DON VITALIANO / LA CAPARBIETA’ ATTIVA DELLA PACE

Don Vitaliano Della Sala

La cronaca internazionale del “cambiamento d’epoca” (papa Francesco) che stiamo vivendo da qualche anno ci coinvolge; il modo di raccontarla anche. Anzi a volte non si capisce quale sia il confine tra informazione, fake e propaganda. D’altra parte, la brutalità stessa di ciò di cui siamo spettatori ogni giorno, dall’Ucraina al confine tra Pakistan e India, da Israele e dalla Striscia di Gaza, dall’Iran al Libano, ci spinge a prendere posizione e a schierarci. E, in fondo, questo è anche un dovere a cui non bisogna sottrarsi, fino a quando la cronaca non diventerà storia. Dovremmo sentirci direttamente interpellati da questa “guerra mondiale a pezzi” e non perché abbiamo investimenti da difendere, ma come cittadini di quest’Europa che, spesso, non sa parlare altro che il linguaggio della moneta, ultimamente anche quello delle armi. Dobbiamo sentirci corresponsabili delle false illusioni che, a volte, abbiamo alimentato nei popoli più svantaggiati, attraverso promesse frettolose di ingresso nel fasullo consesso dei grandi.

Guardando la guerra in televisione rischiamo di confonderla con un video gioco, senza pensare che ogni bombardamento provoca morti e feriti tra persone in carne e ossa come noi, causa la distruzione di infrastrutture e di interi quartieri, produce la fuga di milioni di profughi. L’immancabile propaganda ci presenta la guerra come necessaria per raggiungere l’agognata pace: “Un eunuco che vuol deflorare una vergine, così è chi vuol rendere giustizia con la violenza”, è invece quanto si legge nel libro biblico del Siracide (20, 4).

 

Un’immagine dal Libano. In apertura, attivisti palestinesi portano sostegno sulla Striscia di Gaza

 

CHI E’ CAINO E CHI E’ ABELE?

Come sempre e più di altre volte, la guerra sta spaccando un mondo già in frantumi. Di solito è facile schierarsi per la vittima. Ma in questi e altri pezzi di guerra, chi è Golia e chi Davide? Chi è Caino e chi Abele? Di una cosa possiamo essere certi: siamo spettatori di un accumulo d’odio pari, se non superiore, alla radioattività dell’uranio colpito o minacciato sui vari fronti; e, come il decadimento della radioattività, anche quello dell’odio ha tempi spaventosamente lunghi.

Gli esperti di geopolitica stanno pronunciando tante parole su queste guerre, per contrastarle o giustificarle o comprenderle o darne una lettura strategica o storica, ma non dovremmo mai dimenticare che uccidere è una spaventosa aberrazione, sempre! Lo raccontano le immagini devastanti della guerra, entrate prepotentemente nelle nostre case attraverso i media, quelle vere e quelle della propaganda. Insieme a parole che sembravano sepolte nei libri di storia; parole che, nonostante le guerre ai confini europei e le due nella ex Jugoslavia, avevamo stupidamente riservate ai conflitti degli altri, mentre noi orgogliosamente dicevamo che, invece, “l’Europa ha vissuto quasi 80 anni di pace”!

Parole come assedio, fronte, trincee, stupri, ci fanno tornare al Medioevo; altre come missili ipersonici, bombe nucleari, droni, ci proiettano verso un funesto futuro; in realtà ogni guerra ci riprecipita nelle caverne della preistoria e ci interpella con le parole accusatorie di Salvatore Quasimodo “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo?”.

 

I bambini della Caritas Eritrea

LA CAPARBIETA’ ATTIVA DELLA PACE

Allora l’urgenza di questo momento è la fine, o almeno la sospensione, dei vari conflitti, per incamminarsi verso una pace difficile; perciò bisogna mettere in campo la caparbietà attiva della pace. È nostro dovere tentare tutte le strade diplomatiche possibili, perché in questa ora terribile non si senta soltanto la voce delle bombe ma si senta anche quella di quanti lavorano concretamente e senza armi per costruire e ottenere la pace, perché se si moltiplicano le iniziative della diplomazia ufficiale e di quella dal basso, si aprono crepe nel muro della propaganda armata.

Intanto consoliamoci con le tante belle storie di solidarietà che emergono, spesso a fatica, dalle rovine delle guerre. La più commovente mi è giunta dall’Eritrea, da dove mi è arrivata una piccola somma da destinare ai profughi, raccolta da una suora irpina che accoglie bambini abbandonati e orfani di un’altra guerra, questa purtroppo dimenticata; i ragazzi eritrei si sono privati della merenda per qualche giorno e il ricavato è stato destinato ai profughi ucraini ospiti della Caritas di Avellino.

È altresì confortante vedere che in molti Paesi, movimenti laici e religiosi, partiti politici, istituzioni e società civile, si sono uniti per dare più forza al grido di dolore che sale dai territori colpiti dalle guerre, e per chiedere, pretendere, che ci si adoperi con tutte le forze innanzitutto per un cessate il fuoco in vista di incontri al vertice per una pace duratura. E’ indispensabile farlo in un momento come questo nel quale le diplomazie sembrano incapaci di proporre una via di uscita alle drammatiche situazioni createsi sui vari fronti. E’ indispensabile fare tutto questo pur essendo, comunque, già troppo tardi. Infatti qualunque risultato si riuscirà ad ottenere, lo si otterrà sulla pelle e sul sangue di troppi morti, feriti e profughi.

E tornano attuali le parole di Simon Weil: “sembra di trovarsi di fronte a un vicolo cieco da cui l’umanità potrebbe uscire solo per miracolo; ma la vita umana è fatta di miracoli!”. Allora è venuto il momento di crederci ai miracoli!

P.S. Sto scrivendo tranquillamente, anche se preoccupato, a casa e so che vivere sotto le bombe è tutta un’altra storia. So anche che le armi portano solo morte, se si aggredisce e se ci si difende. Ma qui mi fermo e, con un po’ di imbarazzo, sospendo il giudizio su se sia giusto o no rifornire di armi gli aggrediti che hanno scelto di difendersi e resistere.

Mentre, senza volerlo, mi ritrovo a fischiettare Bella Ciao!


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