Mille incentivi d’ogni tipo distraggono gli italiani da pensieri e preoccupazioni assillanti: la povertà, le vittime dell’impossibilità di curarsi, il perché dei femminicidi, il razzismo, i centomila giovani che lasciano l’Italia per valorizzare intelligenze e meriti, la tragedia delle cosiddette “morti bianche”, il massacro del popolo palestinese, il violento espansionismo di Putin. Solo ora, come conseguenza dei picchi infernali di caldo africano che opprime l’Italia, ci sembra civile, democratico. urgente contestare la piaga del lavoro a cottimo dei riders, per ore esposti alla violenza del clima, dei migranti sfruttati dall’alba al tramonto per la raccolta alimentare nelle campagne.
A scuotere le coscienze, chi l’avrebbe mai detto, è Gianni Alemanno, ex ministro, ex sindaco di Roma, da mesi detenuto, come definirlo, non comune? in una cella di Rebibbia. Non fa certo sconti al governo, ai governi di centro, sinistra, destra, denuncia la loro disumanità. Parole come macigni nella lettera sulla barbarie degli istituti di pena sovraffollati, di celle esposte al caldo asfissiante di questa estate infuocata. Dal “diario di cella” inviato al ministro Nordio, al Parlamento: “Arriva il momento più difficile, il caldo che arroventa il sovraffollamento, ma la politica dorme con l’aria condizionata. Rebibbia 29 giugno 2025, cento ottantesimo giorno di carcere”. Alemanno descrive “l’inferno” vissuto nelle ‘celle forno’ di Rebibbia, anche dalla polizia giudiziaria. “Qui si muore di caldo, ma la politica dorme con l’aria condizionata. I giornali, la televisione, raccontano il dramma del cambiamento climatico e delle sue conseguenze per gli italiani e i turisti, non una parola sui detenuti. Problema rimosso, è una vergogna”. A nulla hanno portato cinque episodi di proteste in carcere (vietate dal ‘decreto sicurezza’).
Cuperlo (Pd) in aula: “Alemanno è stato parte (e tuttora lo è) di quella destra che fino da ragazzo mi è sembrata un avversario da contrastare, da battere nelle urne e nelle coscienze, ma oggi, riproduco il suo diario, per quel senso di umanità che lo Stato (e la democrazia) non dovrebbero mai calpestare, per nessuno e in nessun luogo”. Caldo asfissiante, certo, sovraffollamento ma perfino denunce secondarie se si sbattesse in prima pagina l’orrore di oltre cinquanta suicidi di detenuti in un anno, dei tanti tentativi di suicidio, di episodi di autolesionismo. Altro che rieducazione. [Il suicidio di una persona privata della libertà costituisce il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello stato]. Il nostro è uno dei paesi al mondo con i più bassi tassi di suicido, ma aumentano vertiginosamente, diventano fra i più alti a livello europeo, fra le persone private della libertà personale. L’impressionante dato pone gravi interrogativi sulla qualità delle nostre prigioni e sull’efficacia dei programmi di prevenzione adottati. Confronto tra diecimila persone libere (0,47% di suicidi) e diecimila detenuti (7,5%). Senza la lettera di Alemanno, l’Italia e chi la racconta su giornali e televisioni, avrebbe riaffermato la scelleratezza dei silenzi sui drammi sociali.
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