Clamorosa frattura negli Stati Uniti. Il nuovo capo dell’Intelligence a stelle e strisce, Tulsi Gabbard, sostiene con decisione che Teheran non possiede armi nucleari e che il suo programma è fermo da oltre venti anni. Smentendo quindi in modo smaccato quanto affermano, da amiconi, Donald Trump e il boia di Tel Aviv, Bibi Netanyahu.
Caso vuole, invece, che il fresco rapporto elaborato e diramato dalla “International Campaign to abolish Nuclear”documenti un aumento di investimenti nucleari, nel solo 2024, pari a 100 miliardi di dollari, oltre il 50 per cento dei quali spesi (57 per la precisione) dagli Usa.
Nella classifica non compare Israele, che in tutti questi anni ha usufruito di una speciale esenzione: quella di non dover comunicare ad alcuna autorità internazionale il peso del proprio patrimonio nucleare, secondo non pochi addetti ai lavori inferiore solo a quello statunitense.
Ai confini della realtà.
Infatti, alcune stime calcolano ben oltre 200 ordigni nucleari: una cifra denunciata quasi 40 anni fa da un ricercatore israeliano poi sbattuto in galera per 18 anni, Mordechai Vanunu.
Del resto nel 2003 gonfiava il petto un teorico militare israeliano di origini olandesi, Martin van Creveld: “Possediamo – sottolineava – centinaia di testate atomiche e razzi, possiamo lanciarli contro obiettivi in tutte le direzioni, forse anche contro Roma. La maggior parte delle capitali europee sono obiettivi. Abbiamo la capacità di trascinare il mondo con noi. E posso assicurarvi che questo accadrà prima che Israele sparisca”.
Parole profetiche.
E che risuonano in modo terrificante soprattutto oggi.
La dirty story delle atomiche di Tel Aviv nasce quasi 70 anni fa, per la precisione nel 1957, con la creazione dell’impianto nucleare di DIMONA, nel quale lavorava proprio il coraggioso Vanunu: al fianco di Israele, in modo del tutto segreto, la Francia. Una palese, smaccata violazione di norme, regole & diritti internazionali: ma chissenefrega.
Dettaglia in modo perfetto, tappa per tappa, la lurida vicenda il reporter investigativo britannico Kit Klarenberg.
Ecco alcuni passaggi della sua maxi inchiesta: di tutta evidenza ignorata & oscurata dai media occidentali e nazionali, sempre più genuflessi davanti al potere militare degli Usa. E naturalmente dello storico alleato di Tel Aviv.
UN SUPER ARSENALE DEL TUTTO “IGNOTO”
“Mentre era membro del Congresso negli anni Cinquanta, John F. Kennedy si era ripetutamente schierato non solo contro la proliferazione nucleare ma anche contro i test atomici. Era implacabilmente contrario a che Tel Aviv si dotasse di armi nucleari e, subito dopo il suo insediamento, aveva cominciato ad esercitare forti pressioni sull‘allora premier israeliano David Ben-Gurion affinché consentisse ispezioni statunitensi a Dimona”.
Secondo il rapporto di una commissione di esperti americani, Dimona era destinata alla produzione di energia nucleare, senza applicazioni militari. Questa falsa conclusione – scrive Klarenberg – “era il risultato di una montagna di bugie raccontate dai tecnici francesi e israeliani. Finalmente, nel marzo 1967, un rapporto del Dipartimento di Stato per Intelligence e Ricerca svelò il maxi inganno, rivelando che Tel Aviv aveva la capacità di produrre armi nucleari”.
Continua Kit. “Sei mesi prima di essere ammazzato, Kennedy aveva inviato un telegramma al premier di Tel Aviv, avvertendolo degli effetti inquietanti per la stabilità mondiale che accompagnerebbero lo sviluppo di una capacità di armamento nucleare da parte di Israele”.
“Nel 2004 Vanunu denuncia che Kennedy era stato eliminato a causa delle pressioni nei confronti del premier israeliano perché facesse luce sul reattore nucleare di Dimona”.
Ed ecco che, nella minuziosa ricostruzione, entra in scena un’altra figura dei misteri, un oscuro personaggio degno dei best seller firmati da Mike Spillane. Il veterano James Jesus Angleton, “capo del controspionaggio della CIA che aveva segretamente diretto per anni l’assistenza clandestina della Agenzia al programma di armi nucleari di Israele”.
Il finale è col botto: “Angleton aveva sulla sua scrivania un dossier di 180 pagine su Lee Harvey Osvald una settimana prima che Kennedy andasse a Dallas… Quindi questa storia solleva la domanda: la CIA era incredibilmente, atrocemente incompetente nel caso di Lee Harvey Osvald, oppure Angleton stava davvero conducendo un’operazione che coinvolgeva Oswald?”.
Vi invitiamo a leggere con attenzione il reportage firmato Klarenberg (firma di punta per ‘The GreyZone’) messo in rete dal sito Al Mayadeen English del 13 giugno, Hidden history. How Israel acquired nukes
UN TEMPO BAGHDAD. ORA TEHERAN…
La story ricorda, in modo incredibile, la maxi (e, soprattutto, tragica) sceneggiata di quasi un quarto di secolo fa, 2001, in Iraq. E il massacro di un popolo, la devastazione di un intero Paese sul presupposto che stesse predisponendo, in fase finale, l’arma atomica.
Un super bluff organizzato, of course, dalla CIA, con la strategica collaborazione dei Servizi di sua maestà britannica. Ma il tocco decisivo fu quello del premier, laburista (sic) come oggi Keir Starmer, ossia Tony Blair. Il menzognero (Liar) che ammise candidamente le sue responsabilità solo un decennio dopo. Senza pagarne naturalmente alcuna conseguenza…
La storia, ora, tragicamente si ripete.
Vi proponiamo quindi la lettura di tre pezzi stimolanti.
Pubblicato da Sputnik international, firmato da un grande esperto di geopolitica soprattutto mediorientale, Pepe Escobar, eccoIran now first line on Defence on BRICS and the Global South
Quindi, messo in rete da Responsible Statecraft, Pure Orwell: Europe condems Iran for attacks on its own territory
Infine, messo in rete da La Fionda, La NATO in guerra: intervista al generale Fabio Mini
Buone letture, con l’aria di tempesta che tira…
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