MUSK SI PENTE E BACIA IL “CULO” DI TRUMP

Alla fine, le tanto attese scuse sono arrivate, anche se al solo scopo di contenere i danni. Musk ha fatto l’atteso passo indietro ammettendo di avere esagerato. Un gesto di pentimento che, nelle intenzioni, segna una tregua e chiede di rientrare. Trump dal canto suo lascia la aperta la porta “… penso di potermi riconciliare con Elon Musk, per entrambi la priorità è l’America” ha dichiarato ostentando ancora una volta la sua “grande generosità”.

Una sorpresa. Dopo giorni di botta e risposta infuocati sui loro social. Il fondatore della Tesla ha fatto un deciso passo indietro, ammettendo su X di essersi lasciato andare a dichiarazioni che “hanno superato il limite”.

A molti è sembrata solo l’ultima grottesca puntata di una vicenda altrettanto grottesca. Ma, come sempre in questa che ormai appare sempre più come una brutta saga, nulla è davvero definitivo. Del resto, la vicenda dei dazi che Trump ha tentato di imporre a tutto il mondo ci ha mostrato che si può sempre rimangiarsi quanto annunciato e tornare sui propri passi. Prima si minaccia, poi si avanza, e infine si trova un accordo facendo marcia indietro, per poi ripartire e ricominciare daccapo … purché alla fine si riesca a strappare un compromesso conveniente.

In questi primi travagliati mesi dell’amministrazione Trump, Musk è stato presentato come il più influente consigliere del presidente. Ha assunto un ruolo centrale al timone del Dipartimento della Gestione e del Bilancio (il DOGE), diventato centrale nella logica del presidente rottamatore. Ma quale era lo scopo vero di questo nuovo dipartimento federale? Probabilmente solo portare avanti un ambizioso piano di tagli alla spesa pubblica e un drastico ridimensionamento dell’apparato federale. Per risanare il bilancio dello Stato in pessime condizioni finanziarie? Nemmeno per sogno. Il vero scopo era quello di recuperare risorse per tagliare le tasse ai più ricchi. Come promesso in campagna elettorale. D’altronde Trump e Musk sono tra gli uomini più ricchi del mondo. È per questo che avevano saldato quell’alleanza solida, che non si può infrangere, come è accaduto in modo clamoroso in queste ultime settimane.

Musk, dopo aver lasciato l’incarico governativo ha scritto su “X” che Trump pare essere stato coinvolto nel caso Epstein, quello delle escort minorenni. La risposta del presidente non si è fatta attendere. Sul suo personale social “Truth”, di cui è anche il proprietario, ha lanciato una frecciata al vetriolo in faccia a Musk, proprio su quel livido non coperto a dovere dal trucco durante l’ultima visita alla Casa Bianca. Da allora il confronto è degenerato in una faida a colpi di post velenosi, insulti e allusioni, ciascuno dalla propria piattaforma. Basti pensare che solo pochi giorni fa, Trump aveva tagliato corto ad ogni ipotesi di riconciliazione. E poi sono volati gli stracci, almeno finché Musk non è tornato sui suoi passi ed ha ricominciato a lodare il presidente per tutte le sue iniziative, a cominciare da quelle sull’immigrazione. L’argomento meno divisivo per entrambi.

Il cambio di tono è stato così veloce che l’intera galassia del complottismo MAGA, ha dubitato che il litigio sia mai stato reale. Per costoro non c’è mai stata una vera rottura, ma si è trattato dell’ennesima puntata della loro eterna farsa. Un gigantesco spettacolo messo in scena per mantenere alta l’attenzione e gonfiare il valore delle rispettive “azioni” … sia politiche che finanziarie. Proprio come è sempre accaduto durante tutto il periodo di “tira e molla” sui Dazi, che hanno prodotto clamorosi crolli in borsa e grandi perdite finanziarie per molti investitori, ma anche favolosi guadagni per quei pochi che conoscevano in anticipo le mosse del vulcanico presidente americano.

Quello di Musk e stato forse un disperato tentativo di contenere i danni dopo un crollo del 14% delle sue azioni Tesla. Ma consapevole che, senza il sostegno politico del presidente, la Tesla continuerebbe a perdere ancora miliardi di incentivi pubblici previsti per le auto elettriche. I regolatori federali potrebbero anche ostacolare i piani di Musk sulla sperimentazione dei veicoli a guida autonoma, che Tesla sta facendo per scommettere sui robotaxi. Insomma, non si tratta solo di un crollo in Borsa, ma si gioca la reputazione del marchio, che appare in forte calo. La rottura tra Musk e Trump rischia di compromettere anche i programmi di SpaceX e di Starlink, ossia dell’intero sistema spaziale creato dall’imprenditore. Starlink, che è alla base della rete satellitare di Musk, si è espansa rapidamente grazie anche al sostegno diplomatico della Casa Bianca, a cui avrebbe contribuito volentieri anche l’Italia della Meloni, quando ha tentato di far affidare a Musk i segreti militari e di intelligence del nostro paese. Parallelamente, SpaceX potrebbe perdere i circa 22 miliardi di dollari previsti dai contratti governativi, mettendo così a serio rischio anche lo sviluppo del razzo Starship, e con questo il lancio dei satelliti militari e la missione lunari Artemis. L’eventuale ritiro della navetta Dragon, minacciato da Musk, lascerebbe la NASA senza un mezzo affidabile per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale, costringendo gli USA a una forte dipendenza dalla Russia. In sostanza, il deterioramento dei rapporti tra Musk e Trump potrebbe indebolire la leadership americana nello spazio e, sul fronte delle telecomunicazioni satellitari, colpire duramente l’intera strategia spaziale (e militare) statunitense.

Un braccio di ferro, quello tra Musk e Trump, che non può assolutamente continuare, anche svela al mondo intero il fragile equilibrio tra politica e tecnologia negli Stati Uniti, ma anche un approccio decisamente affaristico e senza onore dello stesso Musk.

[1] Psichiatra e Pubblicista


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