di Monteruscello: gran regista l’allora ministro della Protezione Civile, Enzo Scotti, in pole position tra le imprese proprio l’allora sconosciuta ‘Sorrentino Costruzioni Generali’, vero trait d’union imprenditoriale tra la NCO di Raffaele Cutolo e la Nuova Camorra guidata di Carmine Alfieri. All’epoca la Voce scovò negli archivi del tribunale di Napoli una ‘storica’ corrispondenza: su carta ministeriale (Funzione Pubblica): ‘O Ministro raccomandava ad Alessandro Sorrentino (uno dei fratelli del clan, ucciso qualche anno dopo in un regolamento di conti) alcuni suoi ‘clientes’ per essere assunti nei cantieri della famiglia. Poi i Sorrentino si sono trasferiti armi e bagagli (e 3 società al seguito) nella ridente e quota Lucchesia.
Incredibile ma vero.
Ma terminiamo con una good new: ormai un po’ vintage.
In quegli anni pubblicammo una serie di inchieste al calor bianco sul maxi business di Monteruscello, la Pozzuoli bis, appunto, realizzata in zona altrettanto sismica e perfino archeologica, per la gioia di camorristi, faccendieri e anche big nazionali del mattone.
Negli stessi mesi la Procura di Napoli avviava un maxi inchiesta: che ricostruiva, per filo e per segno, tutte le connection tra imprese, politica e camorra. Una vera Tangentopoli molto ante litteram, visto che vi erano coinvolti politici di livello nazionale, imprese di livello altrettanto nazionale (come per fare un solo esempio la fiorentina ‘Pontello Costruzioni’ ) e, of course, la camorra, con i suoi collegamenti mafiosi ad hoc.
Tre coraggiosi sostituti erano riusciti a mettere insieme tutte le tessere del puzzle: ma vennero stoppati al termine della maxi istruttoria, perché il procuratore capo di Napoli, Alfredo Sant’Elia, scottiano doc, avocò a sé l’inchiesta, affossandola. Si trattava di Luigi Gay, Paolo Mancuso e Franco Roberti (per anni a capo della Procura Nazionale Antimafia e poi parlamentare europeo del PD).
Ci resta una ‘memoria’: ad agosto 1985 Gay rilasciò un’intervista all’edizione napoletana di Repubblica che gli chiedeva lumi sulla maxi inchiesta di Monteruscello: “Potete leggere l’ultimo numero de la Voce della Campania (così si chiamava allora la ‘Voce’): ci trovate tutto”.
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