Il 9 luglio la Commissione Giustizia del Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge presentato dal Governo avente ad oggetto “l’introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime”. Salvo imprevisti, il testo sarà votato entro l’estate dal Senato poi passerà alla Camera per il via libera.
Non ci sta l’avvocato Angelo Pisani, fondatore del Servizio Antiviolenza 1523.it ed autore del libro “Se questo è (ancora) un uomo – L’altra violenza”, in cui sono riportate le storie vere da paura di decine di uomini massacrati dalla violenza femminile, fisica, economica, psicologica o giuridica, con il commento di numerose donne avvocato, psicologhe, operatrici sociali, che aderiscono al progetto 1523 e partecipano numerose alle tappe di presentazione del libro.
Ecco il suo lungo, articolato intervento.
LA LEGGE NON PUO’ E NON DEVE AVERE SESSO, TUTTI UGUALI
La legge non può avere sesso io sono contro ogni tipo di violenza e contro ogni discriminazione.
In nessun paese di diritto e di buon senso la legge può “avere sesso”, salvo che non sia marketing o altro.
Ho fondato il progetto 1523.it per dare voce anche alle vittime dimenticate: gli uomini. Non perché la violenza sulle donne non esista — esiste eccome, ed è sempre da condannare con fermezza, con metodi molto più severi ed uguali per tutti — ma perché nel nostro Paese la violenza contro gli uomini non fa notizia, non “interessa”, non fa giurisprudenza e, ancor peggio, non fa giustizia.
Apprendiamo con preoccupazione e stupore che in Commissione Giustizia del Senato ha ottenuto il primo via libera il disegno di legge che introduce nell’ordinamento italiano il reato autonomo di “femminicidio”, punito con l’ergastolo. Una norma pensata e costruita solo per i casi in cui una donna è vittima. Ma se invece è una donna ad uccidere un uomo, la legge resta la stessa di sempre. E allora la domanda, da giurista, prima che da cittadino, è semplice: dov’è il principio di uguaglianza? Dov’è l’imparzialità della legge? Come si può ignorare, oltre al dolore e alla sofferenza degli uomini vittime di violenza, anche la Costituzione, di cui si parla ogni giorno?
Una legge che distingue la gravità dell’omicidio in base al sesso della vittima è iniqua, incostituzionale e profondamente pericolosa.
Si scardina il fondamento stesso del diritto penale: la parità della vita umana, senza eccezioni né gerarchie. L’art. 3 della Costituzione è calpestato, l’art. 27 è stravolto, la cultura del diritto viene subordinata alla moda del consenso.
La violenza non ha genere
Ogni atto di violenza, da chiunque sia commesso, deve essere sanzionato con eguale rigore. Che si tratti di un uomo o di una donna, la pena dev’essere la stessa. L’ergastolo va bene, anche di più… ma per chiunque uccida, non solo per chi uccide una donna.
Siamo di fronte ad una nuova violenza, quella politica, e ad una nuova forma di discriminazione: il diritto penale “di genere”.
Quello che si sta costruendo è un diritto penale selettivo, un codice che punisce gli uomini più delle donne, che presume la loro colpevolezza solo in quanto maschi, come hanno imposto una certa politica ed il sistema del momento. Una giustizia che si trasforma in vendetta di genere, non più in strumento di equilibrio e civiltà.
Sono contro ogni forma di violenza — lo affermo con chiarezza e senza ambiguità — sia essa usata da un uomo o da una donna, verso una donna o verso un uomo.
L’omicidio è sempre e comunque un crimine orribile, che deve prevedere anche una condanna e una pena senza fine. Ma non possono costruirsi, perché non esistono, omicidi di serie A e di serie B in base al sesso della vittima.
Ecco perché denuncio pubblicamente l’inaccettabile deriva ideologica e giuridica della politica e dei mass media che arriva come risposta all’opinione pubblica, spesso nutrita e abbagliata con l’informazione manipolata in questo disegno di legge.
Processi per uomini: una giustizia rovesciata
Oggi la giustizia italiana, specie nei reati sessuali o di presunta violenza domestica, è già profondamente sbilanciata:
- Un uomo che entra in tribunale ha già la strada tracciata e non solo in salita. Basta la parola della donna perché un uomo venga arrestato, indagato, espulso da casa ed allontanato dai figli, rimanendo senza diritti e dignità, come non capita neanche ad un ladro o ad un killer, che per esser condannato deve affrontare un processo e può provare a difendersi.
- Le organizzazioni antiviolenza solo femminili, finanziate dallo Stato, che di fatto operano in simbiosi con le amministrazioni e con certa magistratura, spesso confezionano “dossier” che si trasformano in verità processuali indiscutibili, a volte insuperabili, che molte volte sono anche la causa di suicidi di uomini colpiti nell’anima e lasciati senza speranza;
- Gli incidenti probatori diventano strumenti di blindatura del racconto della presunta vittima, senza possibilità reale di contraddittorio.
Questa è violenza, politica e sempre più istituzionale, contro l’uomo.
E se si vuole aggiungere ora anche un reato speciale solo per le vittime donne, quando occorreva un serio esempio per tutti e tutte, allora possiamo dire che l’uomo in Italia è ormai giuridicamente di serie B, è la cosiddetta persona giuridicamente debole, altro che sesso forte.
Lo vediamo anche nel reato di stalking, scritto malamente e applicato peggio: bastano due o tre telefonate, o un litigio acceso, perché l’uomo sia immediatamente perseguito, a volte solo perché la burocrazia stia con la coscienza a posto e cautelativamente si eviti un reato. Lo vediamo nelle accuse di maltrattamenti, usate spesso strategicamente nelle separazioni per interessi patrimoniali, per ottenere la casa, denaro, l’affidamento esclusivo dei figli da usare contro i padri e il blocco dei beni economici del marito.
Serve una riforma vera, non uno slogan mediatico
Io non mi schiero “contro le donne”, che ho sempre difeso, come ho difeso le bambine di Caivano. Io mi schiero contro l’ingiustizia e le falsità contro tutte le forme di violenza anche economica e politica.
E ritengo anche che ogni donna perbene, ogni cittadina che crede nella giustizia, non possa sentirsi rappresentata da leggi che creano privilegi e impunità in base al sesso.
Se davvero vogliamo combattere la violenza, allora servono leggi giuste per tutti.
Galera a vita e pene senza fine mai per chi uccide, violenta o maltratta chiunque, donna o uomo, chi annienta l’anima e la dignità di un essere umano, perché la violenza non ha sesso e non può averlo la legge. Ma basta con l’idea che ogni uomo sia potenzialmente colpevole, come vogliono inculcarci per chiari interessi politici ed economici, basta col dire che ogni donna sia necessariamente vittima, quando purtroppo ci sono fra loro anche demoni ben più criminali degli uomini
Il decreto sul “femminicidio” che si vuole introdurre è, a mio avviso, una norma incostituzionale, da portare all’attenzione della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Perché la legge deve proteggere tutti i diritti e tutte le vite, non solo alcune. Deve giudicare tutti gli atti e le condotte, non solo alcuni anche, quelli commessi con la gonna o mascherati da donna. Deve essere uguale per tutti, non un’arma nelle mani di pochi.
Per una giustizia davvero equa, oltre il genere e contro ogni violenza.
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